Il Vajont e la memoria collettiva: appunti e riflessioni alla vigilia della notte bianca per la memoria

vajont
“…certo che…porca trxxa, non puoi iniziare la presentazione dello spettacolo su 5000 pieghevoli con la frase: “ore 22.39: si rompe la diga del Vajont”….   Non puoi, caxxo, non puoi!!!!!!!!!”

Prendo spunto da questo post “disperato” di Omar Rottoli sulla sua pagina FB, per chiedermi quale posto occupi “l’olocausto” del Vajont nella memoria collettiva del nostro paese. Forse un posto poco importante, difeso soltanto da una minoranza tenace, se ogni volta, quando meno te lo aspetti, riemergono, anche da parte dei “volenterosi e sensibilizzati”, queste imprecisioni che non sono piccola cosa, ma mutano radicalmente  il quadro della rappresentazione e, dunque, delle responsabilità. Come quando si accetta un depistaggio. Perché fanno così fatica i ricordi (e le ragioni) dei singoli che la tragedia l’hanno subita, o vissuta da vicino, a trasformarsi in memoria collettiva di tutto un paese?
E non è nemmeno l’unico caso, quello del Vajont, in questo paese smemorato che dedica ai tanti comitati un po’ di attenzione, se va bene, solo in occasione degli anniversari. Che cosa è la memoria collettiva e come si forma? Quando inizia a nascere e come? Se è vero che la memoria non è statica, un ricordo fermato nel tempo, archiviato, immobile e intatto che basta rispolverare e tirar fuori sempre uguale a se stesso, ma è dinamica e in continua trasformazione, vive nel presente ed è la rappresentazione che noi abbiamo oggi del nostro passato, il significato che vogliamo continuare ad attribuirgli, allora probabilmente è la dimensione del presente da porre alla nostra attenzione.
Nel senso che la memoria inizia a nascere nel momento stesso in cui qualcosa ci accade. Da come noi lo percepiamo e siamo in grado di  comprenderlo e iniziare a rappresentarlo da subito, nell’istante presente. La vittima diretta o chi è coinvolto troppo da vicino, il superstite, spesso ha bisogno di tempo per lasciar depositare l’accumulo eccessivo di emozione, di fronte a cui corre il rischio di restare ammutolito. Ha bisogno di una comunità attorno, che lo aiuti. E poi di un quadro di riferimento, una lingua o un linguaggio comuni, un ambito di esperienze condivise o da condividere, per ancorare i suoi ricordi, focalizzarli, interpretarne la dinamica e i dettagli, costruirne il racconto, pretenderne le ragioni.
Una grande responsabilità, dunque, dovrebbe averla chi ha il ruolo pubblico di iniziare a tracciare il racconto collettivo, che dovrebbe funzionare come un quadro di riferimento, capace di accogliere, e non di respingere. Possono avere questo ruolo il cronista, il reporter, il fotografo, l’opinionista, ma anche altri.
Nel caso del Vajont, tranne poche eccezioni, si iniziò da subito, nel momento in cui accadde, a parlare di catastrofe naturale e di natura matrigna, ad accusare di strumentalizzazione chi denunciava le responsabilità. Eppure c’erano state già inchieste, allarmi, studi, segnali inequivocabili del disastro che si stava costruendo. C’era stato addirittura un processo, intentato dalla ditta costruttrice, la Sade, contro la giornalista Tina Merlin, e un tribunale aveva dato ragione alla Merlin e alla gente della zona, aveva riconosciute come legittime le loro preoccupazioni (un’altra imprecisione di non poco conto l’ho ascoltata da Giampaolo Pansa, su questo processo, “ricordandosi” lui che la Merlin era stata condannata!!!).
I segnali c’erano già da prima ma subito dopo la strage i grandi inviati della stampa, le penne famose, quelle capaci di bella scrittura come le suggestive pagine di Dino Buzzatti, iniziano a creare il depistaggio, che tanto più incide quanto più grande è il senso di sgomento attorno a una tragedia così enorme. E’ mancato così, mi sembra, fin da subito, un quadro di riferimento adeguato a quei ricordi colmi di dolore. E quante e altrettante volte, di fronte a quante altre tragedie e grandi eventi manca un adeguato quadro di riferimento e il meccanismo del depistaggio si ripete? Molte, si potrebbe rispondere, guardando alla nostra grande smemoratezza. Trasformare i ricordi in racconto, scrivevo sopra.
Ciò che accadde sul Vajont assunse un grande rilievo presso “l’opinione pubblica” solo quando Marco Paolini recitò sulla diga la sua oramai famosa orazione civile. Ma lui stesso poté rappresentare quel racconto perché altri avevano già fatto un lavoro attento di inchiesta, documentazione, denuncia, ricostruzione storica, e anche “delle storie” di chi intanto aveva resistito giorno per giorno. Faceva parte lui stesso, Paolini, tra i tanti, di un processo di ricostruzione della memoria collettiva che tenta comunque di farsi strada. Ma forse non basta, come rivela il post su FB di Omar Rottoli, che fa venire in mente la fatica di Sisifo. Che fare per rendere più efficace questa fatica?
Qualche giorno fa, sulla pagina FB dei “cittadini per la memoria del Vajont”, c’è stato un piccolo dibattito sull’opportunità di coinvolgere dei testimonial per poter raggiungere così una partecipazione e un’attenzione più significative. Domanda legittima, dalle risposte complesse e non scontate, ma il pensiero poi va immediatamente alla qualità di quell’attenzione che si cerca.
Qualità dell’attenzione: già le parole che sto usando rinviano alla capacità di osservare il presente, di viverlo nella propria esperienza diretta, e ritrovarlo nell’esperienza degli altri.  Consapevoli del lato vero della realtà. perché porre attenzione al presente significa anche accorgersi che “la disgrazia” non si concluse in quel momento, e dunque non si tratta soltanto di rievocarla, ma ha proseguito come un potente eco in tutti questi anni, fino ad oggi. “Vajont, l’onda lunga”  è il titolo del libro di Lucia Vastano. E poi c’è l’esperienza di tanti altri che s’incontreranno su alla diga per cercare, come è scritto nel programma, “una strategia di lotta comune per ottenere le scuse da parte dello Stato italiano per la strage del Vajont e di Ustica; togliere dalla legge 9 ottobre Per la memoria delle vittime dei disastri industriali e naturali causati dall’incuria dell’uomo la parola “incuria”; togliere dalla legge la prescrizione di 5 anni per i morti sul lavoro e di lavoro quando sia stata provata la responsabilità diretta dei datori di lavoro; inserire nell’ordinamento giuridico il reato di depistaggio”.
La memoria collettiva, dunque, è questo processo, di lotta e di socialità da ricostruire, che va seguito e sostenuto, cercando i linguaggi adatti alla sua narrazione.

(Segui la pagina FB dei Cittadini per la memoria del Vajont)
(Vajont: tour del cinquantenario, di Omar Rottoli)

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Informazioni su Tullio Bugari

https://tulliobugari.wordpress.com/
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