“Ma la memoria non è in crisi”

3 Premio Saverio Tutino, dal 13 al 15 settembre a Pieve Santo Stefano, quest’anno con il titolo “Ma la memoria non è in crisi”, che ho interpretato a metà tra l’auspicio (in un periodo di incombente crisi delle memorie) e la consapevolezza che qui la memoria è viva, si produce, ê capace di dare nuovi significati ai ricordi (quelli nella mente e quelli lasciati scritti sulle pagine dei diari) che da individuali si fanno collettivi, accettano di esporsi. E infatti qui la memoria si espone, non solo con i diari e i memoriali che vengono pubblicati, letti in publico, che diventano film o narrazioni teatrali, ma anche con nuovi progetti in sviluppo, come la digitalizzazione di tutti i diari racolti (oramai circa settemila dopo tanti anni di attività), per favorirne una migliore e piû facile fruizione e consultazione. Anch’io ho sperimentato in passato la “frustrazione” di leggere quelle tre scarne righe di indicazioni su ogni singolo diario, scorrendo il catalogo on line dei diari, senza poter disporre subito di qualcosa di più o dell’intero testo. Frustrazione poi ampiamente ripagata, alla sede dell’archivio, le volte in cui, dopo essermi prenotato, sono andato per leggere, lì, addirittura gli originali. Una grande emozione, che ho sperimentato, girando quelle pagine talvolta scritte a mano, su quaderni e fogli di fortuna, o di nascosto, stupito io e anche preoccupato della loro fragilità, ma che per fortuna avevano attraversato indenni il tempo. Ora c’è questo nuovo progetto. A Pieve in 1questi giorni, tra le tante cose e in mezzo allo scorrere degli eventi programmati, ho potuto visitare anche la nuova sezione dell’archivio, dove i primi testi digitalizzati sono già visibili, in via sperimentale. Un allestimento originale, curato da un gruppo di ragazi e con loro alcuni artigiani, falegnami o elettricisti, accomunati dalla passione C’era una parete arredata con tanti cassetti e sportelli, quando ne aprivi uno il testo digitale ti appariva davanti, a riprodurre i segni della calligrafia, la loro ondulazione, il segno vivo  della pagina e della narrazione. C’erano anche giochi di luce nella sala, proiezioni di pagine già digitalizzate che si rincorrevano su e giù sulla parete e sopra quei cassetti e sportelli. Mentre aprivo uno sportello il fascio di luce m’è passato sulla mano, le parole scritte sono scivolate sulla mia pelle – quelle parole scritte chissà in quale lontano momento o in quale modo – come se scaturissero da dentro, mi appartenessero, come se i nostri stessi corpi siano capaci di produrre da sé quelle parole e quei racconti. Una bella emozione anche questa.  Nei cassetti c’erano alcuni originali dei diari.  Ho poi fotografato quei ragazzi che l’hanno allestita, mentre posavano insieme a Vinicio Capossela, ospite della serata di chiusura, dopo avergli raccontato, soddisfatti, il loro lavoro. Nella sala accanto avevamo già visitato il giorno prima una mostra di alcuni diari sotto bacheche di vetro,  come reperti preziosi di umanità. (Alcune delle altre foto scattate)2

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