Un passaporto per il cielo

Senza titoloRiordinando vecchie cose m’è capitato sotto mano un diario tenuto durante uno dei viaggi in Bosnia. Eravamo già nel 1997 e gli appunti mi servivano per “contestualizzare” meglio i racconti che io e Giacomo, accompagnati dall’amico Marco, stavamo già raccogliendo per il libro Izbjeglice. Non è un’analisi ma proprio appunti personali di viaggio, con l’attenzione rivolta alle piccole cose e ai pensieri così come appaiono. Senza pretese. Con le ingenuità, evidenti sempre a posteriori. Mi è piaciuto rileggere questa pagina perché ad un certo punto sembra quasi, come una sosta durante un cammino, che ci fermiamo per dare un’occhiata d’insieme al paesaggio in cui ci troviamo, consapevoli che è importante allargare lo sguardo, anche se ancora non siamo in grado di dirigerlo con precisione e con la giusta padronanza della messa a fuoco. Chiacchieriamo, tra l’altro, dell’Algeria e dell’area mediterranea.  Quindici o venti anni fa. Ieri come oggi.
Non ho ricordato subito, rileggendo i miei stessi appunti, che avevo scelto come titolo di questa pagina di diario “un passaporto per il cielo” proprio pensando alle nuvole che hanno bisogno di un visto per varcare le frontiere. Tanto è paradossale questa idea. M’è venuto invece in mente, per primo, il gioco con gli aquiloni fatti volare a Gradac, sulla costa dalmata, insieme ai ragazzini sfollati da Sarajevo. A cui accenno, ma accenno soltanto, in questa pagina di diario, e a cui ora – oramai quei ragazzini sono quasi tutti venticinquenni o trentenni e in buona parte sparpagliati per il mondo – dedico la foto dell’aquilone che scavalca perfino la luna. Nel libro Izbjeglice c’è un intero racconto dedicato, dal titolo “Fai volare le tue idee con un aquilone”. Ecco la pagina del diario del 1997:

Quali tempi stia attraversando l’identità di questo paese lo percepiamo bene grazie alla televisione di Zagabria, che mentre facciamo colazione qui a Mostar, nella casa dove siamo ospitati, manda in onda le previsioni del tempo: riguardano la Croazia e la Bosnia, e fin qui potrebbe anche andar bene, dato che la Jugoslavia non c’è più e quindi che Belgrado e il Montenegro ci pensino da soli a gestirsi nuvole e venti, siano essi balcanici o non. E’ la Bosnia in quanto tale che non c’è tutta, in quella mappa, ne manca una fetta, quella che corrisponde alla Republika Srpska, che si incunea all’interno, lungo il confine tra Bosnia e Croazia, e poi gira attorno, arrivando a infilarsi a sud a ridosso del Montenegro. E’ evidenziata sulla mappa, la Repubblika Sprskacome una macchia bianca e opaca, svuotata di qualsiasi icona che rappresenti il tempo atmosferico. Un tentativo di imitare il nulla. Mi sembra quasi di vedere lungo le frontiere le guardie doganali intente a oscurare il sole e fermare nuvole e vento e chiedere loro il passaporto, respingerle. A non tirare dritto ma girare tortuose attorno ai confini serbi, in cerca di un varco, prima di entrare nei territori della Federazione croato-musulmana: croato musulmana, da una parte il nome di un popolo e dall’altro quello di una religione! Solo questi ultimi territori, sulla mappa, sono colorati come quelli della vicina Croazia e usufruiscono anche loro, oggi, di un bel sole. E anche di qualche nuvoletta, che non guasta e completa il disegno. Il bianco opaco utilizzato per rimarcare la differenza dell’altro territorio, ha l’aspetto non di un vuoto, qualcosa che sia venuto a mancare, ma di un pieno che si sovrappone, una presenza da rimuovere, come se su quella cartina ci fosse un cerotto da tirar via per sgomberare tutto il terreno. A questo punto, sono curioso di vedere le previsioni del tempo trasmesse dall’altra parte della televisione di Pale, o da Bania Luka, con il vento che si incunea in quella fetta di territorio tra la Bosnia e la Krajina croata, e rimane lì imbottigliato, a gonfiarsi senza trovare una via di sbocco. E al centro c’è il corridoio di Brko, un budello di pochi chilometri di terra che unisce e divide la repubblica serba tra la sua parte a nord e quella a sud: deve essere proprio gelido come un corridoio, simile a quegli archi o sottopassaggi dei caseggiati, quando d’inverno vi si concentra veloce tutto il gelo che di qua o di là corre avanti e indietro nervoso. Mi vengono in mente, per contrasto, gli aquiloni che costruimmo lo scorso anno a Gradac, sulla costa dalmata, con i bambini sfollati: altro che sogni che prendono il volo, a Brko ci vorrebbero chiodi e martello per fissarli a terra!

Durante la colazione discutiamo tra noi della situazione in cui è precipitata l’Algeria. Il discorso arriva quasi per caso, parlando del mondo islamico, della religione musulmana, della cultura bosniaca, eccetera. Ricordiamo tra noi come spesso si sottolinei,  in Italia, da parte di molti, la peculiarità dell’islam in Bosnia, definendolo più tranquillo, meno rigido, meno… e così via, come a voler tranquillizzare noi stessi su ciò che invece al fondo c’inquieta riguardo all’Islam. Minimizziamo, più che cercare di capire, senza chiederci nemmeno che cosa possa voler dire minimizzare. In che senso? Le differenze nell’Isam, certo. E’ vero e non solo per la Bosnia ma per l’Islam tutto. Citiamo tra noi, per quanto possiamo esserne capaci, le differenze dell’Islam nei paesi dell’Africa occidentale, o in Turchia, o dentro gli stessi Stati Uniti. Più che differenze nell’Islam, dovremmo dire, differenze nei costumi dei paesi a maggioranza musulmana o nelle diverse comunità musulmane. E probabilmete è anche vero che il sentimento religioso in quanto tale non è forte nella cultura delle genti bosniache. Ma già parliamo di sentimento religioso, mescolandolo all’osservanza della religione, e iniziamo a perderci. Dovremmo essere più cauti. Ci viene in mente una conversazione, proprio di ieri pomeriggio, davanti alla chiesa francescana di Mostar, con un frate di nome Marinko,  che aveva studiato in Italia, e ci sottolineava sempre il fatto che lui era di Tuzla e non di Mostar e i frati framncescani di Tuzla non sono proprio uguali a quelli di Mostar, e dunque tutto è sempre un po’ più articolato. Un po’ di più di ciò che appare al primo sguardo. Questa sembra una peculiarità storica di Bosnia, che non ha cambiato nemmeno i frati di Marinko. I francescani vennero qui non per convertire i musulmani che ancora non c’erano, e nemmeno gli ortodossi che stavano più in là. Vennero per riportare all’ordine i bogomili, questa specie di eresia che non era nemmeno un’eresia perché comunque faceva riferimento a Roma. Come se lontano dal centro i legami s’indeboliscano, e ne nascano altri più autonomi ma al proprio interno. Un diverso modo d’intendere l’osservanza. Diciamo osservanza e non sentimento, che dovrebbe essere ancora un’altra cosa. Ci sarebbe da approfondire e studiare, noi chiacchieriamo semplicemente tra amici come se parlassimo del più e del meno, provocati questa volta da queste monche previsioni del tempo. Riusciamo a capire soltanto che quando da noi, in Italia, si sostiene che le genti di Bosnia abbiano un Islam più debole, e “quindi meno preoccupante”, in realtà si manifesta soltanto una certa fretta nel prendere le distanze dal “mondo islamico” in quanto tale, di cui in occidente in genere non abbiamo una buona percezione, dobbiamo ammetterlo. Anche perché, così facendo, dimentichiamo di osservare anche altro. E’ così che durante la colazione, di parola in parola, seguendo questa contorta concatenazione, arriviamo alla guerra civile che scuote l’Algeria e alle stragi attribuite a questi gruppi armati. E’ un argomento di cui dovremmo interessarci di più, senza fermarci alle apparenze. Da qualche tempo, infatti, sto iniziando a prestare sempre più attenzione alle cronache riportate dai nostri quotidiani, e non mi tornano i conti.  Le complicazioni della Bosnia non sono uguali a quelle dell’Algeria, ma nell’immediato trovo anche tante analogie. Anche lì, all’epoca del mondo diviso in due blocchi, c’era un paese non allineato, e anche lì ora le stragi avvengono all’interno, nello specifico colpendo anche altri musulmani. E anche lì, seppure in altro modo, dalla lotta di liberazione s’è formata una casta militare e statale che ora deve perpetuare e giustificare il proprio ruolo. Poi c’è un mondo occidentale, ipocrita, che nel 1992 ha tirato un sospiro di sollievo quando l’esercito ha assunto il potere e ha annullato le elezioni vinte dal Fis. In casi analoghi si sprecherebbero fiumi di condanne internazionali contro la distruzione della democrazia. Poi, c’è lo stesso esercito algerino che si proclama unico garante dell’ordine mentre il paese invece è nel caos più totale. E insiste anche, l’esercito, che si tratta solo di problemi interni, e dunque non permette alle associazioni internazionali di recarsi sul posto per svolgere proprie inchieste: non vogliono ingerenze. E ancora, l’inizio nel 1992: mi atterrisce, da sempre, la coincidenza delle date. E poi la nostra indifferenza, la svogliatezza che mettiamo nel guardarci attorno con senso di responsabilità. E ancora, l’eccessiva indulgenza dei giornali nel raccontare tutti i particolari raccapriccianti delle stragi ma nessun tentativo di spiegare cosa realmente accada, anche in questo caso ad appena due passi da casa nostra. Dall’altra parte del mare.

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