Prendere il volo dal passato senza mai perderlo di vista

cover sabotatore sito solo avanti“Il sabotatore di campane” di Paolo Pasi, Spartaco editore.
Bello. Mi è piaciuto. Soprattutto il finale, che non vi racconto ma dovete leggervi il libro se volete scoprirlo. Arrivarci, leggendo senza la tentazione di anticiparlo, o di anticiparne il tempo. Anche se il tempo è ovunque e la avvolge questa storia, e forse è proprio il tempo la storia stessa. Ma il protagonista, un anarchico errante nello spazio – “nostra patria è il mondo intero” – e soprattutto nel tempo, è capace di sabotarlo il tempo, s’ingegna per farlo e lo rallenta, cerca di rallentarlo, perché lui stesso vuole arrivarci, alla meta del suo viaggio, con uno scarto di tempo in più a disposizione. Ed è proprio in quello scarto che s’inserisce la storia, e l’ironia del sabotaggio. Ma bisogna arrivarci, lui stesso ci dedica una vita intera, e dunque ecco la storia di un anarchico in viaggio attraverso la storia stessa dell’Anarchia. Un po’ inquieto e un po’ sognatore – che cosa è davvero l’utopia? mi chiedevo, mentre leggevo. Un anarchico che porta addosso con sé, con un certo orgoglio ma pacato, il nome di Gaetano come Bresci, e in tasca un libro di Malatesta: “Malatesta diceva che la libertà degli altri va amata quanto la nostra, che la violenza riflette la paura”.
E porta con sé il ricordo di Esperienze (con la E maiuscola) che gli sono state trasmesse attraverso l’emozione dei sentimenti, l’unica che rende davvero lucide e sicure le percezioni, e consente di cogliere l’essenziale:“Finalmente trovai mia madre, stesa sul letto di una stanza come tante. Aveva la pelle avvizzita. Gli occhi e il sorriso da donna bambina (…) Ci scambiavamo qualche carezza, un breve sorriso, ma stavamo perlopiù in silenzio, a lacrime sospese, come se l’essenziale fosse già dentro di noi: era l’odore dei luoghi condivisi da cui ero mancato per tanto tempo, delle gite al mare, della nostra casa che aveva custodito la dolcezza della mia infanzia in un paese soffocante. Sapevo che dopo la sua morte non sarei più tornato.”
Per il resto del suo lungo viaggio, è il ricordo del padre a tenerlo legato a quel punto dove deve arrivare. Il padre già perso anni prima, ma rincorso ancora attraverso gli amici del suo tempo – anzi, “compagni”, una parola che al tempo di oggi non si usa più – e inseguendo una domanda sospesa, terribile: “Sentiva di avere una parte di responsabilità nell’orrore”.
E c’è un ricordo lontano, del 1944, lo stesso anno del suo concepimento, nel cuore della Resistenza, riguarda un eccidio, le sue vittime dimenticate, e una campana che dovrebbe stare in silenzio ma non lo fa. Ecco perché il tempo bisogna amarlo ma anche sabotarlo, rallentarlo, per poter rendere onore a quelle vittime e ricordarle oggi, o addirittura nel futuro: “prendere il volo dal passato senza mai perderlo di vista”.
Sembra più volte sul punto di perdersi o arrendersi, il protagonista, mentre il mondo attorno a lui si strappa di dosso senza pudore ogni velo di finzione, per fingere davvero e bruciare il tempo imprigionandolo sempre di più nel flash abbagliante del presente. Dove la verità e la realtà si capovolgono. Il mediocre diventa assurdo e l’assurdo la verità ufficiale – sembrano metafore ironiche quelle che l’autore inventa nella sua narrazione, in realtà descrive semplicemente alcuni fenomeni del mondo di oggi – mentre la verità vera, quella nuda dei fatti, che fin dall’inizio della storia è già sotto gli occhi di tutti, nessuno vuole vederla, ammetterla, perché non serve o perché comunque c’è altro da soddisfare. L’intreccio è anche semplice, almeno al suo inizio ma poi si sviluppa: c’è un prete ucciso, una sequenza chiara dei fatti, un’indagine, inquirenti e giornalisti, un paese che si rianima, è il caso di dire, tra voglie di protagonismo mai soddisfatte, come in una specie di esorcismo o rito collettivo che vuole illudersi di prendere il volo dalle sue miserie.
Ma leggendo, scopriamo che anche la verità nuda dei fatti ha in sé qualcosa di più, di difficile da afferrare davvero – l’essenziale talvolta è invisibile agli occhi. Anche per noi che leggiamo, convinti d’aver capito tutto ma poi senza che ce ne accorgiamo perdiamo di vista quello scarto del tempo in cui il protagonista s’inserisce. E’ difficile da afferrare anche per lo stesso protagonista, che quando viene imprigionato, in una stanza di quel paese in cui tutto viene al dunque, chiede un quaderno per scrivere, che lo aiuti a ripescare dentro di sé e fermare sulla carta il suo viaggio dentro i ricordi e le memorie, e il loro senso. Ma deve procedere a tentoni, con fatica, quasi con un senso di smarrimento nel suo ritrovarsi a poco a poco: “Soffocato dalla prigionia, cerca un varco per tornare a respirare e traccia sulle pagine del quaderno le prime, balbettanti coordinate del suo passato. Varcando il confine che delimita l’esile realtà di quel paese, ha scoperto che sa entrare nel territorio della memoria intermittente. Ogni filo d’inchiostro è un compagno da ritrovare, un’amante da riconquistare, un’occasione persa da riacciuffare.”
Nella storia compare a poco a poco anche una figlia, o quasi una figlia o forse più di una figlia. Che certamente deve aver raccolto in qualche modo “l’Esperienza”, e avrà dunque un ruolo determinante nello sciogliere questo nodo (magari per poterlo riannodare più avanti, ma in un’altra storia). Lo scioglie con l’aiuto di inaspettati complici. In un modo ironicamente leggero e per nulla complicato, come una promessa, o un’utopia: “e allor nel cuore, pensando all’avvenire, cesserà lo strazio ed il soffrire.”
cortina
E le campane? Beh, riguardo alle campane sta scritto “quasi” tutto nel titolo. Ma se volete sapere di più su quel “quasi”, allora dovete leggervi il libro.
Dimenticavo. Una delle città citate è Livorno, e di Livorno è citato come poeta – usando solo il nome di battesimo, Piero – un cantore che mi è stato sempre caro; cito questo brano, che di per sé forse c’entra poco, ma mi sembra che rievochi meglio alcune delle atmosfere e degli sguardi attraverso cui il protagonista ricorda se stesso da giovane e la madre di quella ragazza che è più di una figlia:
Il presente già non è più,
stasera per la prima volta
tu mi chiedi se ti amo.
Cara, la tua mano è così piccola
mi sfuggirà
sempre.

Dunque mi è piaciuto, per questi scarti del tempo, per le angolazioni degli sguardi, per questo voler volare via dal passato senza perderlo mai di vista, per questa utopia che deve sciogliersi per potersi riannodare ancora, per un qualcosa di essenziale che resta sempre da scoprire, rubando nuovo spazio a questo tempo che ci avvolge e che siamo noi stessi. Ma forse sono anche un po’ di parte, perché proprio in alcuni sguardi del protagonista riesco a ritrovarmi. È più o meno della mia generazione, appena qualche anno in più, alcuni dei luoghi che ha attraversato coincidono con i miei e i compagni del padre, dai quali attingere, mi ricordano persone con grandi storie, che a suo tempo anch’io ho conosciuto. Di tutti questi luoghi cito alla fine il più casuale, quasi un non luogo. La foto che ho inserita è del campanile di Cortina D’Ampezzo, descritto nel libro proprio dalla stessa angolazione da cui l’ho fotografato, passando per caso lì sotto qualche anno fa. E magari anche l’enoteca accennata nel libro è la stessa.

Forse sono stato troppo ermetico, non ho detto quasi nulla che descriva davvero questa storia. Ci sono tanti personaggi, maschere di un gioco in cui i ruoli si ribaltano proprio mentre recitano in modo appropriato se stessi, c’è un intreccio curioso e dai risvolti ironici, c’è anche una specie di sindrome di… no, non posso anticipare. Leggete.

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