Note agostane dalle parti di Pracchia (o “appunti per un controconvegno?”)

a_ferrovia La foto di un cesso abbandonato accanto a un cassonetto all’ingresso del paese. Non l’ho nemmeno scattata io, mi sembrava di sporcare le altre belle foto di quel paese. Non è il cesso in sé ma il suo effetto metafora: non lontano, un po’ più appartati verso il bosco, meno plateali ma più insidiosi c’erano anche dei pannelli di amianto. Certo, non accade solo qui: qualche giorno fa in un fosso dalle mie parti ho visto una bombola per l’ossigeno: qualcuno non ha più bisogno di respirare, è stata la spontanea battuta cinica che m’è venuta. Un cesso, dunque. C’è voluto un po’, devo ammetterlo, che s’innescassero nella testa pensieri ancora scollegati. L’armonia della bella atmosfera, del paesaggio, dell’occasione speciale per cui ero lì, della giornata – il 15 agosto – e del sentimento che nell’insieme si condivide, un po’ ne risentono.
Meglio così. Mai adagiarsi compiaciuti e trasformare un traguardo, una soddisfazione, in un punto fermo, un limite su cui arrestarsi. Sono venuto a Pracchia – che non è più un paese ma una frazione distante venti di km da Pistoia – per incontrare i marciatori partiti da Sant’Anna di Stazzema e diretti a Monte Sole. S’è parlato di memorie e di montagna. Ero già passato di qui un paio di volte, al seguito dei ciclisti della Staffetta della Memoria lungo la Linea Gotica, tutta intera, da mare a mare, da ovest a est. Immersi nelle storie di questi luoghi e avvolti da paesaggi carichi di sentimento.  La mia piccola Himalaya, diceva Terzani, che era di Orsigna, 4 km sopra Pracchia, una passeggiata nel bosco, tra castagni, torrenti e mulini da poco restaurati. 15 agosto, tempo di vacanza. Transiti a piedi o in bici in cerca di qualcosa di più, anche da noi stessi, di più profondo e stabile, ma sempre di transiti si tratta. Che cosa resta? Non di noi che comunque siamo mutevoli, ma dei luoghi in cui si transita?  Ci rendiamo conto che li stiamo abbandonando? Quest’anno a ferragosto era piacevole il paese: gente a spasso, amici che si ritrovano e si fermano per un saluto; anche l’aria era giusta – fresca, pulita, con un leggero vento e sole a volontà – e ne ha amplificato l’effetto. Camminando, m’immaginavo gli splendori d’inizio Novecento, gli alberghi e i viali riprodotti dalle foto d’epoca, alcune panoramiche, in primo piano la lunga curva della ferrovia e il treno con la locomotiva fumante che entra in stazione, di fronte alla galleria da dove la ferrovia scende giù verso Pistoia. 3_ferroviaGià, anche la ferrovia! Che resiste tenace. L’anno prossimo compie 150 anni: chissà se ce la farà davvero? Ultimo baluardo di un collegamento che rende Bologna e Firenze vicine. Come da una periferia immersa in un altro mondo, che all’occorrenza ti porta agevolmente in centro, come un metrò. Visti da qui, anche i bei centri storici di Pistoia, Firenze o Bologna paiono più belli, e più umani, con un fascino in più. Anche le città hanno bisogno di aprirsi, restare collegate, non chiudersi in se stesse come in un centro commerciale. Che c’entra tutto ciò con le memorie per le quali ci siamo ritrovati qui? Anche i marciatori da Sant’Anna a Monte Sole hanno percorso un tratto in treno. Dalla stazioncina di Biagioni a quella di Ponte della Venturina. Un piccolo spostamento per guadagnare tempo, dovevano salire a piedi verso Pavana e Sambuca. Una sosta piacevole sulla “vecchia carrozza”, da pendolari della montagna, tra le gallerie e i ponti che inseguono il Reno dentro questa gola di rocce e boschi, di curve che si chiudono e slarghi che si aprono. Il Reno era la fabbrica più importante, un tempo, con la sua acqua che diventava ghiaccio, molto ricercato durante l’anno giù in città. Alcune ghiacciaie sono state restaurate e si possono visitare, scendendo nei pressi del fiume. Più su invece ci sono i mulini. Farina di castagne. Il castagno qui era tutto. I boschi, anche quelli in apparenza più selvaggi non sono selvaggi davvero, sono così come da sempre li ha addomesticati la gente della montagna, con le sue fatiche, le economie, le storie. Ce n’è una diversa, di storia da raccontare, a ogni incrocio di sentieri, a ogni ponte, a ogni guglia che si apre su un altro cammino. Le segnala, le storie, talvolta un nome strano o curioso. Il Passo dello Strofinatoio, o quello di Porta Franca: vie di fughe o di contrabbandi. Oggi è il sentiero della GEA, che passa di qui, come alcuni rami dell’antica via francigena. Oppure è una pietra con incise ancora tracce di vita, a ricordare magari la vecchia dogana – tra il Granducato di Toscana, lo Stato Pontificio o il Ducato di Modena – o una torre di guardia o un vecchio mulino padronale. Altre volte non c’è nulla di visibile, solo il ricordo di vecchie storie ascoltate da bambini, che sarebbe ora di iniziare a raccogliere. Come favole. O ‘scantafavole’, per usare un’espressione in disuso, che da bambino sentivo usare dalle mie parti, per sottolineare che la favola è anche un canto, una filastrocca rimata che si ripete, per rinnovare la sorpresa della prima volta e il piacere di riascoltarla ancora. O di avvertire queste presenze attorno, mentre si cammina. Avevo iniziato a intuire qualcosa di questo tipo di sentimento – della montagna viva – già nei due anni in cui sono passato di qui al seguito dei ciclisti, qui e in tutti i luoghi simili incontrati in quel cammino. La Memoria, mi pareva di iniziare a capire, non è nostalgia per ciò che è passato e non c’è più. E’ l’opportunità di riattualizzare nel presente i significati più importanti per noi oggi. E non è qualcosa di astratto, che può fare a meno dei luoghi: senza la vita dei suoi luoghi la possibilità della memoria viene meno. Non è una farfalla bloccata da uno spillo sotto un vetro. Deve poter volare per continuare le sue metamorfosi e rinnovarsi nel tempo. Come può rinnovarsi, con le sue metamorfosi, la montagna, tornando a volare? Bella domanda, di cui conosco solo le risposte negative, quelle che indicano cosa non si dovrebbe fare. Mi sento impotente. Il progresso, la crescita, il modello di sviluppo ha portato all’inurbamento, allo spopolamento delle campagne: lo ricordo bene, ci sono passato anch’io nel mio piccolo, con la mia famiglia negli anni Cinquanta perché in campagna la fatica era troppa.  M’è capitato sotto mano uno studio sullo spopolamento e declino della montagna: è degli anni Venti e Trenta del Novecento. pracchiaE’ un’onda lunga, dunque, quella che dobbiamo contrastare. Da dove s’inizia? Intanto, magari, da quel cesso abbandonato, o da quelle lastre di amianto. Poi, magari, dalla ferrovia da non chiudere. Anzi, da animare, insieme alle sue stazioni. Mettiamoci dentro delle idee e poi sosteniamole, le idee insieme alle carrozze e alle stazioni. Come dei musei viaggianti e vivi, circoli sociali itineranti, biblioteche e ludoteche mobili, addobbiamo le carrozze con le storie che qui abbondano. Così potremo renderle anche utili, funzionali, integrabili con una miriade di piccole iniziative. I piccoli interventi che possono rilanciare lo sviluppo, necessari anche per mettere in sicurezza il territorio: la bellezza del bosco svanisce quando non c’è manutenzione, può anche ribellarsi e colpirci. Ritrovare le vecchie produzioni, le sfumature dei mille gusti, i sapori che non si possono omologare. Le piccole infrastrutture dell’accoglienza e dei servizi. Ho intravisto sul web anche i grandi programmi e i convegni dei governi: “Le aree interne: nuove strategie per la programmazione 2014-2020 della politica di coesione territoriale”. Sì, anche lì ci sono suggerimenti e analisi, ma soprattutto s’intravedono finanziamenti, senz’altro indispensabili, perché nulla si crea dal nulla. Ma accanto agli esperti delle accademie, invitati dai governi ai vari livelli, forse dovrebbero esserci anche gli esperti del luogo, dal basso, quelli che hanno resistito nel tempo e ci vivono nel territorio o vi fanno periodicamente ritorno, continuando a investirci. E allora, magari, più che un convegno per illustrare idee e analisi, mi viene in mente un ‘controvegno’. Un po’ come la scuola dal basso di Don Lorenzo Milani a Barbiana: altro luogo di montagna, nel Mugello, simile a questo. Perché il ‘controvegno’ è già nell’aria, ha già iniziato ad autoconvocarsi, nelle tante microinziative che si stanno animando. Utilizzando ad esempio lo strumento delle Pro Loco, che già s’incontrano tra loro, ma anche altri strumenti, per il recupero dei luoghi abbandonati da far rivivere per dare accoglienza, occasione sociale d’incontro, un punto di ristoro, un servizio per chi ci vive e per chi ci transita. Un ‘controconvegno’ ma non per fuggire dal confronto, anzi per cercarlo. Perché è dai convegni che solitamente si è esclusi. Senza una rete dal basso anche le idee migliori faticano a tradursi in realtà, e allora sono i finanziamenti a prendere il sopravvento e piegare le idee alle loro esigenze, finanziando se stessi.
Magari, invece, quegli stessi accademici, una volta chiuso il convegno in città, prendono il treno e si ritrovano qui, per rilassarsi e recuperare freschezza. E se poi, passeggiando, incontrano un cassonetto che straborda e un cesso abbandonato o delle lastre di amianto……?
orsignaQuante aporie ho incontrato in questo cammino nei percorsi della memoria? Già dal primo viaggio al seguito dei ciclisti della Staffetta, cercando di guardare meglio, avevo iniziato ad avvertire qualcosa. Ricordo l’impressione su al Passo della Collina Vecchia, un paio di km sopra Pracchia ma una ben più lunga peripezia l’arrivarci, aggirando strade non più percorribili e altre al limite della decenza. Quando scesi dal furgone in attesa dei ciclisti avevo in mano la macchina fotografica: “Siete venuti a scattarci le fotografie?” mi pizzicò all’istante, ironica e malinconica, la voce di un’anziana signora dal balcone della sua casa. E le ho scattate le fotografie, inquadrando la curva là in fondo, immobile e vuota, mentre la immaginavo ancora ricca e in movimento, con le auto, i furgoni e i viandanti di un tempo. Poi questa volta a ferragosto ho respirato un’animosità in più, qui a Pracchia, capace di rivivere, e ho capito il lavorio che c’è dietro, la sua tenacia. Come il pudore tenace della Memoria, quello che non vuole strafare nell’immediato ma con discrezione vuole durare nel tempo, mantenere il suo posto. Quel pudore che c’è e sa di esserci. Un ‘controconvegno’, mi piace l’idea, nel 150° della ferrovia. E’ possibile? Credo che anche tutti i marciatori e i ciclisti che passeranno di qui, provenienti come me da uno dei tanti itinerari, vorranno unirsi e offrire una testimonianza . Per ripartire poi più arricchiti.
(non l’ho messa la foto del cesso, scattata per documentazione da chi era con me; non mi sembrava più necessario metterla, e nemmeno di buon gusto; ho preferito il panorama con la strada la ferrovia e il Reno, la grande galleria verso Pistoia, la vecchia stazioncina dell’Alta Ferrovia Pistoiese (oggi dismessa e trasformata in un bel sentiero percorribile a piedi o in bicicletta, che risale su fino a San Marcello Pistoiese: già, qui a Pracchia un tempo c’erano due stazioni e due linee ferroviarie che s’incontravano!), e un mulino restaurato con sullo sfondo, in alto, le prime case di Orsigna) 

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