Valzer con Bashir, una storia di guerra

514TYQhKdhL._The truth is that’s not stored in my system. “E comunque non l’ho registrato” risponde Ari al suo amico Boaz – insieme reduci israeliani dalla guerra del Libano del 1982 – il quale insiste “Non hai ricordi, non ci pensi?” “No” risponde Ari ma con l’espressione del volto già cambiata e lo sguardo che inizia a cercare qualcosa. I ricordi dovrebbero essere quelli del massacro di Sabra e Chatila, nel 1982, più di venti anni prima, compiuto dai falangisti libanesi con la copertura offerta dall’esercito israeliano. E subito si accende in Ari un primo flashback. Terribile, forse nemmeno reale ma rimaneggiato dalla sua memoria, un po’ come accade per i sogni, o gli incubi. Cosa è accaduto davvero? Quale è la sua responsabilità diretta? Che cosa ha fatto davvero, in questa parte remota della sua vita che nemmeno ricorda d’aver vissuto, o è come se l’avesse vissuta un altro? E’ questa la chiave utilizzata nel film per aprire il racconto terribile della notte del massacro. Non subito da quei ragazzi reduci ma inflitto, perché erano dalla parte degli aggressori, li avevano appoggiati. Ma non riemerge tutto subito e con facilità. Ci vogliono frammenti di più incubi, da raccattare e recuperare da altri amici, allora insieme su quelle strade insanguinate e ora sparsi per il mondo, ciascuno con qualcosa addosso, nascosto dentro. Il massacro visto dalla parte degli aggressori, a loro volta presentati nella loro natura complessa di umanità e disumanità, presenza ed alienazione, coinvolti ma non fieri di esserlo, anzi, alle prese con tentativi diversi di rimozione che non è possibile rimuovere. Un po’ come tutti noi, insomma, anche se spesso riusciamo a rimuoverlo. Per tutti noi non intendo soltanto il mito degli “italiani brava gente” che non abbiamo mai fatto i conti con la nostra vera storia, ma anche noi direttamente, come  singoli individui.
Questi due estremi, umanità e disumanità, nel film li troviamo invece scissi, mi pare, soltanto nel momento in cui vengono presentati i due soggetti principali sullo sfondo, ma anche al centro, come su un palcoscenico. Sì, un palcoscenico. E’ così che sembra il campo di Sabra e Chatila visto dalle alture e dalle terrazze da cui controllavano gli israeliani, spetattori, addetti all’illuminazione per dirla in modo scarcastico, dato che avevano il compito di tenere continuamente illuminato il ceielo a giorno con  il lancio continuo di razzi al fosforo. I falangisti nella loro disumanità – mi sono venute in mente altre stragi, come le pulizie etniche in Bosnia – e i palestinesi, soprattutto le donne e i bambini, nella loro tragica umanità di vittime brutalmente seviziate senza nessuno sconto, neanche quello di essere umani. Uno spettacolo lacerante che provoca dolore al solo vederlo. Sono gli occhi dei soldati complici degli aggressori a coglierlo con incredulità quel dolore, ma forso non lo colgono subito, ci vuole tempo per rielaborarlo. “E comunque non l’ho registrato” dice Ari a Boaz, all’inizio del film. Lo vedono dopo quel dolore, molto dopo, quando ha assunto la forma dell’incubo, del flash back, della verità che c’è da riscoprire.
Il film parla dei meccanismi della memoria e dell’oblio, in un processo che non è solo individuale, solitario, ma collettivo, coinvolge il gruppo e le relazioni. Ci vuole l’incubo di Boaz per risvegliare la memoria di Ari. “Che cosa ha che fare la mia memoria con il vissuto di un’altra persona” chiede Ari ad un altro loro amico, terapeuta, che risponde: “La memoria ha meccanismi imperscrutabili”, e poi prosegue: “La memoria è qualcosa di dinamico, vivo, anche quando mancano delle informazioni e ci sono dei vuoti la memoria riempie questi buchi neri inventando fatti mai accaduti.”
Ma questo buco nero non è frutto dell’immaginazione, c’è stato davvero e quindi occorre andare a cercare che cosa realmente c’è stato dentro.  “Ma non sarà pericoloso, non corro il rischio di scoprire di me delle cose che non voglio conoscere?”. “No, anzi è il contrario” risponde l’amico terapeuta: “Io sono convinto che scoprirai cose che in realtà desideri conoscere. Nessuno si spinge in luoghi che non l’attraggono. In tutti noi c’è un meccanismo che ci impedisce di andare dove non vogliamo. Insomma, di avventurarci in quelle zone oscure che in fondo ci spaventano. La memoria non si spinge mai oltre questo confine.” E quindi Ari inizia il viaggio nei flashback della propria vita, attraverso un puzzle di ricordi, frammenti, sensi di colpa degli altri amici di allora, che va a cercare la dove la vita nel frattempo li ha portati. Insieme ritornano su quei frammenti di ricordo, di quando tutti loro erano poco più che diciottenni, perché la guerra è sempre giovane e questo è un dato che spesso, tutti noi, dimentichiamo, perché la riviviamo smpre attraberso il ricordo dei reduci, venti o trenta anni dopo.
Questa, dicevo, è la chiave usata nel film per riaprire questo scrigno di orrore che è stato Sabra e Chatila. La guerra è sempre un’orrore, questo messaggio viene fuori dal film. Le atmosfere non sono di intima contorsione psicologica individuale dei protagonisti. L’orrore, e ancor di più l’estraneità e assurdità della guerra, è sempre presente lungo tutto il film, nelle immagini e nelle musiche che l’accompagnano, che talvolta sembrano davvero stonate, in contrasto, sottolineandone il vuoto. Uno dei sentimenti che mi ha comunicato è proprio il vuoto d’animo, come se i ricordi che pian piano si ricombinano facciano fatica a collocarsi in contesto di cose, e si adagino invece in un contesto vuoto, che ancora non è presente a se stesso, non c’è, ancora manca.
Forse, se la memoria è davvero dinamica, allora il suo momento iniziale non nasce dieci  o venti anni dopo ma nasce subito, in contemporanea ai fatti che accadono nel momento presente, al modo con cui li viviamo la prima volta, con lo stato d’animo, la presenza che abbiamo di fronte a noi stessi nel momento esatto in cui ciò che dopo ricorderemo accade per la prima volta. Il film sottolinea spesso la paura che il soldato diciottenne ha addosso a sè, a cui reagisce sparando su tutto ciò che si muove, indistintamente. Indistintamente, appunto. Non c’è nulla da distinguere, selezionare, registrare ella mente. Tutto ciò che si muove, non solo le persone ma anche gli animali. M’è venuto in mente il massacro di Vukovar alla fine del 1991, primo episodio e massacro di massa della guerra di ex-Jugoslavia, quando l’esercito federale jugoslavo non era ancora sciolto e formalmente diceva di intervenire per riportare la pace, e invece fu il garante del lavoro sporco effettuato dalle squadre paramilitari, le tigri del comandante Arkan. Negli anni successivi diverse migliaia di ragazzi dell’esercito federale furono congedati e sottoposti a cure psichiatriche per i traumi riportati dalla visione della strage. Loro che non l’avevano subita, ma l’avevamo invece garantita, fornendo copertura agli esecutori. Corresponsabili, si vorrebbe prendere la maggiore distanza possibile, ma non ci si riesce, non è mai abbastanza. “Eri a cento metri” chiede nel film Boaz ad Ari e la sua prima risposta, di istinto, è: “Ma no, ero almeno a duecento, o forse trecento”!
So che sul film ci sono state diverse polemiche, da chi non ritiene giusto che storie come questa di Sabra e Chatila sia raccontata con gli occhi di chi l’ha permessa, e non dalla parte delle vittime, come se il film stesso in questo modo invitasse a non interessarsi delle vittime o offrisse qualche giustificazione agli aggressori, o quanto meno ne riduca la responsabilità riconducendola alle ragioni oggettive della guerra. Sì, c’è ad esempio il personaggio del primo giornalista che entra nel campo dopo la strage, anche lui alle prese con i suoi ricordi, che dice anche, “sì, come si faceva non prevederlo che dopo lattentato in cui era morto Bashir Gemayel, i falangisti non si sarebbero vendicati brutalmente”. Era prevedibile. Ma non credo che questa sia una riduzione del dramma alle ragioni oggettive della storia, la brutalità di quanto accadde emerge comunque in modo forte. Ugualmente, mi pare, le responsabilità isarealiane. Sì è detto molto in questi anni di Ariel Sharon, allora ministro della difesa, che viene chiamato al telefono durante la notte per essere informato che nel campo i falangisti stanno compiendo atrocità, ma lui pare non sorprendersi e ritorna a dormire, lasciando incredulo il giornalista che l’ha svegliato. Interverrà ma ore più tardi, direttamente il generale israeliano sul campo, solo quando la misura sarà colma, e gli basterà presentarsi, alzare la mano  e dire, adesso basta, come se fosse un segnale già convenuto. Non ha bisogno di nessun atto di forza, e i falangisti se ne vanno, lasciando soli i superstiti, con il loro dolore atroce.
Il film non va oltre. E’ poco? Può anche darsi, e sicuramente lo sarebbe se l’intento fosse quello di una ricostruzione in chiave politica, da repoprtage. Ma il film è altro. E’ un lungo cammino dentro la memoria, come un tentativo di ricostruire ciò che s’è dimenticato quando forse non era ancora possibile realizzarlo, nel senso di comprenderlo,  nella sua dimensione umana, quando quei soldati erano diciotteni, e invece forse è possibile farlo ora, nella maturità degli anni. Se si ha il coraggio di andare a vedere cosa c’è in quel buco nero, perché non è mai scontato che si abbia il coraggio. Anzi, spesso non c’è proprio.
Una ricostruzione, dunque, come l’interpretazione di un sogno, attraverso immagini create. Il film infatti è un film di animazione, disegnato, che da un lato, in quanto disegno, attenua il contatto duro con la realtà, e dall’altro lo trasfigura, lo colora, lo adatta e magari lo amplifica anche nelle emozioni ma come se le toccasse una alla volta, per sopportarle meglio, perché è esempre un disegno, che in quanto tale ti lascia un margine di distacco, dove collocarti per trovare uno spazio nel quale sviluppare il proprio percorso di consapevolezza. Solo alla fine, nell’ultimo minuto del film, irrompono le immagini reali di Sabra e Shatila, quelle riprese davvero dalla prima troupe entrata seguendo gli ultimi superstiti che rientrano dentro allo strazio. Le immagini sono quelle vere, di un dolore totale, senza mediazioni, che forse non potremmo accettare di vedere in nessun telegiornale o reportage, sono troppo crude e per essere viste per ciò che realmente sono – quante volte ne vediamo in tv, ci scandalizziamo ma poi ci scorrono via come un niente? – hanno avuto bisogno di questa lunga introduzione e preparazione, che il film tenta di darci utlizzando la chiave della memoria che si ricompone, riacquista consapevolezza.

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