Di quale etnia sei?

mostarMetti un’autogestione in un liceo di Fano e un gruppo di ragazzi che chissà perché vogliono mettersi a studiare e approfondire le guerre jugoslave, ed ecco una mattinata in una scuola a parlare “del mondo intero”. Perché le guerre jugoslave non sono qualcosa che puoi racchiudere così, in quattro spiegazioni veloci e chiare una volta per tutte, ma hanno dentro l’intera gamma di esperienze che la vita, nelle sue contingenze storiche più drammatiche, può metterti davanti.

C’erano con me dei giovani amici, Isacco uno studente del liceo, e Samuele di Radio Network Arci, che hanno introdotto con una lunga e articolata ricostruzione degli eventi storici, sia dei dieci anni di guerre sia degli antefatti storici. C’era a farci compagnia anche l’amico Matthias, che in questo periodo sta girando la zona con una sua mostra fotografica. Oltre alla cronaca ricostruita dai libri c’era insieme anche qualche testimonianza diretta, perché pur essendo giovani già viaggiano, vanno di persona. Bravi, mi hanno risparmiato il faticoso compito di fare io una ricostruzione storica, lasciandomi più libero di entrare direttamente dentro alcuni contenuti. Ad ascoltarci c’erano un po’ di studenti, qualche insegnante e anche un esterno – forse un genitore? O comunque un curioso dei fatti balcanici: ne ho sempre incontrati nei numerosi giri che ho fatto.

Ho parlato di tante cose, spero di aver alimentato e incoraggiato una curiosità che certamente già avevano. Ho cercato di “confonderli” al punto giusto, sollevando dubbi e interrogativi anziché offrire certezze. I dubbi servono, spesso è meglio una buona domanda piuttosto che una mediocre risposta. L’importante è che i dubbi nascano dalla conoscenza di nuovi punti di vista, dati di fatto, osservazioni sulla realtà vera e non derivate da una realtà solo immaginata. Prestare attenzione ai dettagli, perché la storia è fatta di dettagli, che non si combinano e non stanno al gioco, e  perché i dettagli spesso siamo noi. Uno degli argomenti, naturalmente è stato l’aspetto etnico del conflitto. Così abbiamo parlato dell’imbroglio etnico, di come una società può collassare sotto l’imbroglio e come sia facile per chi lo vuole costruire dei marcatori e rafforzarli.

Ho raccontato loro questa storia di Sinisa (*):
Domandiamo a Siniπa a quale etnia appartiene. Lo chiediamo a tutti, con un po’ di imbarazzo talvolta e quasi rispondendo a un obbligo di doverosa distinzione. Lui si mette a ridere perché sapeva che prima o poi lo avremmo chiesto, e ci risponde raccontandoci questa storia:
“Quando nel 1985, all’età di diciotto anni, sono stato arruolato per il servizio militare, mi sono presentato presso il comando di Skopije e qui mi hanno rivolto la stessa domanda. Io ho risposto nel modo che mi sembrava più ovvio: jugoslavo. Ma a loro non bastava, dovevo essere più preciso e non sapevo come fare. Ho dovuto telefonare ai miei genitori e chiedere: “Chi sono io?”, perché non lo sapevo. E’ così che ho scoperto che la mia famiglia era serba. I ragazzi che venivano dalle diverse zone della Croazia, della Serbia o della Slovenia avevano saputo rispondere subito con precisione. Solo noi, non noi bosniaci ma proprio noi di Sarajevo, “non sapevamo chi eravamo”.
La mia ragazza invece aveva la madre croata, di Vinkovci, vicino Vukovar, mentre il padre era nato da un matrimonio misto. Il suo cognome era croato e il nome era serbo, ma prima della guerra non si badava in nessun modo a queste cose e neanche a casa mia si parlava mai di questo.
Faccio un altro esempio. Da noi le madri che non avevano abbastanza latte facevano allattare i propri figli da altre donne. Così è avvenuto per mia sorella che è stata cresciuta insieme ad un altro bambino da noi considerato in tutto e per tutto come un fratello. Io ho sempre considerato i figli dei miei vicini dei fratelli più grandi e solo dopo la guerra mi sono reso conto che erano musulmani. Allora ho cercato di capire che fine avessero fatto ma non sono riuscito a mettermi in contatto con loro perché Foča è finita sotto il controllo dei serbi e sembra che sia successo un macello esattamente come durante la seconda guerra mondiale. Hanno addirittura cambiato il nome da Foča a Srbinje.”

La chiacchierata è stata ampia. Si è parlato della riconciliazione. Ho raccontato loro il dibattito on line di questi giorni sul blog dell’Osservatorio dei Balcani, sul ruolo svolto dal tribunale per i crimini di guerra in Jugoslavia.  E poi abbiamo parlato delle esperienze dal basso che ci sono in Bosnia e altrove, di quelle che conosco, che concretamente lavorano in questo senso, m anche delle tante difficoltà e scarsità di incoraggiamenti – chiamiamoli così – che ricevono, da una struttura istituzionale ingessata. Abbiamo parlato del ruolo dei media, quanto grande sia la loro responsabilità, ma spesso anche la nostra che non leggiamo – non tentiamo nemmeno di “decriptare” ciò che scrivono o dicono – non prestiamo attenzione mentre le cose accadono, anche ora.
E poi abbiamo parlato dell’Europa: quella dei balcani non è un’altra storia, di un’altra terra, ma è storia nostra, della nostra europa, vi siamo dentro, ci ritroviamo noi stessi.
Alla fine gli organizzatori hanno distribuito alcune schede, la cronistoria essenziale, un bibliografia ricca, per approfondire, preso impegni per altri appuntamenti. Raccomandando anche di andarci di persona, senza timori, per sperimentare il calore dell’accoglienza e la generosità che comunque tante persone di quelle parti sono capaci di offrire, al di là della tragicità delle esperienze subite. Buon lavoro.

* Tratto dal racconto “Scusi, ha dimenticato il Kalašnikov”, in “Izbjeglice/Rifugiati, storie di ex-Jugoslavia”, a cura di Tullio Bugari e Giacomo Scattolini, Pequod editore, 1999.

post scriptum (2 marzo)
Tra gli argomenti che abbiamo discusso alla scuola, quello della riconciliazione dopo un conflitto così lacerante. Tema assai ampio, che contiene molti aspetti differenti; tra questi abbiamo ricordato anche l’importanza del rendere giustizia alle vittime e in questo, del ruolo del tribunale dell’Aja (vedi il dibattito on line sul blog dell’Osservatorio dei Balcani). Poi ieri, scorrendo le news sulle agenzie di stampa, trovo questa notizia: “Dopo Ante Gotovina, è il turno di Momčilo Perišić. La Corte d’Appello del Tribunale dell’Aja per i crimini nell’ex-Jugoslavia ha assolto ieri dalle accuse di crimini contro l’umanità e crimini di guerra l’ex capo di stato maggiore dell’esercito jugoslavo.” (link). Questo all’Aja; è più incoraggiante quest’altra news che arriva da Belgrado: “il primo risarcimento per i campi di internamento“.

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https://tulliobugari.wordpress.com/
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