L’amore degli insorti

amore-degli-insorti“Vivo nel paradosso di chi c’è senza poterci essere” dice ad un certo punto il protagonista, durante il suo lungo colloquio interiore con se stesso. Mi sembra che questa frase sintetizzi bene che cosa possa significare vivere con la rimozione della propria storia. Non semplicemente la storia individuale, astrattamente intesa, ma il contesto dentro cui la storia individuale si è espressa, ha sognato, si è illusa, ha peccato di generosità o forse di meschinità: il confine tra questi due opposti può essere assai labIle. Basta ruotare lo sguardo e trovarsi di qua o di la di questa linea d’ombra che è fatta di noi stessi e di ciò che talvolta, in un modo non sempre appropriato, chiamiamo col termine scelta. La rimozione è quella di un’intera stagione, gli Anni Settanta, scomparsi nel nulla come se non fossero mai esistiti, e quindi può diventare quasi impossibile farci i conti. Il protagonista è uno che l’ha fatta franca, quando non era più possibile proseguire oltre con la lotta armata, s’è tirato indietro e nessuno ha mai scoperto nulla, il suo nome non è mai venuto fuori. Se prima, in quella breve stagione consumata in fretta, era latitante per lo Stato contro cui combatteva, nei 25 anni seguenti resta latitante anche a se stesso. Ha ricostruito una vita apparantemente normale e tutto è rimasto nascosto dentro di sé. Ha vissuto, quasi coscientemente, in compagnia  della sua stessa rimozione, che come un doppio fondo non lo ha mai abbandonato. Nessuno sa nulla e lui non parla di nulla con nessuno. Il suo punto di vista su quella stagione, in realtà complessa e ricca di tante sfumature,  è estremo, fatto solo di bianchi e di neri, senza sfumature. Non solo e non tanto, forse, per la scelta della lotta armata, senza sfumature e di cui non è affatto pentito, anzi ne reclama, nel colloquio con se steso, ancora tutte le ragioni. Il suo punto di vista è estremo perché la rimozione é cosciente dentro di lui e basta un nulla – ma non è esattamente un nulla, è invece una traccia del passato giunta viva fino ad oggi, quella che lo raggiunge, fa la differenza e innesca in lui questo lungo colloquio interiore. Il titolo del libro è bello, l’autore in appendice spiega anche come l’ha trovato. A me sembra bello per quel suo carattere sfuggente, difficile da fermare in un solo punto e allo stesso tempo niente affatto ambiguo. Fiero di sé. Come chi ha ancora una risorsa, o una possibilità di cui disporrre. La lettura forse potrebbe sembrare anche difficile a chi l’atmosfera di quel contesto non l’ha assaporata almeno per un po’. Non dico dallo stesso punto di vista del protagonista ma anche da una piega diversa dell’esperienza o da un’angolazione addirittura opposta, mi riferisco invece all’atmosfera di quella stagione nel suo insieme, con i suoi mille punti di vista. O forse è il contrario, chi è fuori da quella stagione magari  ha l’animo più sgombro, e quindi può muoversi con maggiore agio, più liberamente? Occorre in ogni caso che non resti ancora rimossa a lungo, quella stagione, per poterci davvero fare i conti! Il libro è interessante, sceglie punti di vista spiazzanti, forse per provocare in chi legge una lettura attiva. O per qualche altro motivo che un po’ mi sfugge. Sembra piu un punto d’inizio, dunque aperto,  che non una spiegazione a posteriori. E’ interessante.

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