Siria, appunti sparsi

Come si può raccontare la guerra e il dramma dei rifugiati? Tanto più quando la guerra che li riguarda è quella che sconvolge dall’interno la Siria, così complessa?
2siria 1siria 3siriaE i rifugiati siriani, quanti sono davvero e come vivono? Alla fine di aprile venivano stimati (UNCHRAmnesty International) nei paesi confinanti (Turchia, Libano, Giordania e Iraq) in circa 1,5 milioni, sulla base di dati mutevoli e incerti, a cui altre fonti aggiungono le stime di quanti, per motivi diversi, non risultano registrati. Il tutto, con un impatto notevole sui paesi ospitanti. In Libano, ad esempio, si dice sia arrivato l’equivalente di 50 milioni di persone per l’UE. Ai rifugiati nei paesi vicini, sono da aggiungere tutti gli sfollati dalle loro case ma rimasti all’interno del paese (due milioni? o forse di più?). L’impatto della guerra sconvolge inoltre anche altri gruppi, come ad esempio alcune migliaia di profughi palestinesi in Siria, che sono dovuti fuggire in Giordania o in Libano.
Come vengono accolti i rifugiati e come vivono nei campi? Sono distribuiti in numerosi campi sovraffollati, ai limiti del collasso, come denunciano diverse associazioni e organizzazioni umanitarie (Un Ponte Per… ), mentre l’afflusso continua. Poche settimane fa un nuovo campo è stato aperto in Giordania, a pochi chilometri dal confine, per ospitare, si dice, ulteriori 25 mila persone. Alle “carenze” umanitarie si sovrappongono naturalmente le complicazioni dovute alle “diverse posizioni politiche” sul conflitto siriano. Il 3 maggio scorso, ad esempio, la Russia ha negato l’accesso ai campi ai rappresentanti delle Nazioni Unite, sostenendo che l’Unhcr “è competente per le visite dei campi allestiti dall’Onu, ma non per gli altri”; specificando che “Se vi fosse un tentativo di utilizzare la situazione dei rifugiati siriani per avanzare delle proposte come una no-fly zone, allora noi e la Cina potremmo vederlo come un tentativo di preparare un intervento straniero”.
Il dramma siriano è stato naturalmente all’attenzione di numerose iniziative anche al recente Forum Sociale Mondiale, alla fine di marzo a Tunisi, con seminari, analisi, articoli ed eventi. Ad esempio, la stessa mattina in cui ho partecipato alla presentazione della carovana internazionale contro le mafie, al piano di sotto dello stesso edificio universitario era esposta una mostra fotografica, dalle quale ho ripreso le immagini che ho inserito in queste note. Non sono mancati, all’interno della vasta articolazione del Forum, nemmeno alcuni “aspri contrasti”, chiamiamoli così e comunque spiacevoli da vedere, tra associazioni o gruppi che sul conflitto siriano la “pensano” diversamente e si trovano “vicini” agli opposti fronti. Intanto, ogni giorno che passa, la tragedia che coinvolge alcuni milioni di persone, si aggrava.

Se per tentare di capire la situazione, nel senso di analizzarla, comprenderla e approfondirla davvero, evitando semplificazioni sbrigative e fuorvianti, come troppo spesso facciamo, non c’è nessuna fretta, nel senso che occorre metterci tutta la pazienza che ci vuole per documentarsi e orientarsi – a patto però di iniziare da subito a prestarla questa attenzione, non solo per “capire” la Siria o come la Siria stia “dentro” l’area mediterranea e i mutamenti complessi in atto in questa area, ma anche per capire, al tempo stesso, come in questa area e in questi mutamenti ci stiamo dentro noi, il nostro paese, con la nostra crisi che ancora non sa da quale parte volgersi – invece dovrebbe esserci davvero la fretta, l’urgenza, di non dimenticare il dramma delle persone, dei rifugiati. È da qui che si passa. Al centro non ci sono “le idee politiche astrattamente intese”, un ragionamento, un’opzione politica, ci sono piuttosto le persone, o se vogliamo ci sono “le idee politiche concretamente intese”.
Ma forse, è anche e proprio per questo, pensando anche alla natura della crisi in senso più ampio, che interessa tutti i nostri paesi, che c’è la fretta di iniziare a lavorarci e rifletterci in modo più adeguato su questa crisi siriana, partendo anche dal nostro punto di vista, del nostro possibile ruolo (sto leggendo ad esempio questa proposta di riflessione di Gianluca Solera, che pensando al nostro paese tiene conto di questo tipo di orizzonte mediterraneo più ampio).
2 3A Tunisi, tornando al Forum, ai due cortei in città o nei piccoli cortei spontanei improvvisati dentro al campus universitario, c’erano anche le madri, le sorelle, le mogli dei tunisini scomparsi in mare (o nei Cie italiani). Manifestare e lottare per cercare uno scomparso equivale ad un dolore molto particolare, diverso da altri dolori, un dolore senza appelli, consapevole di esporsi ad un dolore ancora più grande e definitivo. A ricordare gli scomparsi in mare, tutti gli scomparsi in mare di questa strana era moderna, al campus di Tunisi c’era come simbolo una barca, sulla quale salivano a turno uomini e donne a gridare la loro rabbia, e poi un lungo, troppo lungo lenzuolo bianco con scritti in ordine migliaia di nomi. E attorno, le donne di Tunisia, non mute ma gridanti nel mostrare le foto dei loro cari.

C’è qualcosa nella dinamica della tragedia siriana che mi ricorda il dramma della Jugoslavia di venti anni fa. Telegiornali che ogni giorno ripetono stragi e uccisioni che non riusciamo più ad avvertire nella loro dimensione umana, e attorno a queste notizie, come cornice di questi eventi tragici, fronti di paesi divisi tra loro, delegazioni diplomatiche, incontri, dichiarazioni politiche, summit, intese che si fanno e si disfanno, veti reciproci, nessuno che interviene (ci mancherebbe solo un’altra “guerra”!) e tutti che intervengono non si sa come, contribuendo tutti più ad alimentare che non a spegnere il conflitto, che prosegue nell’indifferenza dell’opinione pubblica mondiale. Nella difficoltà per chi osserva da lontano di comprendere davvero, di orientarsi nel raccogliere la documentazione giusta, mettere insieme i tasselli. E intanto le vittime, i profughi, crescono. Le stesse cifre che giorno dopo giorno crescono, somigliano a quelle della ex.Jugoslavia: dalla sola Bosnia fuggirono in quegli anni circa due milioni di persone, tra fughe all’estero di cui molti non hanno più fatto ritorno, e sfollati all’interno, mentre i morti superarono le 100 mila unità, oltre diecimila nella sola Sarajevo. Anche lì era area mediterranea. Alla fine fu fermato, in parte risolto e in parte congelato, disgregando irreversibilmente il paese.

E il conflitto siriano in se, nel suo specifico? Quale esito e conseguenze avrà? Qual è la sua dinamica, gli schieramenti in campo, le forze che vi si confrontano, direttamente o da dietro le quinte? Provo semplicemente a riordinare alcuni appunti, alcune coordinate per non perdersi ancora prima di iniziare. È possibile definire chi sono i buoni e chi i cattivi, come ci spinge ogni volta a fare, semplificando, la propaganda di guerra? O la “idealpolitik“, come la chiama Ennio Remondino? Se non è possibile farlo in modo netto in nessuna guerra, occorre però anche cercare di individuare le responsabilità e cercare di capirci qualcosa, evitando di appiattire tutto sullo stesso piano.
“Da un lato c’è un regime sanguinario – leggo ad esempio su East Journal – che ha represso nel sangue le prime manifestazioni (pacifiche) di dissenso che ebbero luogo sulla scorta delle cosiddette primavere arabe. La reazione alla repressione fu la costituzione di un’armata irregolare di “resistenti” che si fecero chiamare Esercito libero siriano. Ma presto in Siria arrivarono milizie islamiste, finanziate dall’Arabia Saudita e di ispirazione wahabbita, e osservatori britannici. Oggi non è più possibile distinguere tutte le parti in causa, molti gruppi si sono frazionati, altri ne sono sorti: combattono tutti il nemico comune, al-Assad, ma non esiteranno a prendere le armi gli uni contro gli altri non appena la testa del dittatore rotolerà sulla piazza di Damasco.”

Non è più possibile, dunque, distinguere tutte le parti in causa? Occorrerà per forza destreggiarsi, tra l’Esercito Libero Siriano (operativo sull’intero paese, formato nel 2011 dai primi disertori dell’esercito governativo di Assad e riorganizzato pochi mesi fa), il Consiglio Nazionale Siriano, la Coalizione nazionale siriana delle forze dell’opposizione e della rivoluzione e via via tanti altri gruppi, di volta in volta riconosciuti ufficialmente da alcuni paesi, per poi magari prenderne le distanze o riavvicinarsi di nuovo. Con una situazione in continua evoluzione e anche più fronti di scontro che si aprono e s’intrecciano agli altri, come ad esempio quelli tra esercito libero siriano e curdi. Crescente anche il ruolo e la presenza, con azioni che non passano inosservate, di gruppi considerati terroristi, come il fronte Al Nusra.
Si tratta, inoltre, di un conflitto esclusivamente interno o c’è una una presenza esterna? Non solo come interesse degli stati ma anche come partecipazione diretta di persone che entrano nel paese per arruolarsi e combattere? Sembrerebbe di sì, ne parla ad esempio in un articolo Giuliana Sgrena. Che valutazione darne? E gli schieramenti internazionali degli stati? Mossi da quali calcoli o interessi? Quali saranno, ad esempio, i paesi che di più nei prossimi anni dipenderanno dal petrolio del medio oriente?
E le armi chimiche? La oramai vecchia campagna di Bush contro le armi di distruzione di massa nella guerra contro Saddam, ci ha reso un pochettino diffidenti. L’articolo di East Journal che ho citato poco sopra, riporta i risultati dell’inchiesta di Carla Del Ponte, la quale suggerisce responsabilità anche in alcuni settori del variegato fronte anti Assad. Eppure, tra i “buoni” e i “cattivi” con cui la propaganda semplifica sempre le situazioni, e che noi invece facciamo sempre fatica a distinguere in modo netto, in genere dovrebbe esistere una terza via, o diverse terze vie possibili, altre posizioni, punti di riferimento, da conoscere e approfondire, con cui relazionarsi in modo più diretto. Anche perché il dramma che colpisce le vittime innocenti è reale, ed è in corso. E anche perché questi eventi tragici si innescano, si sono innescati, dentro i più ampi mutamenti che hanno interessato negli ultimi anni tutta l’area mediterranea.

Infine, tornando a questa guerra, come accade già in tante guerre e in misura crescente in quelle “irregolari” degli ultimi anni, ci sono anche i tanti reporter che cercano di raccogliere le informazioni direttamente sul campo, per mostrare al mondo ciò che accade, e che per fare questo si trovano esposti, da soli, a rischio, come il ventiquattrenne Yusef Yunes Abu Mujahed, rimasto ucciso in aprile, o la vicenda tuttora in corso della scomparsa di Domenico Quirico, inviato di “La Stampa”.

Che conseguenze ha tutto questo? A che cosa serve tenere in piedi un conflitto di questa violenza all’interno di questa area mediterranea, in questo momento interessata da tanti mutamenti? Dalle conseguenze importanti ma dall’esiti che sarà determinato da tante variabili mutevoli e agenti insieme (vedi, tra i tanti interventi, questa intervista a Samir Amin). Infine, ci siamo anche noi, esposti in qualche modo dentro questi eventi, e partecipi di questi mutamenti in corso. E quindi è al tempo stesso il nostro impegno e il nostro orizzonte.

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