Vajont, la memoria come lotta

22 1Prendo lo spunto, per iniziare, da un paio di “refusi” di Giampaolo Pansa sul video “1963, la tragedia del Vajont”.  Il primo, quando confonde Boldrini, il compagno Bulow, con Barontini. Vabbè, è un refuso, l’assonanza della parola. Pansa cita Boldrini ricordando un giornalista del Giorno incontrato allora, nei giorni del dopo tragedia, a Longarone: “Guido Noccioli, un romagnolo che aveva fatto il partigiano con Bulow nella brigata Garibaldi di Ravenna”, ma poi ne approfitta anche per citare se stesso, aggiungendo con sorriso sornione che “tanti anni dopo scrivendo ‘Il sangue dei vinti’ ho detto cosa avevano combinato quelli di Bulow” eccetera eccetera, insinuando chissà che cosa prima di ritornare all’argomento per cui è invitato a parlare. Quindi non è solo un lapsus, ma qualcosa d’altro. Nemmeno il secondo è un vero lapsus, ma un’imprecisione vera e propria, quando cita la giornalista dell’Unità Tina Merlin. A dire il vero Pansa usa per la Merlin parole di apprezzamento, sottolineando che “è stata la prima a capire che quella della Sade era una vera rapina, a fini di lucro, per farsi pagare molto caro l’invaso dell’Enel”, ricordando anche che “Tina veniva snobbata dalle squadre dei grandi giornali, in quanto donna e perché non era nemmeno un’inviata ma soltanto una corrispondente locale, e per di più comunista”, ma che è stata capace di “dare a tutti una grande lezione, spiegando nel suo libro “La pelle viva” come si costruisce una catastrofe” (“darci una lezione”: è già qualcosa. Forse si poteva anche spiegare con più chiarezza che tutti gli articoli a partire da quelli delle grandi firme -Bocca, Buzzatti, Montanelli e altri – “erano sbagliati”, come ricorda con delicatezza Marco Paolini, in un  articolo uscito proprio oggi su la Repubblica, insieme ad un intervento di Paolo Rumiz).  La Merlin è conosciuta come quella del Vajont, e l’importante lavoro che fece in quell’occasione finì per mettere in secondo piano altri lati importanti, formativi, della sua storia di staffetta partigiana. Sul fronte opposto, invece, troviamo che il fondatore della Sade, la società della diga, Giuseppe Volpi, nel ventennio fu governatore della Tripolitania, Ministro dell’Industria e Presidente della Confindustria fino al 43, prima di riciclarsi ai nuovi venti (a proposito, è lo stesso della coppa Volpi al festival del cinema). Pansa comunque elogia il lavoro della Merlin e sottolinea anche di condividere la parola usata da lei per la catastrofe del Vajont: OLOCAUSTO. Poi però arriva l’imprecisione, che non è da poco e quindi vale la pena di sottolinearla.  Dice Pansa che Tina Merlin era stata anche condannata per la pubblicazione di notizie atte a turbare l’ordine pubblico….. NON E’ COSI’. Quel processo, che le era stato mosso dalla Sade per fermarla, lo vinse, il tribunale diede ragione non solo a lei ma anche a tutti i cittadini della zona che erano andati a testimoniare che cosa stava già accadendo attorno alla diga, e da cosa realmente nascessero le preoccupazioni per la catastrofe che si stava già annunciando. Forse fu anche il primo processo del genere, in Italia, in cui si dava ragione non ai potenti di turno ma alla gente. Ma purtroppo non bastò nemmeno questo.
L’ONU in un documento del 2008 definì la tragedia del Vajont come il peggior esempio tra i disastri evitabili provocati dall’uomo. Provocati. Sotto il peso della frana (circa 300 milioni di metri cubi di roccia, se fosse una colonna larga quanto un campo di calcio, sarebbe alta quasi 40 km: ho scritto 40, non è un refuso, provate a fare i conti)  balzarono fuori dalla diga circa 25 milioni di metri cubi di acqua (la colonna sarebbe alta 6 o 7 km). La diga, allora la più alta del mondo, restò lì, impassibile, dove ancora si trova oggi.
4 aSono trascorsi 50 anni. “I cittadini per la memoria del Vajont” organizzano tra il 5 e il 6 ottobre una veglia notturna, un presidio sulla diga, sul luogo della frana. Non è una commemorazione e nemmeno un “semplice ricordare” (che poi nemmeno questo è così semplice, dato che ci sono ancora questioni aperte, sulla tragedia e sul dopo tragedia: sembra inverosimile ma è così) ma un momento di incontro con alcune esperienze analoghe, purtroppo tipiche del nostro paese. Esperienze dell’Italia che non si vede ma c’è e a bisogno di far sentire la sua voce, ma in modo adeguato. Il programma della veglia, con il titolo LA VITA SEMPRE PRIMA DEL PROFITTO, prevede, tra le diverse iniziative, la presenza di Aiea, l’associazione italiana esposti amianto (“il lavoro vale una vita?”), rappresentanti del movimento No Tav (“la partecipazione attiva della cittadinanza nelle decisioni che sconvolgono la vita del territorio e di chi lo abita”), rappresentanti dei cittadini dell’Aquila (“la vita stravolta dalla ricostruzione”), di Marghera, dei lavoratori della Tyssen Krupp e altre altre esperienze da Casale Monferrato, Sesto San Giovanni e altre ancora, tutte ugualmente importanti.
Nel corso della veglia notturna sulla diga (anche la frana venne giù di notte) i partecipanti cercheranno di mettere a punto, come si legge sul comunicato di convocazione:  “una strategia di lotta comune tra tutte le associazioni per ottenere le scuse da parte dello Stato italiano per la strage del Vajont e di Ustica; togliere dalla legge 9 ottobre Per la memoria delle vittime dei disastri industriali e naturali causati dall’incuria dell’uomo la parola “incuria”; togliere dalla legge la prescrizione di 5 anni per i morti sul lavoro e di lavoro quando sia stata provata la responsabilità diretta dei datori di lavoro; inserire nell’ordinamento giuridico il reato di depistaggio”.
La memoria come lotta. Mi piace questa dimensione. Ci sono stato lo scorso anno alla veglia sulla diga, tra il calore umano dei cittadini dell’assoziazione e gli altri amici venuti da fuori (tra cui i ciclisti di Brescia dell’associazione Pacicilica, anche quest’anno particolarmente attivi già nelle fasi di preparazione).  Allora Lucia Vastano, la portavoce dell’associazione, ci aveva invitato a parlare del nostro libro Jugoschegge e unire a quelle di qui le memorie della guerra di ex Jugoslavia, vicino casa o “in casa”, come scrise Luca Rastello, riferendosi al coinvolgimento di tanti nell’accoglienza dei profughi. Lucia nel suo intervento, ricordo che citò invece la tragedia indiana di Bophal: ma quanti casi di “incuria” ci sono in tutto il mondo?  Ci torno anche quest’anno sulla diga, ora che l’anniversario tondo richiama maggiori attenzioni – anche se non sempre significa che siano davvero attente queste attenzioni, come ad esempio la tappa a Erto del giro d’Italia, quando il cronista di turno spiegò che la tappa serviva per ricordare il crollo della diga. Il crollo? Ma sì, che importa essere precisi su cosa accadde esattamente, allora e anche dopo. Sì, anche dopo, perché il dopo come sempre si dimostra talvolta anche più duro: Vajont, l’onda lunga s’intitola infatti il libro di Lucia Vastano, che racconta anche del dopo e usa per la tragedia la stessa espressione già usata da Tina Merlin, quando scrive che “Ricordare il Vajont esige una indignazione che duri nel tempo, come per l’Olocausto”.
Dunque sì, può essere proprio diga del peggior esempio dei disastri provocati dall’uomo – secondo l’espressione usata dall’Onu – il luogo migliore per far incontrare tutte insieme quelle associazioni e comitati che si battono contro questa “incuria” in nome del profitto e contro tutte le superficialità che evitano di andare a fondo, in questo paese che scivola via su tutto. b
La memoria come lotta e momento di costruzione e di incontro. Mi piace. Ho iniziata a percepirla, questa dimensione, negli ultimi due anni, percorrendo la linea gotica al seguito dei ciclisti della Staffetta dela Memoria. Non si trattava solo di una cavalcata divertente e turistica sulle montagne, e non solo di ricordo e commemorazione di un passato da rievocare magari con nostalgia, ma un immergersi anche e soprattutto nel paese di oggi. Uno degli aspetti che più mi meravigliava era la scoperta di tanti piccoli paesi, a pochi chilometri dalle città di pianura eppure cosi diversi, lontani, un’altra Italia che stava lì e sta lí, dimenticata, quasi abbandonata, che invece resiste tenace. Se ne è parlato anche questo ferragosto, quando sono tornato per incontrare un altro gruppo alla ricerca di memorie i marciatori a piedi da Sant’Anna di Stazzema a Monte Sole. Li abiamo incontrati insieme agli amici di Pracchia, dove passa anche la linea ferroviaria porrettana, che l’anno prossimo compie 150 anni, e che rischia la soppressione. Mi avevamo meravigliato, al seguito della Staffetta, le numerose ferrovie incontrate, ancora lì a stuzzicare ricordi e storie, di gente di montagna, di fatiche, di cammini. Ricordo anche di aver visto alcune piccole dighe, un nulla rispetto al Vajont ma che pure nel loro piccolo erano state capaci di far evacuare paesi, come se non fossero già bastate le evacuazioni delle truppe di occupazione tedesche qualche anno prima. Poi il territorio, bello e struggente – come lo è il paesaggio che ho ammirato da Erto – ma anche abbandonato o martoriato. Ma c’è tenacia e grande vitalità nei paesi, e qualcosa già si muove e bisogna incoraggiarlo, prestargli attenzione: ho cercato di raccogliere un po’ di appunti in alcune note. Ho incontrato anche lì una Tav, quella del Mugello, che in questi ultimi giorni torna a far parlare di sè. Quest’anno, in aprile all’ultimo passaggio con la Staffetta, una sera abbiamo anche intrecciato – intervistandoci a vicenda – le memorie di ieri, che io avevo già condensato nel libro In bicicletta lungo la linea Gotica, con le memorie di oggi, raccontate da Simona Baldanzi nel libro Mugello sottosopra e in altri suoi scritti.
L’altra Italia, quella che non si vede.
Andavo cercando una definizione più stringente di questo lavoro sulla Memoria e ora la dimensione della memoria come lotta mi pare la più appropriata. La memoria per valorizzare ciò che deve essere valorizzato e disvelare ciò che si vorrebbe far dimenticare.
Non è semplice, occorre ricostruire giorno per giorno la tenacia dei tempi lunghi.
Il 5 ottobre, veglia notturna alla sulla diga del Vajont.

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