Come divenni Brigante

cover_croccoHo attraversato la valle del Basento – passaggio in Lucania – fermandomi al Parco della Grancia per godermi il cine spettacolo La storia bandita, e poi ho proseguito verso nord attraverso il Vulture e il Melfese. Terre di briganti e in particolare di Carmine Donatelli Crocco, il Generale. Tra i libri che avevo con me, naturalmente la sua autobiografia, “Come divenni brigante“, scritta in carcere dopo qualche decina di anni, a cavallo del nuovo secolo che s’era aperto con le cannonate di Bava Beccaris e i regicidio di Gaetano Bresci.
La lettura di Crocco è molto interessante; il linguaggio e le immagini molto dirette, senza veri compiacimenti e nemmeno pentimenti nel senso comune del termine, e lo sguardo è sempre molto lucido e disincantato, pratico, realistico a suo modo: offre una visione dal di dentro o rovesciata di un importante periodo storico, quello fondativo del nostro paese, che conosciamo così poco, soprattutto in quei risvolti che non hanno voluto stare al gioco. La parola che riassume il tutto è “brigantaggio” ma dentro c’è un pezzo intero di società e di storia, e quindi di noi stessi. Avevo letto di Crocco e gli altri quasi quarant’anni fa ma ora ci sono tornato con uno spirito diverso. I briganti come rivoluzionari? Forse faremmo un torto a entrambi, sia ai “briganti” che ai “rivoluzionari”. Ma conoscere meglio tutte queste storie di rivolte a ingiustizie ataviche e a speranze deluse, tra ideali non sempre aderenti alla realtà, occasioni mancate e dignità ostinate, dovrebbe farci soltanto bene.
Ecco alcuni stralci di quanto ho letto:

Carmine Crocco

“La caccia ai briganti, specie nel Melfese, fu dapprima fiacca e debole, causa la deficienza di truppe regolari, e ciò fu incitamento al moltiplicarsi dell’orda brigantesca. Piccole vittorie nostre negli scontri contro le truppe, il grande appoggio, materiale e morale ricevuto dai reazionari e dal clero, ci entusiasmarono facilmente, onde spesse volte ebbri di sangue e di ferocia, dopo inaudite barbarie, ci credemmo sul serio padroni dei luoghi e del momento.
Quando però l’impero della legge cominciò a prevalere nelle campagne e nei paesi, e le popolazioni compresero la necessità di accettare le leggi del nuovo governo, e ne toccarono con mano i benefici, allora la lotta contro di noi si fece viva, insistente e più tardi accanita. Sfruttati i paesi posti alle falde del Vulture, resa insidiata e mal sicura la nostra presenza a Monticchio e boscaglie limitrofe, nel maggio 1862, organizzati in piccole bande lasciammo le nostre residenze abituali.”

“A molti potrà apparire strano come la mia banda, così numerosa e formidabile, abbia potuto spadroneggiare dal 1861 al 1864 e che non ostante l’accanito inseguimento della truppa, abbia io potuto attraversare incolume il territorio che separa la Basilicata da Roma.
Alla nostra salvezza contribuirono in massima parte i signori col loro potente ausilio, od almeno col loro silenzio. lo stesso che scrivo, nei vari anni della mia vita di bandito, dormii poche volte al bivacco, e trovai alloggio e ristoro presso persone da tutti ritenute intangibili sotto ogni rapporto. Non fui mai tradito; molte di queste persone non mi tradirono per paura benchè io non li minacciassi, ma altre molte mi diedero ricovero per interesse ed altri ancora per cupidigia.
Sono ancora creditore di parecchie migliaia di ducati dati in prestito ad un reverendissimo sacerdote, che si salvò di poi a Napoli quando gliene chiesi la restituzione.
Altro fattore che contribuì moltissimo in nostro favore fu lo spionaggio. I nostri confidenti erano contemporaneamente informatori del governo e stipendiati quindi dallo Stato, di guisachè eravamo quasi sempre informati delle mosse della truppa; e più di una volta, per far acquistare merito e prestigio ai confidenti (contemporaneamente nostri e del governo) mandammo noi stessi informazioni esattissime ai Comandi Zona, sul luogo del nostro bivacco. E quando la truppa giungeva sul luogo per darci la caccia noi, che avevamo avuto tempo di misurare la forza, l’attaccavamo oppure la sfuggivamo a tempo, secondo la convenienza.”

“Non pochi confidenti facevano parte della guardia nazionale e per mezzo loro si ebbero talvolta informazioni precise sul luogo ove erano depositate le armi, sul punto in cui stazionavano normalmente le pattuglie notturne, di guisachè avanzavamo spesso a colpo sicuro.
La grande conoscenza che noi avevamo del paese, il terreno eminentemente boschivo, teatro delle nostre gesta, l’acquistata abitudine ad una vita da selvaggio, costretti talvolta a mendicare il pane della giornata, obbligati ad errare di serra in serra fra cespugli spinosi, per fossi profondi, una sobrietà a tutta prova, furono fattori potentissimi che contribuirono a renderci forti e temuti.
Per effetto del numero abbastanza grande dei componenti le bande e più ancora la efferatezza di molti di noi, spesso trovammo ostilità in quella plebe, dalla quale noi tutti eravamo usciti; ma in generale essa fu spesso di potente ausilio in tutte le nostre imprese. Cotesto aiuto, quasi sempre spontaneo, era conseguenza dell’odio innato del popolo nostro contro i regi funzionari e contro i Piemontesi, causa non ultima gli effetti della legge Pica, ed il modo sprezzante col quale gli ufficiali usavano trattare le popolazioni, facendo d’ogni erba un fascio.”

“Prima del 1861, quando nel trono di Napoli regnava Franceschiello, molto dell’elemento che costituiva la mia banda, proveniva dalle angherie sbirresche degli sgherri di Del Carretto, da persone che non avevano voluto piegare la fronte dinanzi a soprusi inauditi, che non vollero vendere l’onore delle loro mogli o delle giovane figlie a signorotti prepotenti, e si videro perciò perseguitati, posti all’indice quali malviventi, vagabondi, persone facili a delinquere.
Dopo il governo di Vittorio Emanuele concorsero invece ad aumentare le nostre file i molti perseguitati dall’elemento cosiddetto controreazionario, che con spradoneggiante spavalderia, sotto l’usbergo della legge, commetteva infamie di certo non inferiori a quelle dei briganti, e con vendette basse e vigliacche denunziava padroni e servi alla polizia per sbarazzarsi di nemici personali.
Tra le bizze degli uni e degli altri, chi se ne avvantaggiava eravamo noi che reclutavamo nel nostro seno persone che esercitavano influenza sui non abbienti.
Fra le varie bande che infestarono la Basilicata, posso affermare senza tema di essere smentito, che la mia era la più ordinata e la meglio organizzata. Coppa, Ninco- Nanco, Caruso, Tortora, Serravalle e molti altri che ebbero il comando di bande, furono tutti miei dipendenti, ed ebbero in seguito sempre un sentimento di rispetto per il loro generale.”

“I miei gregari mi amavano e mi ubbidivano senza bisogno di mezzi coercitivi, qualche severo esempio dovuto dare per disciplinare le orde, mi fu strappato direi quasi a forza dalla necessità dal momento, ma fui sempre con tutti affabile ed amico, anzichè superiore. Ogni mio desiderio era ordine per i miei gregari ed in qualche operazione azzardata, nella quale dovevano concorrere pochi briganti, era per me doloroso il dover sempre respingere la spontanea cooperazione di volenteroso che spontaneamente si offrivano per compagni nell’impresa.
Ebbi chiamate da Generali e da Prefetti ove mi si promise non dico la libertà, perchè mentirei, ma assicurazione della vita, qualora mi fossi presentato; mi mostrai sempre sordo ad ogni invito, convinto che sarei stato rinchiuso in perpetuo, essendo io il capitano generale di tutti i briganti della Basilicata. Molti miei gregari allettati dalla speranza di una lieve condanna, senza rendermi avvertito, si presentarono in Rionero al generale Fointana e si ebbero condanne non gravi, in confronto ai compiuti delitti. Costoro furono sempre da me detestati e citati di codardia all’ordine dei giorno.”

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Informazioni su Tullio Bugari

https://tulliobugari.wordpress.com/
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