La ragazza che corre

Sarajevo-vent-anni-dopo-storia-di-una-foto_largeLa mia pagina “La ragazza che corre” negli ultimi giorni ha avuto un’impennata di visite. Il merito è esclusivamente dell’articolo di Mario Boccia “Sarajevo vent’anni dopo: storia di una foto” uscito il 30/ 9 in contemporanea, a quanto mi risulta, sul sito di OBC, di Erodoto e delle pagine on line de la Repubblica. Nel quale Mario racconta la vera storia di questa sua foto scattata venti anni fa a Sarejevo durante l’assedio. E’ sempre un piacere leggere Mario, bravo non solo con le foto ma anche con le sue storie e il modo di raccontarle. Probabilmente è una una delle foto che sente di più, non solo per la bellezza in sé, perché tecnicamente sia venuta bene, ma proprio per la storia che c’è legata e che lui racconta. Nello studio di casa sua l’ho vista appesa, in gigantografia, al centro della parete centrale. E’ una foto di cui m’ero innamorato, per quel qualcosa che ti porta fuori, e qualche anno fa Mario mi ha fatto il regalo di lasciarmela usare per la copertina di un mio romanzo, che avevo intitolato appunto La ragazza che corre, che ho stampato in cento copie regalate poi “a parenti e amici fidati”, come di solito dico quando ne regalo una. Il mio romanzo in realtà è un’altra cosa, non c’entra nulla, non parla di Bosnia né di Sarajevo, e immagino la faccia di chi, stimolato dall’articolo di Mario, ha cercato in rete ed è arrivato invece da me: quasi me ne scuso, ma non era voluto, allora, usare apposta  lo stesso titolo. La didascalia della foto inserita sul sito di Mario sembrava quasi un indirizzo: “Sarajevo, settembre 1993. Bombardamento di granate sulla via Maresciallo Tito”, come per ancorarsi a qualcosa di certo. Le didascalie delle foto di Mario a volte sono quasi dei piccoli racconti, che non hanno il compito di spiegare le foto, che parlano già da sole, ma di accompagnarle rievocando una situazione, una mappa, o magari anche un pensiero o un’emozione, quasi una traccia anche di un qualcos’altro. Il mio romanzo, lo ripeto, non c’entra nulla, è una storia che si sviluppa negli anni  del nostro paese, e di ciò che accadde nella guerra in ex Jugoslavia contiene solo un accenno, quel  tanto che basta per inserire nel romanzo, e nella storia del nostro paese, anche questa esperienza a tanti di noi così vicina. Uno dei personaggi del mio romanzo è una fotoreporter e l’accenno è questo: “A Sarajevo aveva fotografato una ragazza che correva sfiorando leggera il marciapiede ma così, come se non la interessassero davvero i cecchini ma volesse invece attraversarla da un lato all’altro quella città, e poi proseguire oltre senza curarsi di quella specie di guerra non catalogata.”  E poi la foto ritorna ancora in altri passi, come immagine o come metafora ma non è questo ora che qui m’interessa.
Il racconto vero della foto ancora non lo conoscevo quando l’ho utilizzata,  l’ho ascoltato per la prima volta da Mario una sera dello scorso anno a Cupramontana, dalle mie parti, quando gli amici di Cupra ospitarono la mostra fotografica “l’imbroglio etnico”, con le trenta foto di Mario usate nel film “Venuto al mondo” – dove “la ragazza che corre” appare da sola al centro, in fondo alla galleria – a cui Mario aveva aggiunto le altre venti foto – queste a colori, con la predominanza del rosso dei lamponi – delle donne della cooperativa Insieme di Bratunac: le donne, appunto, dei lamponi della pace. L’apertura della mostra aveva coinciso con la presentazione del libro Jugoschegge, insieme a Mario che di quel libro è stato un prezioso collaboratore, e la chiusura due settimane dopo con la presentazione del libro “Le stelle che stanno giù”, con lo stesso Mario in conversazione con l’autrice Azra Nuhefendic.
Immagino il piacere di tutti gli amici di Mario, in particolare quelli che hanno condiviso allora le stesse strade di Sarajevo,  nel leggere l’articolo. Tra questi, ho visto che l’articolo è riportato anche da Ennio Remondino sulla sua pagina FB, accompagnato da un suo breve commento: “La foto giunge attraverso una mail di Mario Boccia che mi riporta nella città dannata che allora amavo e che, come la morte, in alcune fasi della vita la senti come la sola certezza futura e la probabilità più vicina. E attraverso il testo di un ottimo giornalista non soltanto per immagini, riscopro “La toponomastica di Sarajevo”.
Ennio Remondino, anche lui insieme a Mario Boccia e altri importanti amici, tutti preziosi testimoni e collaboratori del nostro Jugoschegge. E’ bello questo riannodarsi di memorie sul filo della fotografia (l’emozione corre sul filo della fotografia, leggevo qualche settimana fa questo bel titolo su un invito ad una serie di mostre fotografiche collegate tra loro, dalle mie parti).

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