Sergio Lana, Guido Puletti, Fabio Moreni

Ricordare il 29 maggio vent’anni dopo

Una-lapide-sulla-strada-dei-diamanti_large Una-lapide-sulla-strada-dei-diamanti_large-1Il 29 maggio 1993 un convoglio di aiuti umanitari parte da Brescia diretto alle città di Vitez e Zavidovići. Ci sono Sergio Lana, Guido Puletti, Fabio Moreni, Agostino Zanotti e Christian Penocchio. Il convoglio viene assalito da una banda militare nei pressi di Gornji Vakuf, in Bosnia centrale. Guido, Fabio e Sergio vengono uccisi, Agostino e Christian si salvano scappando nei boschi. Il responsabile delle uccisioni è stato condannato nel 2001.
Nei giorni scorsi è stata deposta una lapide, a ricordo. Oggi in molti luoghi, e in particolare a Brescia, la città da cui partirono, diverse iniziative ricordano questi tre di noi scomparsi prematuramente.  Voglio qui ricordarli citando due brani di Agostino Zanotti, che racconta la vicenda che lo vide coinvolto e in cui persero la vita i suoi amici. Il primo brano è tratto dalla presentazione del libro Jugoschegge, del 2011, e l’altro dal suo intervento nel libro Izbjeglice/Rifugiati, del 1999.

“Si è costruita una nuova narrazione, capace di passare dalla straordinaria esperienza di volontariato spontaneo e “ avventuriero” degli anni del conflitto in Jugoslavia, alle pratiche di una “cooperazione politica” tesa a scardinare le logiche dello sviluppo e dell’aiuto. Un narrazione che mette al centro la relazione e l’incontro, ove il soggetto del cambiamento non è l’altro, ma ciascuno di noi. Sono io che costruisco il mio legame sociale con l’altro, sono io che lo sciolgo.
La condizione dell’ascolto è la premessa per ogni gesto di aiuto, è il luogo che dà spazio alla parola, al racconto, è il presupposto per un agire politico di vicinanza con l’altro, è la condizione per comprendere, contro l’indifferenza. In molti casi non ci è possibile ascoltare perché manca il racconto, è rimasto in quelle vite dentro le fosse comuni, sotto le macerie delle loro abitazioni, nei campi di sterminio, oppure in fondo al nostro “mare di mezzo” o nelle celle delle prigioni.
La mia storia è questa, superstite a un eccidio il 29 maggio 1993 in Bosnia centrale, sulla “strada dei diamanti”, tra Bugojno e Gornji Vakuf, dove un convoglio di aiuti organizzato dal Coordinamento Iniziative di Solidarietà di Brescia venne assalito da una banda militare e tre volontari – Guido Puletti, Sergio Lana, Fabio Moreni – vennero uccisi. Ho continuato a viaggiare i Balcani, passando dalla Palestina a Genova del 2001, dai racconti dei profughi jugoslavi a quelli dei migranti forzati che attraversano il deserto e scappano dai luoghi di persecuzione in ogni parte del mondo.
Una pratica quotidiana collettiva, tesa a sperimentare in concreto la possibilità di stare in contatto con l’altro, per interagire e quindi “contaminarsi”, sostenuta da un’etica della responsabilità che si è formata proprio con l’esperienza bosniaca.”
tratto da Jugoschegge, 2011

“Allora in 500 partecipammo ad un’indimenticabile marcia organizzata dai Beati Costruttori di Pace a Sarajevo. Non fermammo la guerra, non salvammo nessuna persona, ma mandammo un segnale molto forte a tutta l’Europa: i pacifisti, sfidando la guerra, possono essere soggetti di diplomazia popolare. Con la tecnica dell’ingerenza umanitaria il popolo della pace, molto variegato e anche improvvisato, aveva lanciato una sfida e un nuovo modello di protesta: dalle Piazze alle Città assediate, per mantenere attivi o costruire corridoi umanitari sostenuti dallo scambio tra Comunità.
Da quel fiume nacquero mille rivoli che si distesero lungo la Bosnia, fin verso i villaggi più lontani, nel buco nero della guerra.
Uno di questi partiva da Brescia, coinvolgeva i pacifisti bresciani che avevano materialmente o idealmente condiviso l’azione dei 500 e, mantenendo legami di amicizia iniziati prima del conflitto, decidemmo di rivolgere i nostri sforzi verso la cittadina bosniaca di ZavidoviÊi, cantone di Zenica-Doboj: primo obiettivo trasferire in Italia 67 tra donne vedove e i loro bambini.
A questa impresa sono legate le vite di Guido Puletti, Sergio Lana e Fabio Moreni, trucidati il 29 Maggio 1993 sulla strada dei Diamanti nei pressi di Gornji Vakuf.
Oggi sono tre lapidi in tre cimiteri diversi, allora insieme con me e Christian Penocchio rappresentavano la speranza di salvezza per quelle donne e i loro bambini e il più significativo intervento di ingerenza umanitaria che si stava realizzando nel cuore della Bosnia. Nessuno di noi sarebbe partito pensando di perdere la propria vita, nessuno di noi si sarebbe fermato senza un valido motivo, ognuno si sarebbe tirato indietro nel momento in cui era in pericolo l’incolumità dell’altro.
Guido, Sergio e Fabio: mi accorgo che l’umanità per me a volte possiede solo questi nomi, oltre a quelli della mia famiglia, forse perché, nella loro diversità, rappresentavano davvero un pezzo di società.

Sergio Lana, 21 anni, corporatura robusta, viso dolce e gentile, lineamenti delicati illuminati dalla luce della giovinezza e dalla serenità di un animo sostenuto dalla fede. Era alla sua prima missione in Bosnia, fino allora aveva portato aiuti ai campi profughi della Croazia, conosceva Fabio, aveva tanta voglia di vivere per sé e per gli altri, aveva appena finito gli studi ed era figlio unico. Ai primi colpi di kalashnikov scappammo insieme, velocemente, disperatamente, poi un dolore alla gamba, sangue e poi una raffica, forse una luce, una pace immensa in un luogo che non concepisco, ma che lui invocava nelle preghiere prima della morte.

Fabio Moreni 40 anni, stessa corporatura di Sergio, fisico atletico, mille sport, mille passioni, mille donne e poi Dio, la sua fede trovata da poco, il suo unico scopo servire Dio e gli altri. Aveva attraversato la Bosnia in lungo e in largo portando aiuti, soffrendo per le sofferenze di quella gente, portando le sue preghiere e le sue contraddizioni di imprenditore affermato. Aveva accettato di partecipare al progetto su ZavidoviÊi ed era la terza volta che andava da loro, portando il proprio sorriso e aiuto materiale. In Bosnia aveva portato tonnellate di alimenti con il suo camion, lo aveva portato, quel 29 Maggio, in cima ad una collina percorrendo un’impervia strada, buona solo per trattori, pecore e banditi criminali. L’avrebbe portato sul Monte Bianco se fosse servito per la salvezza dei suoi compagni. Prima di morire chiese “perché” ed è l’ultima cosa che ricordo di lui prima di rivedere il suo corpo sventrato dalla follia di un pazzo.

Guido Puletti 40 anni, fisico minuto e atletico, una sete di sapere e di capire incolmabile, una voglia di giustizia per gli ultimi, per gli oppressi, per gli sfruttati che gli costò la tortura in Argentina dalla quale scappò portando sul corpo i segni di quell’atroce esperienza. Se fosse possibile scegliersi l’angelo custode, accettando il fatto che esista, sceglierei lui, lo sceglieremmo in molti, lo vorremmo in molti. Aveva una cultura, che a me sembrava infinita, eppure non la ostentava mai; per sapere il suo sapere bisognava interrogarlo, amava la dialettica, si confrontava con le idee degli altri rispettandole, voleva capire gli avvenimenti del mondo e quindi era nella storia ancor prima che diventasse storia. Era un compagno, un rivoluzionario moderno, quando accettò di partecipare al progetto fu per tutti noi un gran successo. Molti sono gli interrogativi che mi attanagliano dopo quella tragedia, uno di questi è quello di aver contribuito alla sua morte e piango e soffro per questo consolandomi con i ricordi dei viaggi in Bosnia con lui e con la sua voglia di giocare a calcio.
Non scappò nemmeno di un passo, ritrovammo il suo corpo esattamente dove era, con tre fori, senza scarpe ma con tanta voglia ancora di correre, di vivere, di amare, giocare a calcio. Sotto la terra che ricopre la sua bara ci sono le scarpe che portavo durante la fuga, quel giorno, perché uno spirito libero non lo ferma nessuno.”

tratto da Izbjeglice/Rifugiati, 1999.

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Informazioni su Tullio Bugari

https://tulliobugari.wordpress.com/
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