Come la puntina di un vecchio grammofono su un vinile

AurelioBis di incontri con “In bicicletta bicicletta lungo la linea gotica”. Venerdì 12 a Jesi, in occasione della presentazione ufficiale della nuova edizione 2013, la terza, che prenderà il via il prossimo 25 aprile dal monumento di Cinquale, frazione di Montignoso. Doriano e Andrea hanno introdotto la serata e illustrato le tappe che saranno percorse dai ciclisti, le escursioni, le visite e gli incontri previsti, che anche quest’anno includono diverse scuole. Oltre ad un nutrito gruppo di amici e “Staffettisti” già pronti alla partenza, anche il Comune e la Regione, rispettivamente con l’assessore Barbara Traversi e il consigliere regionale Enzo Giancarli. Tutti insieme poi abbiamo guardato il video della staffetta dello scorso anno, che meglio di tante parole sintetizza il senso di questa esperienza. Parlare anche del libro, dopo questa introduzione, diventa naturale, nel senso che a questo punto il libro rappresenta soltanto un diverso modo di raccontare, un angolo visuale ulteriore, per arricchire ancora le prospettive da cui guardare questa esperienza, ricca di stimoli non solo per chi vi partecipa dall’interno, ma per tutti quelli che in qualche modo vi entrano in contatto. “Più che transitare sul fondo di questo paesaggio – come ho scritto nel libro, riprendendo gli appunti del viaggio dello scorso anno – mi sembra di vedere la Staffetta come la puntina di un vecchio grammofono su un vinile, che percorrendo il suo solco, ne risveglia suoni e immagini, stimolando i ricordi a rivivere.” Per sottolineare la peculiarità di un modo di affrontare le memorie cercando di evitare le ingessature della retorica. E per meglio cogliere il senso degli incontri fatti nelle prime due edizioni, delle storie ascoltate e condivise durante il viaggio, delle amicizie nate e delle attività avviate e che si sviluppano con continuità durante tutto l’anno, grazie ad una rete di relazioni che cresce.
Il secondo incontro invece l’ho avuto la mattina dopo, sabato 13, organizzato dall’Arci di Rieti, che apriva così, con il libro, il ciclo di incontri RESIST, organizzato insieme all’Anpi e alla Cgil. In questo caso si trattava di trasmettere ad altri, totalmente esterni, ancora, a questa nostra esperienza, non solo il libro come un modo ulteriore di raccontare, ma proprio di trasmettere per intero il senso dell’avventura della Staffetta. Avevo con me, naturalmente, il video della Staffetta e anche una proiezione di foto, accompagnate in sottofondo dall’inno della staffetta. Per spiegare il perché della nostra staffetta, il suo scopo – o uno dei suoi scopi, non ce l’ho ancora del tutto chiaro bene nemmeno io – ho pensato di iniziare leggendo questo breve brano di Piero Calamandrei sulla ‘desistenza‘, citato appunto nel libro:

Si è scoperto così che il fascismo non era un flagello piombato dal cielo sulla moltitudine innocente, ma una tabe spirituale lungamente maturata nell’interno di tutta una società, diventata incapace, come un organismo esausto che non riesce più a reagire contro la virulenza dell’infezione, di indignarsi e di insorgere contro la bestiale follia dei pochi. Questo generale abbassamento dei valori spirituali da cui son nate in quest’ultimo ventennio tutte le sciagure d’Europa, merita di avere anch’esso il suo nome clinico, che lo isoli e lo collochi nella storia, come il necessario opposto dialettico della resistenza: “desistenza”. Di questa malattia profonda di cui tutti siamo stati infetti, il fascismo non è stato che un sintomo acuto: e la resistenza è stata la crisi benefica che ci ha guariti, col ferro e col fuoco, da questo universale deperimento dello spirito.
Così ci illudevamo due anni fa, alla vigilia della liberazione. Ma oggi ci sembra di avvertire d’intorno a noi e dentro di noi i sintomi di un nuovo disfacimento.
Ciò che ci turba non è il veder circolare di nuovo per le piazze queste facce note: il pericolo non è lì; non saranno i vecchi fascisti che rifaranno il fascismo. Che tornino in libertà i torturatori e i collaborazionisti e i razziatori, può essere una incresciosa necessità di pacificazione che non cancella il disgusto: talvolta il perdono è una forma superiore di disprezzo.
No, il pericolo non è in loro: è negli altri, è in noi: in questa facilità di oblio, in questo rifiuto di trarre le conseguenze logiche della esperienza sofferta, in questo “riattaccarsi con pigra nostalgia alle comode e cieche viltà del passato.

Sembra scritto questa mattina, invece è del 1946. È tutto già dentro di noi, dobbiamo soltanto imparare a guardarlo con la giusta attenzione.
Il prossimo appuntamento con il libro è sabato 20 a Cupramontana. Poi domenica 21, probabilmente mi unirò anch’io alla marcia di Montalto, vicino Caldarola, questa volta sull’Appennino maceratese, per ricordare l’eccidio di Montalto: non esiste un angolo del nostro paese che non abbia, purtroppo, un suo ricordo legato in modo forte alle vicende di quegli anni.

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