Ricordare il Vajont esige un’indignazione che duri nel tempo, come per l’Olocausto.

11936_376197162490079_1389871215_nVajont, l’onda lunga, di Lucia Vastano, quarta edizione, Sinbad editore. Lucia Vastano, autrice del libro, è la portavoce dei Cittadini per la memoria del Vajont. Lucia è una giornalista inviata di guerra, ha lavorato in Afghanistan, Iraq, ex-Jugoslavia e in tante altre situazioni. Anche il Vajont può essere considerato una guerra, con le sue vittime, per effetto delle azioni e delle scelte volute dagli uomini, in nome dei profitti e incuranti delle conseguenze sugli altri. Incuranti: la parola incuria compare nel testo della legge approvata nel 2010 per istituire il 9 ottobre – anniversario della strage – come “Giornata in memoria delle vittime dei disastri ambientali e industriali causati dall’incuria dell’uomo”.

E’ inequivocabile che la parola incuria, nel testo della legge è usato con ben altro significato, per sminuire o nascondere le responsabilta dirette. Sarebbe come voler ricordare le vittime di Ustica – sottolinea l’autrice – accomunandole ad una giornata in memoria delle vittime dei disastri aerei (con tutto il rispetto per queste vittime, naturalmente, ma di altro si tratta). Oppure, viene da aggiungere a me, come quei tentativi di revisionismo che vogliono mettere sullo stesso identico piano le vittime di entrambi i fronti durante la Resistenza (con tutto il rispetto per ogni vittima, ma di ben altra cosa si tratta).

Il paradosso del Vajont è proprio quello di essere diventato un nome autonomo dal suo significato. Una parola conosciuta da tutti, speso usata nel linguaggio comune per costruire metafore che ripropongono tuttavia un’ immagine fuorviante, manipolata, di quella tragedia. Perché al tempo stesso, pur essendo la parola diventata popolare,  pochi hanno chiaro che non si tratta di un disastro naturale, che la frana non è venuta dal cielo come una punizione divina, ma è stata causata e perseguita in nome del profitto, conoscendone le possibili dinamiche già prima e mentre accadevano, eppure taciute, nascoste. Ci fu addirittura un  processo, voluto allora dalla Sade, la ditta titolare del progetto  di costruzione prima del passaggio all’Enel – lautamente rimborsato – contro i cittadini della zona e la giornalista dell’Unità Tina Merlin, per procurato allarme. Fu il primo caso in Italia in cui un tribunale diede ragione ai cittadini, ma non fu sufficiente per fermare i lavori.
Si potrebbe sostituire incuria, nel testo di legge, con incuranza ma sarebbe ancora troppo poco. La legge era stata chiesta  fortemente dai Cittadini per la memoria del Vajont e tanti altri che li avevano appoggiati – anche se non tutti, come racconta l’autrice nel libro –  ma poi in Parlamento ha prevalso chi ha voluto modificare il testo, sancendo definitivamente per le legge la manipolazione de significati.
Siamo in Italia, la sorte del Vajont è simile purtroppo a quella di tante altre situazioni, sia con riferimento al “prima”, sia nel “durante” quando la tragedia preparata esplode o viene alla luce, sia nel “dopo”, nella lunga storia degli aiuti non controllati, dei risarcimenti negati, delle manipolazioni dei significati, della ricostruzione che non arriva e se arriva è altrove. A cinquant’anni di distanza la ferita del Vajont è ancora aperta, e non riconosciuta pienamente. Quest’anno, per il cinquantenario, ci hanno fatto passare il giro d’Italia, per ricordare, ma ricordare che cosa?, dal momento che gli articoli usciti hanno ribadito ancora una volta la tesi del disastro naturale.
“Vajont, l’onda lunga” racconta molto anche del dopo, di questi cinquant’anni. Tornando al paragone con la guerra – “una guerra persa dalla gente, dall’Italia e dalle sue istituzioni”, dice l’autrice – mi viene in mente una frase di Predrag Matvejevic nel racconto inserito nel libro Izbjeglice sulla guerra di Jugoslavia, curato da me e da Giacomom Scattolini, che lo scorso anno quando siamo stati invitati alla veglia notturna sula diga – perché la diga ancora c’è, ha retto alla frana, fu l’acqua a schizzare fuori, ma questa dinamica molti non la conoscono – ho citato e spiegato con riferimento alla Bosnia: “Certe volte il dopoguerra e più duro della guerra”. Il dopoguerra è dei sopravvissuti, lasciati da soli con il dolore, non riconosciuti, lasciati ai margini, inascoltati.

Cito qui soltanto due cose del libro, tra le tante mi hanno colpito.

La prima è la foto di Rosina – scattata da Bepi Zanfron – e il commento dell’autrice: “Rosina non piangeva, Non ci sono lacrime quando il dolore uccide il senso stesso della propria vita, quando si è un passo oltre alla disperazione”. Le lacrime. Non c’è alcuna retorica né  buoni sentimenti attorno a un qualcosa riconducibile a  qualche eroica forza d’animo, in questo non piangere. C’è invece il silenzio di un dolore sconfinato, e lucido, certe volte anche troppo lucido – come m’è capitato qualche volta d’incontrare in Bosnia: è una foto di guerra, commenta non a caso l’autrice –  e una  lontananza totale, di estraneità, verso le tante lacrime di cordoglio facili a cui a volte ci arrendiamo, con superficialità.

La seconda, è una nota di tutt’altro tipo, letta nelle prime pagine del libro, ove l’autrice ricostruisce la storia del prima. Non potevo non fissarci l’attenzione, tanto più ora che ho appena finito di lavorare, con il mio ultimo libro In bicicletta lungo la linea gotica, proprio sul periodo della Resistenza e della seconda guerra mondiale: il Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici – senza nemmeno il numero legale dei partecipanti, sono presenti 13 memnri su  34 – esprime il primo parere favorevole al progetto in una riunione convocata d’urgenza il 15 ottobre 1943, sotto il primo governo Badoglio. Cercate di figurarvi  solo per un attimo  la situazione in Italia in quel momento, appena il giorno prima del rastrellamento degli ebrei a Roma, con il governo e il re già fuggiti nel sud, Mussolini evaso dal Gran Sasso e la repubblichetta di Salò costituita da qualche settimana. Eppure, fu grazie a quel primo atto che poi verranno gli altri atti formali negli anni seguenti: “Nemmeno i ribaltamenti della storia fermano la Sade”.  Per tutto questo e altro ancora, quella del Vajont è una storia italiana, di tutti noi, e la memoria dev’essere lucida, come il silenzio di Rosina.

Forse anche per queste cose, mi viene da dire che “Vajont, l’onda lunga” non è soltanto un libro da leggere, ma è da consultare, un po’ come certi musei della memoria, lapidi, memoriali, testimonianze, documenti, un po’ come un luogo della memoria, in questo processo di ricostruzione verso una memoria collettiva condivisa.

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“E’ così da quando la diga è stata costruita: l’umidità che scende lungo il fiume Vajont fin dalla Val Cellina viene bloccata da quell’imponente muro di cemento e ristagna tutta la notte lì, dove s’era voluto creare a tutti i costio il lago artificiale. Finché il sole non spunta da dietro le montagne e disperde le gocce di rugiada, fa sempre freddo. Spesso si dimentica questo particolare nel raccontare gli effetti collaterali di quella costruzione che ha chiuso come una saracinesca la gola sotto Casso: ha cambiato il microclima dell’intera zona”.

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4 risposte a Ricordare il Vajont esige un’indignazione che duri nel tempo, come per l’Olocausto.

  1. ponterosso2010 ha detto:

    Considero il lavoro di Lucia Vastano un contributo fondamentale alla comprensione di quanto è accaduto dopo la tragedia che aveva fatto duemila morti. Il “dopo Vajont” per essere compreso in tutto il suo significato richiede la conoscenza esatta di quanto è successo prima e delle ragioni che hanno fatto del progetto della diga sul Vajont ( e della SADE ) un caso esemplare per la gestione di interessi privati attraverso l’uso dello Stato e dello strutture pubbliche. Infatti senza l’interesse alla “nazionalizzazione” dei profitti legati all’energia (creazione dell’ ENEL ) non sarebbe stato possibile portare fino alle estreme conseguenze la scelta del silenzio su quanto stava succedendo ormai da tempo ( la frana si stava muovendo con modalità inequivocabili ). Proprio questo connubio privato/pubblico ha reso possibile l’incredibile scelta di non dare alcun allarme alla popolazione, e neppure ai tecnici presenti sulla diga. Ma proprio tutto questo, nel dopo Vajont, ha portato al tentativo riuscito di occultare i fatti nei media, minimizzando al massimo le responsabilità politiche durante il boom economico degli anni Sessanta e oltre, facendo di fatto sparire dalla coscienza collettiva la percezione della gravità di quanto accaduto, tanto che oggi a molti il Vajont ricorda ancora solo una “catastrofe naturale” accaduta per fatalità.
    A mio avviso, rileggere il dopo Vajont richiede forzatamente un cambiamento di parametri per interpretare il primo dopoguerra italiano sul piano politico ed economico, con la nascita contemporanea di mass media ( tv in primis ) che hanno letteralmente “costruito” la lettura della realtà offerta al popolo in modo da rendere plausibile una versione “buonista” dei fatti. L’eccezione dello straordinario lavoro di Marco Paolini ( 1997 ) ( costruito sulla ricerca di Tina Merlin, 1983: Sulla pelle viva. Come si costruisce una catastrofe ) conferma la regola che ha visto immediatamente dopo i fatti le grandi firme del giornalismo italiano come Indro Montanelli e Giorgio Bocca diffondere una interpretazione moralista e falsificante dei fatti, utilizzando a piene mani il discorso sui motivi “politici” di chi denunciava responsabilità precise,e proprio in questo modo occultando nei media i fatti decisivi che stavano a testimoniare la precisa volontà di andare fino in fondo da parte di chi sapeva quale dimensione avessero gli interessi economici in gioco. Proprio con l’uso di un moralismo che utilizzava “cattolicamente” il senso di colpa per un assassinio di massa rimasto impunito, fu costruita la straordinaria truffa del finanziamento con il “fondo Vajont”, utilizzando l’escamotage della vendita delle licenze commerciali delle vittime, abilmente sfruttato da chi aveva capito come fosse così possibile far piovere sull’intero territorio del Nord est una massa enorme di soldi “facili” per finanziare operazioni commerciali le più disparate. Una operazione di “capitalismo straccione” che è all’origine del tanto mediatizzato “miracolo economico del Nord-est”. Come ricorda Lucia Vastano nel suo libro, il fondo Vajont è tutt’ora attivo, tanto che una quota delle tasse sulla benzina continuano ancora ad alimentarlo. Ecco una storia che andrebbe documentata e ricostruita, per il suo significato simbolico , politico-economico, nell’Italia della prima e della seconda Repubblica.
    Invitando tutti ad acquistare il libro di Lucia Vastano, vorrei richiamare un punto a mio avviso oggi cruciale. Oggi non è più possibile occultare la sequenza dei fatti. È però sempre possibile presentarne una lettura di tipo “scientifico” che, grazie propria ad una ideologia scientista, serva a mettere in secondo piano i motivi pratici degli interessi miliardari strettamente legati alla gestione economica dello Stato italiano uscito dalla guerra. E questo cercando di sminuire ( in quanto “ideologiche”) le argomentazioni di chi ha individuato le cause della tragedia del Vajont in precisi interessi di sfruttamento di risorse dell’energia elettrica, che nell’Italia del boom economico erano diventate strategiche, e totalmente decisive per garantire il nuovo sviluppo industriale. Un tipico esempio di questa lettura credo sia quello che possiamo leggere oggi su Wikipedia alla voce Vajont. Quando Tullio Bugari ci ricorda , citando Vastano, come è nata la prima decisione dello Stato italiano ( 15 ottobre 1943 ) di autorizzare il progetto Vajont , credo che meriti tutta la nostra attenzione il piccolo dettaglio che il protagonista indiscusso dell’intera vicenda ( il conte Volpi di Misurata , creatore e anima della SADE, la società che gestiva l’intera rete delle dighe idroelettriche del Veneto ), da ministro del governo Mussolini era poi riuscito , dopo essersi rifugiato in Svizzera, a riciclarsi come antifascista con meriti “resistenziali”, restando così in condizione ,nella ricostruzione del dopoguerra, di ottenere il consenso dei governi della DC per il suo progetto del “grande Vajont”. Non una delle tante dighe, ma la madre di tutte le dighe, che avrebbe dovuto garantire la possibilità di fornire energia tutto l’anno, anche quando le acque del Piave erano insufficienti durante l’inverno, proprio attraverso questo nuovo bacino che DOVEVA RACCOGLIERE TUTTE LE ACQUE CHE PROVENIVANO DA TUTTE LE ALTRE CENTRALI IN ATTIVITÀ NEL VENETO ( attraverso una rete di gallerie). Una enorme riserva d’acqua, recuperando dalle altre centrali l’acqua già sfruttata, rendendo così possibile disporre di quel quantitativo d’acqua necessario a produrre nuova e più grande quantità di energia. Ecco perché la stessa altezza della diga era considerata decisiva, ed ecco perché la diga del Vajont doveva essere la più alta al mondo. Un progetto strategico, immaginato fin dagli anni Venti, e reso possibile solo dagli espropri delle terre dei contadini di Erto e Casso nella valle del torrente Vajont. Che è la vicenda ricostruita in dettaglio da un testimone d’eccezione, Tina Merlin, una donna che da giovane aveva fatto la staffetta partigiana, e che caparbiamente aveva documentato dal vivo l’intero percorso preparatorio organizzato tramite la SADE che doveva portare all’inizio dei lavori. Una cosa è certa: la presenza dell’antica frana sul monte Toc era conosciuta e certa, fatto che avrebbe dovuto far considerare suicida il progetto fin dall’inizio. Comprendere i motivi che hanno portato invece a sottovalutare il pericolo di far scivolare a valle l’enorme massa di materiale, immettendo ai suoi piedi l’acqua del bacino, è proprio quanto ancora resta a mio avviso da capire, se non vogliamo accontentarci di spiegare il fatto con l’ignoranza della geologia e dell’idrogeologia o con il desiderio del profitto a tutti i costi. Personalmente credo che proprio i motivi che avrebbero reso economicamente attrattivo il progetto siano all’origine della decisione di ignorare ed occultare dei dati di fatto . Ma se questo è vero, un’altra lettura dell’avvenimento si rende necessaria, se vogliamo metterci in condizione di trarre finalmente un insegnamento per il futuro da una tragedia che, a tutt’oggi, rimane la più devastante accaduta in Europa occidentale. Dobbiamo partire certo dalla necessità assoluta di mantenere viva la memoria, ma senza dare per scontato di aver ormai spiegato tutto.

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  2. Bruno11 ha detto:

    L’ha ribloggato su Le news di PONTEROSSOe ha commentato:
    Ho commentato sul sito di Tullio Bugari la recensione dell’ importante ristampa del libro di Lucia Vastano Vajont, l’onda lunga , che ricostruisce in dettaglio gli avvenimenti seguiti alla tragedia del 9 ottobre 1963. Di questo torneremo a parlare presto.

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  3. Tullio Bugari ha detto:

    Sempre a proposito del fatto che “Nemmeno i ribaltamenti della storia fermano la Sade”, ecco cosa scriveva della situazione generale in Italia Piero Calamandrei nel 1946 (come lo riporto nel mio libro “In bicicletta lungo la linea gotica”):
    “Quel miracoloso soprassalto dello spirito che si è prodotto, quando ogni speranza pareva perduta (…) ha ormai ed avrà nella storia del mondo un nome: “resistenza” (…) sete di verità e di presenza, ritorno alla ragione, all’intelligenza, al senso di responsabilità.
    (…) il fascismo non era un flagello piombato dal cielo sulla moltitudine innocente, ma una tabe spirituale lungamente maturata nell’interno di tutta una società, diventata incapace (…) di indignarsi e di insorgere contro la bestiale follia dei pochi. Questo generale abbassamento dei valori (…) merita di avere anch’esso il suo nome clinico, che lo isoli e lo collochi nella storia, come il necessario opposto dialettico della resistenza: “desistenza”. Di questa malattia profonda di cui tutti siamo stati infetti, il fascismo non è stato che un sintomo acuto (…).
    Ciò che ci turba non è il veder circolare di nuovo per le piazze queste facce note: il pericolo non è lì; non saranno i vecchi fascisti che rifaranno il fascismo. (…) No, il pericolo non è in loro: è negli altri, è in noi: in questa facilità di oblio, in questo rifiuto di trarre le conseguenze logiche della esperienza sofferta (…)
    Oggi le persone benpensanti (…) cambiano discorso infastidite quando sentono parlar di antifascismo: e se qualcuno ricorda che i tedeschi non erano agnelli, fanno una smorfia di tedio (…) I grandi giornali si affrettano a riaprire le terze pagine alle grandi firme (…): dieci anni fa celebravano l’impero e la guerra a fianco della grande alleata, oggi scrivono collo stesso stile requisitorie contro la pace spietata; e il pubblico si compiace di questi elzeviri ritrovati e non si accorge che questa pace è la conseguenza di quella guerra. Finita e dimenticata la resistenza, tornano di moda gli “scrittori della desistenza”: e tra poco reclameranno a buon diritto cattedre ed accademie.
    Sono questi i segni dell’antica malattia. E nei migliori, di fronte a questo rigurgito, rinasce il disgusto: la sfiducia nella libertà, il desiderio di appartarsi, di lasciare la politica ai politicanti. Questo il pericoloso stato d’animo che ognuno di noi deve sorvegliare e combattere, prima che negli altri, in se stesso: se io mi sorprendo a dubitare che i morti siano morti invano, che gli ideali per cui sono morti fossero stolte illusioni, io porto con questo dubbio il mio contributo alla rinascita del fascismo. (…). Ognuno di noi può, colla sua oscura resistenza individuale, portare un contributo alla salvezza del mondo: oppure, colla sua sconfortata desistenza, esser complice di una ricaduta che, questa volta, non potrebbe non esser mortale.”

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