Fuoco e acqua: due maniere di bruciare il presente

20130324-121714.jpg“… a legare acqua e fuoco vi è pure il nome nel quale nei paesi del Maghreb si denominano i migranti “clandestini”: harrag, harraga, derivanti dal verbo dell’arabo classico harraqa, che significa “bruciare”, “incendiare”. Traducibile come “colui/coloro che bruciano”‘ il vocabolo sta a indicare i migranti irregolari, illegali, non autorizzati. Si e ipotizzato che siano stati chiamati così perché un tempo prima di partire bruciavano i documenti d’identità. In realtà (…) se in apparenza il significato di harraga non ha alcun rapporto con l’emigrazione clandestina, vi sono alcuni suoi significati metaforici, usati in frasi idiomatiche, i quali devono essere stati estesi alla situazione e condizione di chi emigra “clandestinamente”: si pensi all’espressione “bruciare le tappe”‘ mutuata dal francese nelle varianti magrebine dell’arabo, la quale si presta bene a significare la scelta di partire comunque, a dispetto delle leggi proibizioniste e del viaggio rischioso, appena se ne presenti l’occasione, per realizzare un progetto migratorio coltivato da tempo. (…) dietro l’ansia di tanti giovani di partire a tutti i costi, anche a rischio della vita, c’è una cultura suicidogena che va generalizzandosi in modo inquietante, parallelamente all’esaurirsi di ogni prospettiva di uscita dalla precarietà , di inserimento sociale e di costruzione del proprio futuro. (…) alla fine degli anni ’80 del Novecento, quando emerge la nuova figura sociale del migrante “clandestino”, per meglio dire clandestinizzato dalle nuove politiche restrittive di certi Stati europei, la Francia dapprima e successivamente anche l’Italia (…) fino a esigere dai paesi del Maghreb l’apertura delle proprie acque territoriali a Frontex, l’agenzia europea di sorveglianza delle frontiere, per poter dare la caccia per mare ai “clandestini” ...

È solo una piccola citazione dal quarto capitolo del libro di Annamaria Rivera “Il fuoco della rivolta: torce umane dal Maghreb all’Europa”‘ pubblicato pochi mesi fa da Dedalo. Il libro è interessante, ricco di una documentazione vasta e articolata, tocca diversi aspetti delle recenti rivolte e di quella che viene detta la fase di transizione. La sua ipotesi è che questi suicidi col fuoco, accomunati dalla rivendicazione di dignità, non siano un’espressione alternativa o surrogata del conflitto sociale e della rivolta, ma appartengano in fondo alla stessa categoria fenomenica.
I primi tre capitoli affrontano il fenomeno nel contesto delle rivolte in Tunisia e nell’area mediterranea, con un’analisi sociale e antropologica; nel quarto e ultimo capitolo allarga lo scenario dal Maghreb all’Europa.

“Dopo aver sostenuto con ogni mezzo i regimi autoritari della sponda sud del Mediterraneo, certi Stati europei, pur diventati cantori – invero alquanto stonati – della “primavera araba”, non ne apprezzano affatto gli stormi degli uccelli migratori.”

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