“La fotografia è ciò che i fotografi fanno”

articolo_biancoscuro“Bianco e oscuro, storia di panico e fotografia”, romanzo di Simona Guerra (editore Postcart, 2012). Libro breve, denso, di riflessioni ed emozioni alla ricerca, o alla riscoperta, di un atto creatore che per un momento teme di essersi smarrito. Libro scritto nella forma diaristica dell’autobiografia, e al tempo stesso in quella della finzione del romanzo, forse perché certe volte ciò che è vero per vederlo davvero tocca un po’ immaginarlo. Ho letto il libro dopo averne ascoltato la sua storia – del libro e della sua autrice – dalla voce diretta dell’autrice. Ma non basta questo ad esaurirne le pieghe nascoste.

Di solito la fotografia gioca con le tonalità cromatiche del colore, o del ‘bianco e nero’. ‘Il bianco e l’oscuro’ invece sono una coppia imperfetta – come il binomio fantastico di Rodari – e appartengono a una zona di confine più in là, oltre, più sfumata e mai ferma, fatta di distanze e di vicinanze che non si limitano a giocarci con le luci e le ombre, ma le conferiscono piuttosto una diversa profondità. Nuove angolazioni. Da esplorare. Ignote talvolta, eppure presenti. Un percorso interiore, come un discorso in cui la voce che può animarlo e dargli consistenza nella realtà sonora del racconto manifesto, si trova invece di più a proprio agio nello spazio dei pensieri. Una sonorità di echi – di immagini – rievocati dal pensiero. Parole come pensieri, che si manifestano e prendono il volo più che con la voce tramite la scrittura – e i suoi diversi supporti. Anche quello virtuale, che rende immediate le distanze, tramite una finestrella che si apre sullo schermo – non pensavo che una chat potesse somigliare a un angelo custode – un dialogo che a tratti sembra voler rubare immagini alla leggenda, intesa come racconto che viene da un’altra realtà. Forse parallela, forse remota, o nascosta, forse più vera. O forse così vicina, non diversa dalla realtà delle emozioni fuggevoli – non perché fuggano o siano leggere ma solo perché a tratti sanno rendersi impalpabili, difficili da controllare – che ci vivono dentro realmente. Qui dove nulla è banale. E neanche là, nel remoto, nulla può essere banale, nonostante la banalità estrema di una sofferenza troppo evidente. Ecco, è questo l‘altro estremo del buco nero, della profondità dell’oscuro.

Provo ad essere meno ermetico ma non mi riesce bene, perché la semplicità è difficile a farsi. In questa storia poi c’è anche un terzo elemento, oltre al bianco e all’oscuro.
Oltre al panico, che come un mantello oscuro t’insegue e tende trappole, fino a quando non riuscirai a smettere di dargli le spalle. Illuminata da qualcosa – chissà che cosa, di preciso? – scaturito forse anche per caso. Ma sai anche che il caso non vene mai per caso.
Oltre alla fotografia, il cui lato bianco prima ancora che nel suo risultato è nella voce e nel pensiero del fotografo, capaci insieme di cogliere i punti di passaggio: “porte che davano accesso ad altri mondi, idee degli uomini, accadimenti.”

313138Il fotografo si trova in un ospedale psichiatrico in Albania, a Elbasan. Gli hanno commissionato un reportage: “Deve essere terribile vivere in quell’inferno, un doppio inferno credo, perché ne hanno uno in comune, di quel posto che abitano, e un altro personale, interiore, che viene da chissà quali esperienze, da chissà quali luoghi lontani della loro vita passata.  Quest’ultimo deve essere il peggiore, perché immagino che sia fatto di ricordi distorti, di cose che non sono mai riusciti a spiegare né a se stessi né tanto mento agli altri. Se provo a immaginarlo, penso possa essere come se ti chiudessero il cervello  in una scatola piena di zanzare e che queste ti ronzassero attorno  e ti pungessero senza pietà mentre tu non sai come farle uscire. Io, qui, devo tentare di fotografare tutto questo.”

“Non pensavo che una chat potesse somigliare a un angelo custode” scrivevo più sopra. Ma è una chat simmetrica, un angelo custode simmetrico e vicendevole che si trova di qua e di là, su entrambi i lati degli scorci di profondità che intravede. Quando si è in due il mondo smette di essere piatto, o a senso unico. La copertina del libro riporta la foto di un angelo disegnato forse su una parete nuda di quell’ospedale. Le mani spariscono dentro le maniche della tunica gialla e le ali dalle piume arancio sembrano braccia alzate in segno di resa. O la coda di un pavone indifeso. Il volto mi fa pensare ad una donna dallo sguardo triste. E innocente, senza altra possibilità che la sua innocenza. La percepisco bene, anche se gli occhi sono stati cancellati da un tratto di deciso di nero carbone, come quando con una matita si cancellano gli occhi da un nostro ritratto fotografico, con cui abbiamo un irrisolto rapporto di… non mi viene la parola esatta, forse non esiste.

Oltre al panico e alla fotografia c’è però anche un terzo elemento. Un’altra identità che emerge a poco a poco, attraverso le parole lasciate su un diario. Di nuovo un diario, altri pensieri e frammenti di vita che si sono ostinati a cercare una forma che li contenesse, per dialogare con se stessi, ma anche con… chissà?  Un diario che riemerge perché la ragazza del panico è un’archivista ma il suo è un archivio che non cataloga e ripone, bensì estrae, restituisce vita a ciò che era stato riposto, in attesa, dentro scatoloni polverosi. Non posso non notarla e apprezzarla questa curiosità che agisce a ritroso, come l’atto creatore dei miti più antichi, dopo che nel mio piccolo ho assaporato qualche tempo fa la piacevole esperienza di andare all’archivio diaristico di Pieve Santo Stefano e leggere alcuni diari, nei loro fogli e nella scrittura originale.
La forma della scrittura diaristica mi sembra che la esprima in modo efficace Lidia Ravera nella prefazione al libro di Saverio Tutino “Il rumore del sole”, quando dice: “Sembra di vedere i pensieri mentre nascono.”

Mi pare di capire che in questa storia raccontata da Simona Guerra sia proprio questo terzo elemento – la vita che rivive grazie alla curiosità di chi riscopre il diario – il vero tessuto connettivo nascosto, la trama della vita che agisce.  La molla che scatta nel pensiero.  E poi c’è anche la sonorità della voce, non più un atto banale e ovvio ma che si tinge di magia. Perché la donna del diario era un’attrice – ed ecco, con il teatro, un altro mondo intero che si apre, accanto agli altri, ad arricchire con altre prospettive ancora. E per di più, se è stata un’attrice si tratta di un personaggio pubblico, e magari cercando su internet qualcosa salta fuori.

“Una piccola scritta invitava: “Ascolta la voce di Anita Orlandi.” Bastava fare click e l’avrei sentita come si sente la voce di una persona viva. Non ci pensai due volte, anche se mi sentivo un nodo allo stomaco. Un attimo dopo stavo sentendo la voce di Anita. “Suvvia piccola, non piangere! A volte il mondo pare cattivo e crudele ma non è con le lacrime che le cose cambieranno. Coraggio, prendi questo fazzoletto e asciugati il viso. Cosa dirà il tuo amato a vederti così? Ora la mia bacchetta magica ti darà nuova forza!”

Un diario, quello di Anita, dentro un altro diario, perché è questa la forma in cui questa storia di panico e di fotografia è stata scritta dall’archivista Simona Guerra. Il fotografo in Albania è Giovanni Marrozzini, e le sue foto sono un racconto dentro un altro racconto, presenti nel libro ma accompagnate ciascuna soltanto dalla “data di nascita”, come in un diario. Due racconti paralleli, le parole e le fotografie, autonomi uno dall’altro ma che non sarebbero uguali uno senza l’altro, canto e controcanto, intrecciati e ricomposti insieme dal progredire delle date, come un solo diario che le raccoglie insieme.

Un diario dentro un altro diario, ma anche “foto dentro altre foto”. Dicevo all’inizio che ho letto il libro dopo averne ascoltato la sua storia  dalla voce diretta dell’autrice. La cornice – all’interno della quale sono state proiettate anche le foto di Marrozzini che accompagnano il libro – era costituita da pareti tappezzate dalle  foto scattate durante un laboratorio fotografico del “centro diurno e sollievo”, legato alla manifestazione “malati di niente” il 28 dicembre a Jesi. Autoritratti. Oggetto e soggetto di se stessi, come pensieri e racconti che quando prendono forma sono capaci di guardarci e contenerci. Ma questo già lo fanno da tempo, solo che non ce ne accorgiamo.

(una recensione di Michele Smargiassi)

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