Non li vogliamo contare più

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“Non li vogliamo contare più” diceva pochi minuti fa il sindaco di Lampedusa Giusi Nicolini (anche la foto qui sopra l’ho ripresa dalla sua pagina FB) riferendosi ai morti dell’ennesima tragedia in Mediterraneo. Questa più grande di altre, nel numero dei morti e delle modalità, e quindi ancora più spavenotsa. Come se bisognasse alzare il numero per scuoterci dall’indifferenza e dall’abitudine con cui spesso accogliamo la “solita notizia del barcone affondato o disperso”. Solo ieri scrivevo su questo blog una serie di appunti “teorici” sulla memoria e sulla smemoratezza di fronte alle tragedie, mentre mi appresto a partecipare alla notte bianca della memoria sulla diga del Vajont, e già oggi questa nuova tragedia del mare mi riporta dalle riflessioni teoriche alla terribile immediatezza del reale. Anche qui però, purtroppo, nel Mediterraneo, c’è in atto da sempre una “smemoratezza” criminale, che ci fa dimenticare, tranquilli, tante altre ennesime tragedie già avvenute nel corso della storia, anche del nostro paese, che hanno riguardato anche nostri parenti diretti. Ma la smemoratezza non riguarda mai solo il passato, riguarda sempre anche il presente, la nostra capacità di comprendere la realtà per ciò che effettivamente è, e quindi lasciamo che si ripeta, con gli stessi errori. Ci fa dimenticare l’orrore e le conseguenze delle guerre, lo stato di interessata schiavitù neo coloniale di tanti paesi, i cosiddetti “squilibri” internazionali”, le crisi, le rivolte e le speranze tradite, per ciò che realmente sono e non invece secondo il sistema delle rappresentazioni ideologiche di parte e strumentali, insensibili ai drammi, che per anni e ancora oggi gridano all’invasione o quando va bene richiamano la necessità di accordi con i paesi di partenza, per fare contenimento. Una “smemoratezza” che che non ci fa riconoscere la realtà e ci priva anche del linguaggio adeguato, delle parole giuste, per parlare di ciò che accade.

“Quelli che arrivano – diceva sempre Giusi Nicolini pochi minuti fa – non sono immigrati irregolari, sono profughi richiedenti asilo,  fuggono perchè altrimenti sono sterminati al loro paese, dovremmo andare a prenderli lì per salvarli, questa è la grande vergogna dell’Europa, poi ci sono anche le politiche dell’immigrazione, importanti, ma sono altra cosa.  E invece ci sono anche le nostre leggi ad avere una responsabilità, perché ad esempio se un pescatore interviene, in mare per soccorrere, rischia di essere indagato per immigrazione clandestina.”

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Altro che contenimento, è questo che dovremmo fare, andare a prenderli.  Pochi minuti fa sentivo che forse durante la notte arriveranno a Lampedusa una metà delle bare, perché trovarle per tutti non è semplice. Un paese civile, che non vuole perdere se stesso e non vuole estinguersi, deve risolvere questi problemi di base, fondativi dell’identità più intima.

(La foto in alto è tratta dalla pagina FB di Giusi Nicolini; la foto in bassa l’ho scattata durante il Social Forum Mondiale di Tunisi: sul lenzuolo adagiato nella barca e oltre ci sono i nomi delle migliaia di persone annegate in questi anni nel mediterraneo).

PS: Leggo ora (4 ottobre) dal sito di Internazionale una serie dia articoli di approfondimento sull’Eritrea, tra cui mi ha colpito questo, Onu accusa l’Italia di vendere armi al regimeripensando alle ipocrisie ascoltate tra ieri e oggi sugli accordi che si dovrebbero prendere con i paesi di partenza:
(ASCA) – Roma, 18 lug – L’Onu accusa l’Italia di aver favorito il regime eritreo di Isaias Afewerki, fornendo elicotteri e veicoli utilizzati dalle forze armate di quel paese, sottoposto all’embargo internazionale. Lo scrive il settimanale l’Espresso, aggiungendo che secondo gli ispettori delle Nazioni Unite, il regime de l’Asmara riesce a violare l’embargo grazie all’importazione di sistemi dual-use, che possono avere un impiego civile o un uso militare.
Un ruolo chiave in queste operazioni sarebbe stato affidato a un uomo d’affari che italiano che opera tra Cesena, Dubai e l’Asmara, il quale avrebbe aiutato i militari eritrei a procurarsi armamenti fondamentali, fra cui una nave e un’azienda di Perugia, che avrebbe venduto equipaggiamenti ai militari e manterrebbe legami diretti con il presidente Afewerki in persona.
Il rapporto dell’Onu parla anche di due elicotteri italiani, assemblati in Eritrea da tecnici del nostro paese e utilizzati dai militari fino allo scorso autunno. Altre accuse all’Italia riguardano infine l’assenza di misure contro i taglieggiamenti inflitti dai consolati eritrei agli emigrati. Gli ispettori sostengono che i cittadini eritrei residenti nel nostro Paese vengono obbligati a pagare una tassa illecita, con la minaccia di non rinnovare il passaporto, “ma quelli che si sono rivolti alla polizia italiana per denunciarlo, sono stati mandati via dicendogli che non si puo’ fare nulla”.

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