La scelta sta all’inizio

9788833908823Una guerra civile“, di Claudio Pavone, e “Guerra di Resistenza: Le Marche dal fascismo alla liberazione” a cura di Ruggero Giacomini e Stefania Pallunto. Due volumoni antologici, di oltre 500 pagine, due sguardi diversi. Il primo con una visione nazionale, il secondo con lo sguardo rivolto alla regione Marche. Entrambi hanno intitolato il primo capitolo “La scelta“. Già! All’inizio c’è “La scelta”. Concetto ampio, non adatto ad essere afferrato da un’unica definizione. Più che un concetto è un intero processo, come una metamorfosi dello spirito, il cui risultato non è mai scontato ma comunque è sempre a senso unico, alla fine si diventa un altro e, al tempo stesso, di quello spartiacque che ci ha “separato dal prima” resterà sempre il segno. La scelta, dopo che è stata fatta, nel tempo che segue, resta come un luogo dove addensare le proprie memorie. È per questo che i ricordi delle persone, i loro diari, le loro autobiografie e racconti, tornano sempre là. Ma non è dal punto di vista del dopo che viene affrontata “la scelta” in Senza titoloquesti due libri. È dal punto di vista “del presente di allora”, del momento stesso in cui la scelta avviene, da cosa scaturisce e come nel momento in cui nasce, rivelandosi per la prima volta o liberandosi da un’attesa lunga e oramai matura. La scelta nella sua concretezza di vita, con la lunghezza e larghezza di sguardo a disposizione in quel momento. Pavone ad un certo punto cita una frase di Revelli che tempo fa avevo commentato in una mia nota: “Ritorno sovente al 26 luglio, all’8 settembre. Senza l’esperienza di Russia, non so come avrei scelto. 26 luglio: tutti antifascisti, troppi antifascisti. La verità credo sia questa: che gli antifascisti in Italia erano pochi. Bestemmiare, vestendo l’orbace, raccontare barzellette, non era antifascismo, era confusione morale. Senza la Russia, all’8 settembre mi sarei forse nascosto come un cane malato. Se nella notte del 25 luglio mi fossi fatto picchiare, oggi forse sarei dall’altra parte. Mi spaventano quelli che dicono di aver sempre capito tutto, che continuano a capire tutto. Capire l’8 settembre non era facile!
Una riflessione che sottolinea anche la casualità che accompagna sempre la scelta, ci piaccia o no ammetterlo. Le dimensioni chiamate in causa possono essere diverse e non si tratta mai del solo contenuto, ma anche del modo, della relazione, di come si gestiscono le conseguenze o gli sviluppi. O le premesse da cui si parte e che necessariamente devono essere rimesse in discussione. O meglio, i contenuti non sono mai qualcosa di asettico e isolato dal resto, come una vuota metafisica o dei valori soltanto retorici. I valori e i principi sono umani, vivono nella socialità, nel legame. Ma fino a qui quelli che ho esposto sono tutti ragionamenti miei. Dei due capitoli iniziali dei due libri non anticipo nulla, per ora, non sarei capace di farne una sintesi. Del resto, nessuno dei due ha seguito il metodo di proporre una tesi interpretativa ed esporla linearmente con dei ragionamenti. Sono piuttosto “riflessioni antologiche”, tante citazioni di persone che spiegano ciascuna la propria scelta, motivandola e spiegandola, raccontandola anche con le azioni pratiche messe in campo con la ritrovata libertà, perché la scelta è azione, fornendo alla fine, tutti insieme,  una specie di quadro corale, con punti di vista o sensibilità che si integrano, intrecciano, completano. Magari sul momento si discostano pure, perché il cammino può essere anche lungo. Ne consiglio la lettura e mi limito a scegliere per ciascuno una breve citazione.

Da “Una guerra civile” di Claudio Pavone: “Il primo significato di libertà che assume la scelta resistenziale è implicito nel suo essere un atto di disobbedienza. Non si trattava tanto di disobbedienza a un governo legale, perché proprio chi detenesse la legalità era in discussione, quanto di disobbedienza a chi aveva la forza di farsi obbedire. Era cioè una rivolta contro il potere dell’uomo sull’uomo, una riaffermazione dell’antico principio che il potere non deve averla vinta sulla virtù. Che il potere contro il quale ci si rivoltava potesse essere poi giudicato illegale oltre che illegittimo in senso forte, non fa che completare il quadro. La scelta dei fascisti per la Repubblica sociale – è una differenza che giova subito porre in rilievo – non fu avvolta da questa luce della disobbedienza critica. “L’ho fatto perché mi è stato comandato” sarà, come è noto, il principale argomento di autodifesa  dei fascisti e dei nazisti nei processi loro intentati dopo la guerra.”

Dal libro di R. Giacomini e S. Pallunto, una citazione di Gesualdo Biondi, nel paragrafo “Andammo sul San marco” in cui viene ricordata la battaglia del Colle San Marco, sopra Ascoli Piceno, nei giorni illediatamente successivi all’8 settembre: “In Russia avevo visto cose raccapriccianti compiute dai nostri ex-alleati: interi villaggi dati alle fiamme, donne e vecchi fucilati, uomini bruciati vivi impiccati con il fil di ferro, bambini in fasce lanciati in aria e colpiti dalle pistole degli ufficiali nazisti come se fossero piccioni. E poi le montagne, i monumenti di cristallo fatti dai corpi degli alpini lasciati a morire nella steppa.. Bisogna passare certe cose e dopo si capisce perché uno sceglie di andare in montagna e di combattere. Quindi andai.”

Sono due piccole citazioni e consentono una visione molto parziale degli scritti da cui sono tratti, ma offrono già molti più spunti di quanto sembrerebbe da una prima lettura veloce.

Senza titolo 2Il tema della scelta mi ha sempre attratto, ogni volta che l’ho ritrovato, in vesti diverse. In una rappresentazione di teatro civile, intitolata proprio “La scelta“, ad Ancona all’inizio dell’anno, dedicata alla guerra nella ex-Jugoslavia, uno dei personaggi (si tratta di storie tratte dalla realtà) risponde così (lo cito a memoria) al suo amico che gli chiede, stupito,  perché mai l’abbia aiutato a nascondersi dai miliziani, rischiando così di arrecare danno a sé e soprattutto alla propria famiglia: “E’ vero, ci ho pensato, e ho capito che se non ti avessi aiutato, rischiando, dopo non avrei più potuto guardare mia figlia negli occhi.”

Anche nel mio libro “In bicicletta lungo la Linea Gotica” inizio dalla questione della scelta, accostandola al carattere della necessità:
” ‘Nessuno oggi morirebbe per questa democrazia’, era scritto su uno striscione retto da alcune donne che partecipavano alle celebrazioni del 25 aprile, in una qualche città d’Italia. L’ho visto alla televisione, mentre stavamo cenando a Borgo a Mozzano, la sera della nostra prima tappa sulle tracce di memoria della Linea Gotica.staffetta Perché tanta gente partecipò o aiutò in qualche modo i partigiani, o gli incursori alleati inviati oltre le linee? Per che cosa? Da dove nasceva quella scelta spontanea, e al tempo stesso necessaria?
Ricordo che quando da ragazzo ascoltavo le vecchie storie di famiglia su questi argomenti, le percepivo come un dato naturale. Congenito alla natura delle mie genti, a quel senso di dignità umana che non ha bisogno di mercanteggiare calcoli per collocarsi dal lato giusto, quello del rispetto di sé e della solidarietà verso gli altri. Quello della democrazia, usando un termine meno immediato e più politico, proprio delle grandi e belle parole dei solenni momenti ufficiali, ma comunque di una politica ancora con la P maiuscola, non così degradata da suscitare quei cartelli indignati, offesi, che mettono tristezza a chi ha dovuto scriverli e a chi li legge.
Ma che cosa è che rende o rendeva congenita quella generosità a esporsi? Quando il destino era capace di sfiorarti, e colpirti alla prima distrazione, o magari proprio nel momento in cui eri convinto d’essere stato più attento.”

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