Come piante tra i sassi

3c4867f5-037b-48f2-9875-a8d5a1d0a709COME PIANTE TRAI SASSI. Un romanzo di Mariolina Venezia, che ho appena terminato di leggere. Dopo aver cercato qualcosa che parlasse di Lucania – la storia è ambientata tra Matera e la costa ionica –  ma anziché una guida ho scelto un romanzo, in grado di portarmi dentro, oltre.
“Verso la fine degli anni Ottanta in poco tempo i Sassi avevano smesso di essere un’ignominia per diventare un vanto, e qualcuno si era adoperato per farli riconoscere Patrimonio dell’umanità. Fu in quel periodo che lanciarono un concorso al quale parteciparono architetti provenienti da tutto il mondo. Si erano sbizzarriti. Raccontavano di uno che avrebbe voluto metterli sotto vetro e un altro che immaginava di riempirli d’acqua e magari farli visitare con la gondola. Il progetto che era stato realizzato alla fine non era così suggestivo, ma aveva finito per renderli simili a San Marino, o a Trastevere, o ad Alberobello, insomma a qualunque posto di quelli per i quali si impiega l’aggettivo caratteristico.”
Fa dire così, l’autrice, alla protagonista, tra i suoi pensieri, mentre cammina sulle scalinate in discesa dei Sassi, nel corso della sua indagine. Perché la protagonista è un sostituto procuratore e la storia si sviluppa come un giallo, un delitto su cui far luce, nelle sue cause nascoste e sotterranee. E di sotterraneo c’è molto, in tutto il libro, nel senso fisico del termine, quello degli scavi dei resti archeologici, del mitico tempio di Persefone nascosto chissà dove, ma anche dei tombaroli, dei traffici nascosti alla Legge, nei sottofondi della società, dove anche la società “alta” affonda le mani e tutti sanno ma nessuno sa.
Sotterraneo anche nel senso del continuo riandare con la memoria alla gioventù, ad una felicità non persa perché passata ma proprio perché non colta quando, forse, avrebbe potuto esserlo.  E’ anche un modo, questo del pensiero a ritroso – capace di cogliere le cose in seconda battuta – per far riandare la protagonista ai suoi ricordi del liceo, le versioni di greco, con il mito di Persefone e dei misteri eleusini sullo sfondo, in un sovrapporsi di mito e di quotidianità . mentre ricorda, nei momenti più impensati – quasi confondendo i due piani uno sull’altro.
Il tutto vissuto ed osservato dalla protagonista con “secco naturalismo”, se mi è concesso l’uso di questo termine in questo modo, nel senso che lei non è una sognatrice un’intellettuale, una romantica persa in altre dimensioni della mente. Anche se, in ogni caso, l’autrice  in un’intervista la definisce un Don Chisciotte dei tempi nostri. A scuola da ragazza le dicevano “si applica ma non ha gli strumenti” (bella questa “metafora rovesciata” degli “strumenti”, sarebbe da esplorare ancora), rimproverandole la mancanza di fantasia, che le impediva di “capire” i misteri del mito, i messaggi. E così lei impara col tempo a farne a meno degli “strumenti”, e a collaudare sue tecniche, che mantengono lo sguardo sempre molto aderente alla realtà nella sua immediatezza. Sembra quasi “decostruire”  il significato “che appare”.
Durante l’indagine emergono anche altre cose sotterranee, più inquietanti, le scorie dei rifiuti nucleari, e sullo sfondo anche la storia del campeggio antinucleare del 1977 (personalmente allora non c’ero stato, anche se ne avevo l’età, ma ricordo di averne discusso con altri, mentre ero in settembre a Bolopgna, nei giorni del famoso convegno internazionale contro la repressione). Ma non è solo il passato, c’è anche il presente, e il problema dei rifiuti tossici continua  oggi. C’è nella storia anche la manifestazione di centomila persone di alcuni anni fa a Scanzano Jonico.
Il finale è interessante. Senza usare gli strumenti – non esiste l’intuito, oppure se esiste è sotterraneo come il tempio di Persefone, interviene solo in seconda battuta – e quindi senza inventarsi nulla, ciò che appare della realtà pian piano appare in diverso modo, con le sfumature che si ricombinano come tasselli, e i significati illuminati da una diversa angolazione di luce. Come se il mistero di Oreste  e delle Erinni, alla fine, non è che si sveli come chissà quale mito debba svelarsi, ma ci si rende conto che in realtà è sempre stato sotto i nostri occhi. Ciò che si svela forse è proprio il disincanto.
“Intanto erano arrivati a Scanzano. La gente era scesa per strada. Qualcuno suonava quella canzone: ‘Ommo se nasce, brigante se more, ma fino all’ultimo avimma sparà. E se murimmo menate nu fiore e na bestemmia pe’ sta libertà’. Nella piazza stavano ammucchiando la legna per i falò. Imma li guardò. Non era gente che aveva caratteristiche particolari. Non erano persone molto allegre, né avevano grande talento per il commercio, erano testardi, suscettibili, gnugneri, a volta logorroici, però quando si mettevano non mollavano, come certe piante abituate a crescere in terreni impervi. Come lei.”
Il libro è scritto come un giallo,  si legge bene, scorre via leggero, con un bell’intreccio e anche diversi scambi di prospettiva, e ci porta con naturalezza dentro un angolo d’Italia che a qualcuno era venuto in mente di mettere sotto vetro. E magari infilzare, come le farfalle in una teca. E invece gli antichi greci attribuivano a Persefone proprio il risvegliarsi della natura, in primavera.

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