L’avventura di un fotografo


tumblr_ll99p2LTBE1qk73g1o1_400L’avventura di un fotografo” di Italo Calvino, contenuto nella raccolta “Gli amori difficili”.

“Con la primavera, a centinaia di migliaia, i cittadini escono la domenica con l’astuccio a tracolla. E si fotografano. Tornano contenti come cacciatori dal carniere ricolmo, passano i giorni aspettando con dolce ansia di vedere le foto sviluppate (…), e solo quando hanno le foto sotto gli occhi sembrano prendere tangibile possesso della giornata trascorsa, solo allora quel torrente alpino, quella mossa del bambino col secchiello, quel riflesso di sole sulle gambe della moglie acquistano l’irrevocabilità di ciò che è stato e non può esser più messo in dubbio. Il resto anneghi pure nell’ombra insicura del ricordo.”

Inizia così questo saggio in forma di racconto, scritto con tanta divertente ironia da Calvino negli anni cinquanta. Quante foto da allora sono passate “sotto i ponti”, forse  più di tutte le stelle dell’universo, e ancora non è finita.  L’avevo già letto tanti anni fa ma non lo ricordavo. Curioso. Forse “non l’avevo fotografato”, o forse avevo fotografato qualcos’altro e il libro è “annegato nell’ombra insicura del ricordo”. Eppure, sembra quasi il mio ritratto, o il ritratto di tanti di noi.
Rileggerlo ora mi stimola altre prospettive, domande curiose, piccole complicazioni dei pensieri. Ne scelgo qui solo alcune (“scatto delle foto” e trattengo solo alcuni istanti, ma se volete il racconto intero, è disponibile anche in rete).
Ad esempio, il rapporto tra la fotografia come azione – in questo caso il fotografo della domenica e le sue gite domenicali – e la fotografia come oggetto, capace di interagire con l’azione, che solo allora acquista l’irrevocabilità di ciò che è stato e non può più essere messo in dubbio. Non è più quella particolare domenica ma la domenica come concetto, emozione, immagine interiore del nostro sentire. la cultura, potremmo dire. Ma torniamo al racconto:qual è il rapporto che intercorre tra la fotografia e la realtà?

” … una volta che avete cominciato, – predicava – non c’è nessuna ragione che vi fermiate. Il passo tra la realtà che viene fotografata in quanto ci appare bella e la realtà che ci appare bella in quanto è stata fotografata, è brevissimo. (…) Basta che cominciate a dire di qualcosa: “Ah che bello, bisognerebbe proprio fotografarlo!” e già siete sul terreno di chi pensa che tutto ciò che non è fotografato è perduto, che è come se non fosse esistito, e che quindi per vivere veramente bisogna fotografare quanto più si può, e per fotografare quanto più si può bisogna: o vivere in modo quanto più fotografarle possibile, oppure considerare fotografabile ogni momento della propria vita.”

C’è qualcosa che sfugge inesorabile in questa ricerca di pienezza, come uno spazio o una dimensione che resta vuota, in silenziosa assenza, o presenza? Il racconto forse esagera, ma i personaggi dei racconti hanno il dovere di farlo, per mostrarci cosa potrebbe esserci più in là. Quale è la dimensione della realtà che la fotografia deve cogliere, e come? Rubando quale istante al fluire spontaneo?

“ … appena la scansione dei fotogrammi si insinua tra i vostri gesti non è più il piacere del gioco a muovervi ma quello di rivedervi nel futuro, di ritrovarvi tra vent’anni su di un cartoncino ingiallito (sentimentalmente ingiallito, anche se i procedimenti di fissaggio moderni lo preserveranno inalterato). Il gusto della foto spontanea naturale colta dal vivo uccide la spontaneità, allontana il presente. La realtà fotografata assume subito un carattere nostalgico, di gioia fuggita sull’ala del tempo, un carattere commemorativo, anche se è una foto dell’altro ieri. E la vita che vivete per fotografarla è già in partenza commemorazione di se stessa. Credere più vera l’istantanea che il ritratto in posa è un pregiudizio…”

italo-calvinoAddirittura un carattere commemorativo. Qui si aprirebbe già un altro mondo intero, ricco di tanti variegati cammini e complicazioni del pensiero: il rapporto con la memoria, con la rappresentazione, la ritualità, la scelta di cosa commemorare, la forma con cui farlo…  Chissà se avrò voglio o tempo di sviluppare questi stimoli, che già mi girano dentro la testa? Per il momento non m’inoltro, cerco di restare nel filo sottile dell’avventura del nostro fotografo, che alla foto istantanea preferisce la foto che cerca di cogliere ciò che s’è depositato sulla realtà.
(foto di Italo Calvino)

“Nel modo in cui i nostri nonni si mettevano in posa, nella convenzione secondo la quale venivano disposti i gruppi, c’era un significato sociale, un costume, un gusto, una cultura. Una fotografia ufficiale o matrimoniale o familiare o scolastica dava il senso di quanto ogni ruolo o istituzione aveva in sé di serio e d’importante ma anche di falso e di forzato, d’autoritario, di gerarchico. Questo è il punto: rendere espliciti i rapporti col mondo che ognuno di noi porta con sé, e che oggi si tendono a nascondere, a far diventare inconsci, credendo che in questo modo spariscano, mentre invece…”

E quindi ecco che il nostro personaggio organizza il suo studio e il primo esperimento con la modella… sì, insomma, un’amica che (chissà perché ma il racconto non può spiegarlo) si presta arrendevole (quasi una malizia non detta da Calvino) a questa specie di gioco, ma l’azione della fotografia non è mai banale, sfugge sempre un po’ più in avanti.

“Quell’espressione quell’accento quel segreto che gli sembrava d’esser lì lì per cogliere sul viso di lei era qualcosa che lo trascinava nelle sabbie mobili degli stati d’animo, degli umori, della psicologia: era anche lui uno di quelli che inseguono la vita che sfugge, un cacciatore dell’inafferrabile, come gli scattatori d’istantanee. Doveva seguire la via opposta: puntare su un ritratto tutto in superficie, palese, univoco, che non rifuggisse dall’apparenza convenzionale, stereotipa, dalla maschera. La maschera, essendo innanzi tutto un prodotto sociale, storico, contiene più verità d’ogni immagine che si pretenda “vera”; porta con sé una quantità di significati che si riveleranno a poco a poco. (…) Però ancora non si sentiva su terreno sicuro: non stava per caso cercando di fotografare dei ricordi, anzi, dei vaghi echi di ricordo affioranti dalla memoria? Il suo rifiuto di vivere il presente come ricordo futuro, al modo dei fotografi della domenica, non lo portava a tentare un’operazione altrettanto irreale, cioè a dare un corpo al ricordo per sostituirlo al presente davanti ai suoi occhi?

Fotografare la maschera, la superficie, il luogo dove si concentrano… quali rappresentazioni? Eppure non è una maschera inanimata, ma dell’amica che è lì con lui ma sembra quasi non esserci, come un oggetto che si fa leggero, rappresentante di qualcos’altro. Qual è la relazione? Che cosa entra nella relazione della realtà fotografabile? Che cosa la rende fotografabile? Intanto, è il racconto di un’avventura e quindi ha un suo copione – la sua maschera? – da seguire!

“… scoprì d’essere innamorato di lei il giorno stesso. Si misero a vivere insieme, e lui comprò apparecchi dei più moderni, teleobiettivi, attrezzature perfezionate, installò un laboratorio. Aveva anche dei dispositivi per poterla fotografare la notte mentre dormiva (…) continuava a scattare istantanee di lei che si districava dal sonno, di lei che si adirava con lui, di lei che cercava inutilmente di ritrovare il sonno affondando il viso nel cuscino, di lei che si riconciliava, di lei che riconosceva come atti d’amore queste violenze fotografiche. (…) La fotografia ha un senso solo se esaurisce tutte le immagini possibili. Ma non diceva quello che soprattutto gli stava a cuore: cogliere Bice per la strada quando non sapeva d’essere vista da lui, tenerla sotto il tiro d’obiettivi nascosti, fotografarla non solo senza farsi vedere ma senza vederla, sorprenderla com’era in assenza del suo sguardo, di qualsiasi sguardo. Non che volesse scoprire qualcosa in particolare; non era un geloso nel senso corrente della parola. Era una Bice invisibile che voleva possedere, una Bice assolutamente sola, una Bice la cui presenza presupponesse l’assenza di lui e di tutti gli altri. Si potesse definire o no gelosia, era insomma una passione difficile da sopportare. Presto Bice lo piantò.”

Ma la passione non s’arresta al venir meno della presenza di quella relazione, può rivolgersi altrettanto concretamente alla sua assenza, ai nuovi silenzi, le tracce lasciate, gli oggetti che già c’erano. Come le immagini della “gestalt” che rimangono identiche a se stesse anche quando lo sfondo e il primo piano s’invertono.

“Cominciò a tenere un diario: fotografico, s’intende. Con la macchina appesa al collo, chiuso in casa, sprofondato in una poltrona, scattava compulsivamente con lo sguardo nel vuoto. Fotografava l’assenza di Bice. Raccoglieva le foto in un album: vi si vedevano portaceneri pieni di mozziconi, un letto sfatto, una macchia d’umidità sul muro. Gli venne l’idea di comporre un catalogo di tutto ciò che nel mondo esiste di refrattario alla fotografia, di lasciato fuori sistematicamente dal campo visivo non solo delle macchine ma degli uomini.”

Fino all’azione estrema, che si rivolge su se stessa, come un gioco infinito di riflessi allo specchio, un cerchio che si chiude.

“Le foto sui giornali venivano fotografate anch’esse, e un legame indiretto si stabiliva tra il suo obiettivo e quello di lontani fotoreporter. Per produrre quelle macchie nere la lente d’altri obiettivi s’era puntata su cariche della polizia, auto carbonizzate, atleti in corsa, ministri, imputati.”

Si può spezzare il cerchio?

“Dalla sua immobilità si sorprese a invidiare la vita del fotoreporter che si muove seguendo i moti delle folle, il sangue versato, le lacrime, le feste, il delitto, le convenzioni della moda, la falsità delle cerimonie ufficiali; il fotoreporter che documenta sugli estremi della società, sui più ricchi e sui più poveri, sui momenti eccezionali che pure si producono a ogni momento in ogni luogo.”Vuoi dire che solo lo stato d’eccezione ha un senso? – si domandava Antonino. – È il fotoreporter il vero antagonista del fotografo domenicale? I loro mondi si escludono? Oppure l’uno da un senso all’altro?” e così riflettendo prese a fare a pezzi le foto…”

Il fotoreporter come l’altro estremo di un continuum che parte dal quotidiano privato? Mi vengono in mente i fotoreporter di cinquant’anni fa, quando Calvino scrisse il racconto: è ancora l’avventura del fotografo, oppure è la fotografia a farsi avventura? Chissà oggi, a pensarci bene, che cosa è diventato il nostro modo di pensare la fotografia?
Ma torniamo all’avventura del nostro fotografo, che non si conclude ancora:
“Forse la vera fotografia totale – pensò – è un mucchio di frammenti d’immagini private, sullo sfondo sgualcito delle stragi e  delle incoronazioni.”

Annunci

Informazioni su Tullio Bugari

https://tulliobugari.wordpress.com/
Questa voce è stata pubblicata in fotografia, LIBRI. Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...