Federare le diversità (L’Italia in seconda classe)

Unknown“Ecco, l’Italia è anche questo. Gente simpatica e bambini grassi che viaggiano senza sapere dove sono, a bordo di un treno caciarone, dove la musica è scritta da altri” scrive Paolo Rumiz, in questo libro – L’Italia in seconda classe – oramai di qualche anno fa, che m’è tornato in mente in questi giorni di crisi e di possibili “guerre tra poveri”, come vengono dette per camuffare o esorcizzare i possibili conflitti etnici tra autoctoni e immigrati, in questi giorni di crisi e di tragedia inverosimile nel mare di Lampedusa, ma con un’altra Italia, quella dei piccoli paesi e comunità che non si tira indietro.

Questo di Rumiz è un viaggio attraverso l’altra Italia, 7.480 km – gli stessi della Transiberiana – sulle ferrovie italiane dimenticate, e rigorosamente in seconda classe. Qualche anno ancora e forse le avrebbe trovate senza treni quelle ferrovie, perché stanno continuando a smantellarle.
Ai fan di Rumiz non dico niente sul libro, di sicuro l’hanno già letto, con quello strano piacere che rende un po’ complici, seguendolo nel suo linguaggio sognatore e guizzante, alla ricerca di storie là dove sempre più spesso non riusciamo più nemmeno a immaginarle, le storie.
Agli altri, in particolare a quelli più abituati a cercare storie dai ritmi certi e già noti, posso consigliare di fare come Rumiz – questa volta accompagnato da un altro formidabile cercatore di storie, Marco Paolini:
“Viaggiamo da diciannove giorni appesi alla tiranni di un libretto orario, ma le ore non hanno più senso per noi. E’ da parecchio che le nostre giornate si dilatano, ma solo oggi ne comprendiamo il motivo. Il nostro non è un viaggio, è un vagabondaggio. Non ha il risucchio della fine, l’accelerazione terminale che travolge. Persino la Luna sembra fermarsi. Me ne accorgo dal treno per Monaco. L’assenza di una meta, il ritmo sincopato, l’andare come barboni in cerca di un Chissadove, ci ha portati fuori dal tempo. Pedalando verso Istanbul, ogni tappa era una corsa verso la mezzaluna. Qui no. Ogni giornata, ogni treno, sono un viaggio a sé. Uno spazio che si apre al mattino….” 

E’ un mondo ai margini, che ancora c’è ma si assottiglia sempre di più. “Il macchinista del Cuneo-Torino riconosce Paolini, lo invita a bordo, ci spiega con solennità che in Piemonte nacque e morì una grande idea ferroviaria. ‘Nacque con i Cattaneo e i Cavour, morì con gli Agnelli e il boom dell’automobile; fu sepolta con le alluvioni che distrussero i ponti, dopo che quel boom spopolò le montagne.’ Ed elenca decine di linee ferroviarie dismesse: Brusca-Dronero, Bra-Ceva, Cavallermaggiore-Moretta, Saluzzo-Airasca, Bricherasio-Barge. Una rete fantastica che nessuno riattiva, figurarsi. Nemmeno oggi che l’auto è in agonia. Sappiatelo, italiani. Nel 1890 il grosso della vostra rete era già ultimato. Una sfida pazzesca, per un paese pieno di montagne. Dietro a quella sfida, un’idea grandiosa: federare le nostre diversità. Nel 1940 si raggiunse l’apice: 42 mila chilometri di rete, 330 milioni di passeggeri, 190 milioni di tonnellate di merci trasportate. Il fischio del treno raggiungeva ogni sperduto paese. Poi vennero il boom economico, la gomma e la dismissione delle linee. Guardo la carta ferroviaria di Marco. Disegna un corpo scarnificato, senza più capillari, ridotto alle sole arterie. E gli orari? Quelli di ieri erano enciclopedie. Oggi sono opuscoli da ridere”. 

Anche il titolo del libro, “Italia in seconda classe”: se lo riscrivesse oggi, Rumiz, dovrebbe intitolarlo “Italia in quarta classe”, se ricordiamo anche alcune brillanti idee di qualche tempo fa di Trenitalia, accompagnate addirittura dai primi spot, ritirati dopo le proteste, con gli immigrati nell’ultima classe.  Profetica anche in questo, la testimonianza di Rumiz: “Comincia la giornata più lunga del viaggio, zigzaghiamo come palline da flipper nel grande vuoto della Padania in ferie. Gli unici viaggiatori sono quelli che mandano avanti l’Italia mentre noi mettiamo le chiappe al sole: gli immigrati. Una volta, in posti come la stazione di Alessandria ci passavano fiumi di terroni diretti alla Fiat. Oggi c’è il vuoto. Gli italiani vanno su gomma. C’è l’apartheid d’estate, a nord della Linea Gotica: il mezzo privato alla razza bianca, quello pubblico agli altri.” 

Federare le diversità! Le migliaia di storie e di mondi che invece vanno sparendo, o forse esistono ancora mentre ciò che sparisce è la nostra capacità di vederli?  Forse siamo tutti un po’ colpevoli, della nostra smemoratezza e della nostra distrazione?  “Il trenino è la 990, la mitica Freccia delle Dolimiti, carenata, color toffee. Ma che delusione. Siamo nel paesaggio pià straordinariamente italiano d’Italia (nda: si trovano sulla littorina che fa il giro delle crete senesi, fin sotto il monte Amiata) e l’altoparlante, invece di spiegarcelo, ci propone un’atroce musica americana anni cinquanta. Risultato, i gitanti chiacchierano, i bambini digitano sui telefonini, altri fanno merenda, tutti sono indifferenti al paesaggio. Ecco, l’Italia è anche questo. Gente simpatica e bambini grassi che viaggiano senza sapere dove sono, a bordo di un treno caciarone, dove la musica è scritta da altri. Ma che posso farci, this land is my land. Nel bene e nel male, è la mia patria.”

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