“A tutto ciò che ha un senso, non importa quale.”

imagesMille anni che sto qui, di Mariolina Venezia. Ho letto una recensione in cui si dice che questa storia ricorda un po’ Macondo, come un “Cent’anni di solitudine” nostrano. In parte forse sì. Ma c’è indubbiamente anche di più, e soprattutto di diverso in questo libro. Intanto, sembra scritto dall’interno, nel doppio significato di esserne partecipi e di avere usato non solo la testa ma qualcosa di più ancestrale, che sta appunto dentro, come un appartenenza materica, corporea, a un mondo che forse non esiste più. Ma è esistito e ha lasciato tracce. Non esiste più nelle sue apparenze esterne, nella sua vitale quotidianità, anche dura, fatta di fatica, dalla quale c’è stato bisogno di sottrarsi, emanciparsi, ma che ancora continua a esistere, e a tramandarsi, nei nostri meandri più profondi, quelli che dovremmo essere capaci di sentire, perché hanno a che fare con la nostra identità.

Ci sono pagine – come quelle che riguardano Gioia, l’ultimo dei personaggi che si susseguono in questa saga familiare dal basso – in cui questa capacità di sentire sembra addensarsi in un modo quasi sciamanico, raggiungendo tensioni estreme. Gioia vive più di altri  il senso del cambiamento – perché è questa l’epoca che le è toccata – del superamento e della perdita di questo mondo. Estraniandosi essa stessa, allontanandosi per moto naturale verso i suoi sogni, o illusioni, per riscoprirlo poi questo mondo ancora attivo dentro sé, rivivendolo come in una trance o come in un doppio sogno, immaginando la vita come avrebbe potuto essere e come invece non è. L’identità e ciò che gli altri non sono.

Gioia assorbe dentro di sé  come in un distillato la storia della sua famiglia attraverso cinque generazioni. Una storia vissuta soprattutto al femminile, di donne che travagliano – è un parto continuo – e poi di bambine generate da quel travaglio e che gradualmente prefigurano la vita, quella stessa vita alla quale tutti si forzano di abituarsi come in un abito stretto – quello che cuce per i paesani il sarto di turno, ad ogni generazione, poco abituato ad assecondare i corpi che con buona volontà vi si adattano, ma restando sempre anche un po’ riottosi.  E poi la fatica, tanta, sempre, inesauribile, mai del tutto così naturale, riottosa anch’essa, arrabbiata a volte, che non si illude ma nemmeno si rassegna. Gli uomini, quando vi entrano in questo mondo un po’ Macondo, lo fanno per una qualche sensibilità diversa, che scambiano per una debolezza che li mette a disagio, o forse una timida comprensione dei rispettivi ruoli, come una fatica da condividere. Anche di personaggi maschili ce ne sono tanti, tutti con la loro individualità. Tutti i personaggi di questa saga, e sono tanti, uomini e donne, sono ben individuabili e diversi uno dall’altro, non si confondono eppure si riconoscono. Forse è proprio questa la loro forza nascosta, quella di sembrare uguali ma in realtà di non assomigliarsi.

Una saga che inizia nel 1861 e che ha anche una specie di mito fondatore. La vicenda del suo capostipite che come in un mito greco muore trascinato in un lungo e in largo nel suo territorio dal suo cavallo, a cui l’hanno legato i briganti. E con il suo sangue impregna la terra. Ma non c’è vera tragedia, nella senso dello sconcerto per quello scempio che dovrebbe essere enorme. Anzi, c’è quasi una serenità – in lui, che non muore subito – nell’accogliere il destino, il fato che ha deciso di compiersi. Ha nascosto un tesoro, prima d’essere trascinato via, la sua polizza sulla vita, e lo ha nascosto cosi bene che la sua discendenza per scoprirlo dovrà avere la pazienza di aspettare che prima diventi una leggenda.

Dicevo dei briganti. S’incontra all’inizio anche Carmine Donatelli Crocco, il generale, il capo dei capi, ma non è lui il responsabile del mito fondatore, lui ha il suo destino a cui andare incontro. Vi sono in questa saga storie di migrazioni, c’è un viaggio verso La Merica, e poi il ritorno, amaro come un cerchio che non si chiude. Ci sono la prima e poi la seconda guerra mondiale, chi è costretto a partire per sacrificare se stesso a una patria strana, di cui a fatica si comprende la lingua.
Ci sono il fascismo e anche la scoperta del comunismo. Al fascismo si adattano subito tutti i “Don” del paese, che ne approfittano per sottolineare il loro rango e la loro distanza, imporre cerimonie nuove di sottomissione. Il comunismo è più complesso, e arriva dal basso. Rocco lo scopre attraverso i libri, e poi attraverso le esperienze vissute al nord, nel reggiano, attraverso il suo immedesimarsi con ammirazione nella storia di un altro popolo che sembra aver trovato una strada. Le cooperative. Ma che resta comunque “altro”, c’è qualcosa che impedisce a Rocco di farvi parte. Quando è ora di salire in montagna, dietro a quella ragazza che lo invita, non avverte dentro di sé lo stesso impulso. Nascerà invece qualche anno dopo, quella spinta che contagia molti, quando si tratterà di occupare le proprie terre. Le terre. Spesso prevale nel racconto – o nel mio modo di figurarmi le scene – l’angustia dei vicoli di paese. Fa addirittura specie, ai personaggi,  sapere che su al nord i contadini vivono direttamente negli spazi aperti della campagna.  Ma poi  l’occupazione delle terre realizza proprio il dilagare di tanti in quegli spazi dall’orizzonte aperto, una libertà a cui forse è difficile abituarsi davvero, come un vestito all’improvviso diventato troppo largo. C’è anche la polizia, si spara e c’è chi muore.

Poi arrivano gli anni del progresso e dei nuovi costumi, della liberazione dal bisogno grazie agli elettrodomestici, siamo già negli anni Sessanta, che irrompono in queste terre con i pozzi di metano, le fabbriche, la plastica, le nuove fibre chimiche, il nylon. Getta via il vecchio, cambia, distruggi il passato. Via le vecchie caldare di rame per un bel moplen. Con le fabbriche si abbandonano anche i campi appena occupati: getta via anche quelle lotte. sembra svuotarsi qualcosa dentro. E allora anche la politica, quel comunismo che pareva così immediato perde la sua immediatezza, la sua attrazione, il suo senso di appartenenza. Non ci va più alle riunioni o a quelle processioni senza santi né madonne ma solo con le  bandiere rosse.

Gioia è allora che arriva. Vive quasi in modo sciamanico quel cambiamento sulla soglia degli anni Settanta. I Sassi di Matera li trovo presenti soltanto a questo punto nella storia, ora che forse si sono già svuotati della vita che è stata e sono rimasti lì mezzi vuoti, quando arrivano i nuovi ragazzi che vi si accampano. Quei Sassi che qualcuno vorrebbe sotto vetro, ma forse non per preservare un passato già scomparso ma solo per evitare che altri vi entrino ora, per dargli – anche se a modo suo –  una continuità mitica, che è un po’ anche una frattura. Mi hanno fatto venire in mente, queste pagine, i racconti delle grotte attorno Troia, rievocate da Christa Wolf nel suo Cassandra, dove le comunità “altre”, formate soprattutto da donne, resistevano, si ritrovavano, si parlavano. Erano l’altra realtà, quella sotterranea, che dura.

Ma mi sembra che la sto facendo troppo lunga, mettendoci abbondantemente del mio. In realtà tutta questa storia io non la conosco, cerco di comprenderla alla meglio, cercando analogie in  altre, compresi i ricordi della mia infanzia nella mia campagna, negli anni Cinquanta, oppure tra i libri che ho letto. Tra questi ce n’è uno che ho sentito raccontare anche in prima persona, quello dell’amica Loretta Emiri, con la sua storia quasi antropologica “Quando le amazzoni diventano nonne“, vissuta nelle campagne umbre dalle donne della sua  famiglia. Storie e mondi – quello umbro e quello del Basento – non riducibili l’uno all’altro ma con la stessa sensazione di corporeità, della capacità di vivere addosso quelle vicende come farebbe uno sciamano. Oppure come fa un popolo che vive lì da mille anni e anche da più – Loretta è arrivata in Amazzonia e ci ha vissuto una ventina di anni, riscoprendo lì il senso delle sue radici umbre. Ecco, questa è l’unica vera analogia che ho trovato con la storia letta ora.

Per il resto, dice la stessa autrice, che ad un certo punto s’inserisce in prima persona nel racconto: “Non è facile racconatre questa storia a chi non conosce la valle del Basento, il cielo celeste come i colori a matita dei bambini, i pendii che il grano rende verdi a primavera e gialli d’estate, i fuochi nelle stoppie, i tralicci per l’estrazione del petrolio, i paesi agonizzanti sulle colline, il volo del nibbio. Cosa c’entri con me non saprei dirlo. Somiglia all’espressione che mi scopro in faccia certi giorni, quando mi guardo nello specchio di sfuggita. A stati d’animo che mi assalgono all’improvviso, così profondi che sembrano esistere da prima che io nascessi. Somiglia alle domande che mi faccio e alle risposte che a volte trovo senza cercare. Agli imprevisti. Ai piani continuamente sconvolti. A tutto ciò che ha un senso, non importa quale.”

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Informazioni su Tullio Bugari

https://tulliobugari.wordpress.com/
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4 risposte a “A tutto ciò che ha un senso, non importa quale.”

  1. driuorno ha detto:

    L’ha ribloggato su BABAJI.

    Mi piace

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