Anni Settanta

dorelloassoluzioneamoreAssoluzione di un amore, di Jean Coti, affinità elettive, 2010.
Anni Settanta. Ma il romanzo non è stato scritto oggi. L’autore l’ha battuto a macchina premendo i tasti con un solo dito, come una goccia che si lascia cadere, tra il ’77 e il ’78. Poi, l’editore mancato di allora ha perso il dattiloscritto, per ritrovarlo oltre trenta anni dopo, decidendo di rintracciare l’autore e trovargli un’adeguata pubblicazione. Ma a differenza dei vini, che invecchiando aggiungono nuovi aromi, questo riemerge come un reperto rimasto  intatto, che possiamo guardare e leggere dallo stesso angolo visuale di allora, dallo stesso particolare squarcio della realtà nel quale fu pensato e scritto. E poter fare questo oggi.
Il racconto si compone di tre parti.
Nella prima, i capitoli avanzano normali da uno a nove. Nella seconda, vanno da nove a uno, come il moto retrogrado della luna. Non sono flashback, ma un semplice lavorio dei pensieri e delle immagini che vi si mescolano dentro, mentre la protagonista se ne sta chiusa in una cella d’isolamento. Nella terza parte i capitoli tornano a crescere normalmente, come se qualcosa si fosse sbloccato, ma non si sa che cosa perché le pagine sono vuote. Anzi, piene dl loro spazio bianco (mi fa venire in mente la cecità di Saramago). Forse perché, allora, quelle pagine avrebbero dovuto riguardare il dopo? Chissà? Comunque oggi quel “dopo” è già passato ma il bianco è ancora lì, quasi come la metafora di una rimozione ma detto così suona banale, a meno che la rimozione fosse già stata immaginata, o intuita, da prima!  Chissà?
Due le parti scritte e due le date che incorniciano la storia.
Il 1968: fughe dalla provincia, ciclostilati, parole lanciate al vento dei futuri possibili allora così vicini, o consumate nel fumo delle riunioni nei luoghi chiusi. E poi occupazioni, assemblee e anche amori.
Il 1978: La protagonista è chiusa in una cella d’isolamento. Ha ucciso ma l’hanno presa. Ma chi è davvero la persona uccisa?, si chiede: “Penso spesso a xxx. Forse perché è stato il mio primo morto e, stante la situazione, parrebbe anche l’ultimo; ma non è per questo. Quando penso a lui e a me che lo uccido, non mi passa per la testa la moglie, la famiglia che certamente ha, la vita che ha perso; no, mi domando sempre e solo: chissà, forse era uno come me, pieno di dubbi, che cercava di capire quello che gli succedeva intorno, e mi tortura l’idea che potesse essere così, perché è merce rara quelli che cercano di capire, non importa che ci riescano o meno, è importante che ne sentano il bisogno, l’urgenza, l’indispensabilità”.
Poi lo scoprirà, perché ha voluto scoprirlo, e sarà più che una sorpresa, un vero “nonsense”.
“Perché lo hai fatto” gli chiede il magistrato che più che interrogarla sembra cha vada a trovarla, ma in questi incontri – nei capitoli che procedono a ritroso – si risveglia come una trama parallela, che lascia intravedere come avrebbe potuto essere ma non è stato.
Il titolo del romanzo è “assoluzione di un amore” e quindi eccoci al punto: “Ecco quello che ci univa, il dubbio. In un mondo pieno di certezze, noi eravamo pieni di dubbi, su tutto, ci costava fatica e ci imponeva di cercare di capire, magari senza riuscirci; però cercavamo, cercavamo sempre. Abbiamo passato dieci anni di grandi illusioni e di ancor più grandi tradimenti e a nostro modo, per strade diverse, abbiamo reagito.”  Si dice così, tra sé, la protagonista chiusa nella sua cella, e poi ritorna, sempre tra sé, alle immagini di dieci anni prima, durante la notte dell’occupazione, quando tutti e due sono lì in quell’aula di università, che provano ad amarsi ma hanno anche altro per la testa, e dunque dialogano tra loro, forse cercando per questa via una diversa specie di intimità complice:
“Noi, che facciamo? Ci facciamo sgomberare?”
“Pensi che ci siano alternative? Ci facciamo sgomberare. Faremo resistenza passiva, ci piglieremo un fracco di botte, calci, spintoni e insulti, alcuni passeranno la notte in questura, pochi staranno qualche mese al fresco, molti si faranno schedare. E domani, tutto da capo. Forse aveva ragione Giulio.”
“Ma non era ‘avventurismo’?”
“Certo, in teoria lo era e lo è. Ma in pratica? Quelli vogliono lo scontro duro, il casino, il morto, vogliono l’alibi per la restaurazione, mentre noi vogliamo cambiare il mondo con le idee, con le parole. Non c’è equilibrio, così; le carte sono truccate! Allora, forse, ha ragione Giulio che, visto che scontro e morto ci devono essere, cerca di scegliere lui il tempo, il modo, il campo per farli.”
“Ma allora perché lo hai bruciato, Giulio?”
“Perché sì, perché è giusta la mia tesi, perché il sistema non lo stravolgi con i mezzi e le azioni che loro si aspettano (…) Non dobbiamo aiutarli, cadendo come ingenui nel loro tranello.”
“Però è dura da digerire. Tu hai ragione, ma Giulio non ha tutti i torti.”
“No, Giulio non ha tutti i torti. Eppoi, chissà se ho ragione io…”
Discussione irrisolta, come quella ricerca di un’intimità un po’ complice; dieci anni dopo ci sarà invece un finale a sorpresa. Ma forse, a questo punto, la parte più interessante e ancora davvero aperta, è proprio la terza, quelle con le pagine in bianco. A Jesi, comunque, dove vive l’editore mancato ma poi riscattatosi – lui stesso ci spiega tutto, o quasi, in una simpatica prefazione –  ne hanno tratto anche uno spettacolo teatrale.
In conclusione: lettura veloce, piacevole, interessante, un piccolo squarcio nel tempo per chi ha voglia di tornare su alcune pieghe della variegata realtà degli anni Settanta.

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