Parole condivise (per raccontare e trovare ascolto)

magliettaQuasi dieci anni fa ho coordinato – è questa la parola giusta – la scrittura di un libro che nasceva da un lavoro collettivo. Il titolo che proposi e che fu scelto suonava molto felice ed efficace: Parole Condivise.    Il lavoro collettivo narrato coinvolgeva oltre venti insegnanti degli istituti comprensivi anconetani e riguardava un progetto sperimentale di accoglienza scolastica e accompagnamento all’apprendimento della lingua italiana da parte dei ragazzi venuti da altri paesi. C’era molto metodo autobiografico e uso delle narrazioni, nelle attività svolte. Leggo ora questo passo dal libro di Paolo Jedlowski, “Memorie, esperienza e modernità”.

“L’analisi di queste storie mostra che, senza l’inserimento dei ricordi dell’ex-deportato entro una rete di pratiche sociali di memoria che ne consentano l’inquadramento  in un mondo i senso condiviso, la memoria individuale ‘non si costituisce’. I ricordi permangono ma frammentati, e, letteralmente,  insensati. Essi restano in qualche modo a lato della continuità della vita che, dopo allora, si è ricostituita. Senza la possibilità di raccontare e di trovare ascolto, di trovare parole condivise per dire ciò  che terribilmente è accaduto, il passato resta come immobile: mostruosamente fascinoso, esso pesa come una catena d’acciaio su di un futuro che non può liberarsene, non può ‘elaborarlo’. L’esperienza in questo modo non è riappropriabile dal soggetto come insieme di eventi dotati di un significato . poiché il significato è costituibile solo nella lingua.”

Oltre a quelle dell’esperienza anconetana, ritrovo anche molte delle altre attività svolte negli anni passati, anche su settori diversi, dal metodo con cui insieme all’amico Giacomo raccogliemmo, oltre quindici anni fa, le storie di guerra raccontate nel libro Izbjeglice/Rifugiati, oppure, sempre nello stesso periodo, il gioco “la fabbrica delle storie“, che insieme ad altri inventammo per alcuni laboratori scolastici. O ancora l’esperienza di Alfabetica, che durò solo tre anni, degli incontri letterari con i nuovi scrittori di lingua italiana.

Potrei citarne ancora molti, anche in periodi più recenti, come il lavoro che ho avuto occasione di fare con un rifugiato costretto ad affrontare il mare in barca.  In settori diversi, appunto, ma sempre con lo stesso discorso. Poi, negli anni, paradosso della memoria, quasi ce se ne dimentica. Anche ora però – nelle attività di oggi -ritrovo intatto lo stesso identico discorso, anche se in apparenza l’argomento è di nuovo un altro, parlo dell’ultimo libro,“In bicicletta lungo la linea gotica” , nato seguendo nella loro avventura un altro e ancora diverso gruppo di amici, quelli della Staffetta della Memoria.

Poi negli anni – paradosso della memoria – quasi ce se ne dimentica. Ci dimentichiamo cioè di noi stessi. In un altro passo del libro – che cito quasi saltellando qua e là – posso leggere: “Una società o un individuo che perda il senso del rapporto con il proprio passato perde uno degli elementi fondamentali della propria identità, cioè la capacità di percepire la propria continuità: ma se è vero che, nel suo significato più elementare, la responsabilità è la capacità di un soggetto di rispondere delle proprie azioni, essa presuppone la memoria esattamente perché questa facoltà consente al soggetto di riconoscere di essere ‘lo stesso’ nel corso del tempo. Se io non fossi lo stesso di ieri, gli effetti delle mie azioni passate non potrebbero essermi imputate. Non potrei essere punito per un crimine, non potrei essere premiato per un’azione felice. Ma se i soggetti perdessero ogni senso della loro continuità nel tempo, cioè appunto ogni identità, verrebbe meno anche il senso di ogni promessa, di ogni impegno, di ogni fedeltà: il legame sociale svanirebbe in una aleatorietà non gestibile. Chi è senza memoria è senza identità, ma chi è senza identità è ir-responsabile.”

Ho citato saltellando quasi a caso, all’interno di un discorso assai articolato e ricco di spunti diversi e anche aperti, ma il significato che lega anche tutte le diverse esperienze che sopra richiamavo, e che le rende tutte molto attuali e presenti, nel senso di essere dentro questo tempo, mi pare che emerga in modo abbastanza chiaro. Basterebbe “non dimenticarsene”, ma la memoria, appunto, non è un serbatoio o una ripostiglio dove riporre ciò che è stato e chiudervelo, come le mode che passano, ma è un ricostruzione continua, sempre viva.

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