La ferrovia di Pracchia

pracchiaIl 14 incontrerò gli amici di Pracchia e i marciatori che saranno arrivati da Sant’Anna di Stazzema, diretti a Monte Sole. Sono ancora incerto se proseguire con i marciatori almeno per un paio di giorni, solleticato anche dalla possibilità di tornare indietro a Pracchia utilizzando il treno della gloriosa linea porrettana, Cerco informazioni sugli orari e scopro… che cosa? Che la ferrovia è chiusa dal 5 al 24 agosto. Incredibile. Sì, ho capito, riguarda solo i giorni feriali in un periodo di ferie, ma che brutto segnale! Pracchia s’è unita nella mia memoria alla ferrovia, anzi alle ferrovie, perché da qui fino agli anni Quaranta partiva anche un’altra ferrovia, a scartamento ridotto, per San Marcello Pistoiese, la FAP, le Ferrovia Alto Pistoiese. Quando sono passato di qui la prima volta, al seguito della Staffetta della Memoria, più ancora delle vicende storiche della guerra e della Resistenza – di grande impatto, in questa zona – erano state le ferrovie ad affascinarmi, tanto che nel libro “In bicicletta lungo la Linea Gotica” cerco di dedicargli due o tre pagine. Magari scritte in fretta e con una documentazione un po’ veloce e sbrigativa, ma utilizzando al meglio il poco di cui fino a quel momento disponevo, perché l’argomento mi piaceva, soprattutto pensando al contrasto con la vicina ferrovia della Galleria Direttissima e, soprattutto, più in là ancora, la TAV del Mugello (un crescendo di soldi e di supervelocità: tra poco arriveremo ancora prima di partire).
collinaLeggo dal sito del comitato “Viva la Porrettana Viva” che qualche tempo fa qualcuno ha definito la montagna pistoiese come “il deserto dei tartari” (che tra l’altro è anche uno dei più bei romanzi che ho letto, ma che magone !) e in effetti ho anche respirato un po’ di questa atmosfera su al Passo della Collina vecchia, ma le quattro volte in tutto che ci sono passato ho sempre trovato questa zona splendida, e immagino anche ricca di storie da svelare. Ecco un alcuni brani dal mio libro:
tizzoro“Ripartiamo da Campo Tizzoro. Il primo tratto di discesa è breve, un paio di chilometri appena. Uscendo dal paese vedo sulla sinistra, lungo la strada, alla fine dei capannoni della vecchia fabbrica, la vecchia stazioncina ferroviaria stretta tra altre case. Sembra abbandonata, con evidenti segni di usura. Al bivio di Pontepetri, i ciclisti prendono a destra, verso Sammommé, da dove saliranno al Passo della Collina Vecchia, circa seicento metri più in alto. Noi con i furgoni (…) ci fermiamo a Pracchia, per fotografare la vecchia stazione della Ferrovia Alto Pistoiese. La sosta è d’obbligo. Troppo bello e carico di storie. La Resistenza, del resto, non è solo qualcosa di militaresco da scrivere in un libro di Storia ma è anche tradizione, storie dei luoghi e delle vite che ci hanno preceduto, con la loro quotidianità. La stazione purtroppo rivela molto chiari i segni del tempo e dell’incuria. Verrebbe voglia d’invocare anche qui l’intervento di una banca, questi strani e moderni mecenati dell’età moderna. La circonda una rete rossa di plastica che non ci lascia avvicinare, per motivi di sicurezza. Sul retro scorre a strapiombo un torrente, come in un vecchio mulino. Il capolinea della ferrovia era qui perché sul piazzale di fronte c’era, e c’è tuttora, la stazione della linea ferroviaria Porrettana. Entriamo a curiosare e ci affacciamo sulla piattaforma di fronte ai binari. E’ bello l’impatto. Cerco di cogliere i segni del suo passato rigoglioso e carico di treni, immaginando un secolo fa le locomotive che escono sbuffanti dalla galleria che vedo la in fondo. I treni salgono da Pistoia, a soli 26 chilometri, superando un dislivello assai ardito di circa 550 metri, con pendenze tra le più elevate, compreso l’ultimo tratto in galleria sotto Sammommé, prima di affacciarsi qui direttamente sulla stazione. Nel 2014 la ferrovia compirà 150 anni. Ai suoi tempi fu un’opera d’ingegneria innovativa, con le sue 48 gallerie e 35 tra ponti e viadotti. Il primo collegamento serio tra nord e centro Italia ma ancora a binario unico e, dati i tempi, non elettrificata. Per essere percorsa abbastanza agevolmente, data la sua quota di valico a 650 metri e le pendenze elevate da superare, si dovette attendere l’impiego di locomotive dalla giusta potenza. Alla fine fu anche elettrificata, ma era già il 1927 e da lì a poco entrò in funzione, pochi chilometri più in là, la più moderna e veloce linea ferroviaria Direttissima, già elettrificata e a doppio binario. Il colpo più duro però lo diede la guerra. I tedeschi prima usarono le gallerie per nascondere i pezzi di artiglieria, e poi durante la ritirata distrussero sistematicamente tutto ciò che poteva essere utile agli Alleati. Tra Bologna e Pracchia fecero saltare 29 ponti, 8 gallerie, 10 stazioni, 45 case cantoniere, 52 chilometri di binario. Provocarono addirittura lo scontro tra due locomotive cariche di esplosivo in piena galleria. La ferrovia però si riprese e la ricostruzione avvenne a tempo di record: il tratto da Bologna a Pracchia fu riaperto il 5 ottobre 1947 e il resto fino a Pistoia il 29 maggio 1949. La linea però non riprese più il ruolo di un tempo anche se continuò a funzionare, fino ad oggi, per un traffico di interesse locale. Negli ultimi tempi è di nuovo in pericolo, per nuovi piani di tagli meno interessati al traffico locale. Prima dell’elettrificazione, i fumi e i gas di scarico che si accumulavano nelle gallerie causavano gravi malori ai macchinisti, per i principi di asfissia da ossido di carbonio. Soprattutto nelle gallerie con i tratti più lunghi di salita. I macchinisti conoscevano già i primi sintomi – un dolore acuto dietro le orecchie – e cercavano di proteggersi con stracci bagnati sul naso e la bocca, improvvisando una specie di maschera di protezione. pracchia_old_03_0Ma non bastava. Molto spesso macchinista e fuochista finivano col perdere i sensi e cadevano svenuti sul pavimento. All’uscita dalla Galleria Appennino, proprio quella che vedo ora là in fondo, la più lunga e difficile, c’era un sopralzo sul quale aspettavano due macchinisti pronti a saltare sulla locomotiva, ormai senza controllo e a passo d’uomo, per infornare le ultime palate di carbone e ridare nuova energia alla macchina, consentendo così a tutto il treno di uscire. Per macchinista e fuochista invece non c’era nessuna bombola d’ossigeno a restituire vigore. Dovevano fare da soli il pieno di aria fresca dei boschi – per fortuna che la valle del Reno ne è ricca – prima di entrare dentro la successiva galleria. Solo verso la fine dell’Ottocento s’iniziò a introdurre i primi ventilatori per pompare aria fresca contro i treni in salita e disperdere il fumo che si accumulava in galleria. Un sistema che si dimostrò più efficiente dei precedenti pozzi di ventilazione e che gradualmente fu introdotto anche nelle altre gallerie e su altre linee ferroviarie. Si chiamava ingegneria innovativa, ma forse non erano soltanto gi ingegneri a contribuirvi.”

(La foto storica è tratta dal sito della Pro Loco di Pracchia; la Marcia per la Pace Sant’Anna di Stazzema-Monte Sole è organizzata da Arci Versilia e Anpi; il libro “In bicicletta lungo la Linea Gotica” racconta il viaggio della Staffetta della Memoria dal Tirreno all’Adriatico; l’incontro è il 14 alle ore 18 presso il posta tappa GEA; il successivo appuntamento con “In bicicletta lungo la linea gotica” è ad Ancona il 21 agosto alle ore 21). 

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2 risposte a La ferrovia di Pracchia

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