L’economia della sicurezza

Mi imbatto (quasi) per caso, in questo primo giorno del 2013, in un documento dell’Ocse intitolato  “The security economy”, di cui è disponibile in rete anche un  riassunto in italiano.
Avevo già letto una citazione di questo rapporto, nella parte introduttiva del libro “le armi come impresa” (di V. Comito, edizioni Asino), nella quale si sottolineava – nel contesto di “una diminuzione dei conflitti interstatali negli ultimi anni, compensata dalla recrudescenza della violenza intrastatale, religiosa e terroristica”, ma anche del crimine organizzato, del narcotraffico e della proliferazione nucleare biologia e chimica – “la tendenza verso un collegamento  tra il settore militare e quello civile, in una revisione più generale verso sistemi di difesa di sicurezza, con l’emergere di una “nuova economia della sicurezza”, sotto la spinta naturalmente degli interessi dell’industria e della politica”.
Inizio dunque a leggere il rapporto citato, per il momento il suo riassunto in italiano, non per farne un riassunto del riassunto ma per elencare a me stesso una “scaletta” di argomenti da approfondire con più calma, uno alla volta e nelle loro interrelazioni economiche, sociali e culturali.
Tanto per darmi dei “pensieri guida” di riferimento, mi vengono in mente, mentre inizio a leggere, la vicenda dei due marò italiani in India e l’ultima strage a Newton nel Connecticut.  Seppur diversi, entrambi hanno a che fare con vittime innocenti e con “la sicurezza”.
Una scaletta di “appunti”, quindi, evitando al momento commenti o riscritture mie ma utilizzando citazioni, come  documentazione.

Innanzitutto, che cosa definisce l’industria della sicurezza?
“Il termine economia della sicurezza è, come indica il concetto, relativamente nuovo, e viene applicato a una congerie di attività che riguardano la prevenzione e la riduzione dei rischi di danni intenzionali contro le persone e la proprietà. In senso lato, s’intendono tutte le questioni legate alla difesa e al controspionaggio, alle forze di polizia statale, alla polizia privata, alle guardie armate, e ai fornitori di tecnologia della sicurezza. In senso più ristretto, la spesa privata per il personale e gli enti di sicurezza.”
Dunque, un insieme eterogeneo di attività e comparti, un tempo separati tra loro che oggi tendono sempre più a integrarsi. Vi operano migliaia di aziende ed è un settore in rapida crescita, con proiezioni di un fatturato del 7-8% all’anno, ben al di sopra della media degli altri comparti.

Segue, nel rapporto, questa domanda: A che cosa è dovuta questa rapida crescita?
“La crescita della domanda mondiale di servizi e beni di sicurezza è rafforzata, in un certo senso, dal progresso tecnologico. (…) la spinta è data soprattutto da numerosi e diversi fattori sociali, economici e istituzionali.”
Anche se, prosegue più avanti il rapporto: “Curiosamente, le statistiche sui crimini indicano che, dalla metà degli anni novanta, in molti paesi i delitti comuni (in opposizione al crimine organizzato) sono in realtà diminuiti. La criminalità organizzata, invece, è cresciuta in molti paesi. Ciò dimostra che il panorama generale della criminalità è in realtà molto vario e che la percezione dei cittadini dei livelli di attività criminale sono un elemento molto importante del loro senso di insicurezza e che, di conseguenza, la tecnologia non è sempre una soluzione.”

C’è forse una questione di sicurezza reale e sicurezza percepita?
Il rapporto si sofferma a esaminare i costi crescenti della criminalità organizzata e il loro peso sulle nostre società, prima di proseguire analizzando gli altri fattori che tendono a mantenere alta la domanda, attraverso l’esigenza reale o percepita di sicurezza. Tra questi il terrorismo e le armi di distruzioni di massa, poi gli effetti della globalizzazione sul crescente transito internazionale di persone e di merci.
I crescenti flussi migratori producono purtroppo nelle società un senso di insicurezza. I traffici di merci e la sicurezza delle attività delle imprese sui mercati globali creano ulteriori esigenze di sicurezza.
Viene citato, tra i fattori che premono sulla domanda di sicurezza, anche le conseguenze dell’invecchiamento progressivo della popolazione; poi il cybor crimine e tutto ciò che è legato alle frodi informatiche, e altri fattori ancora. L’elenco, m’immagino, potrebbe essere lungo. Ci vorrebbe, forse, un po’ di analisi antropologia della società attuale.
Sarà interessante approfondire tutti questi fattori uno alla volta, nelle loro implicazioni sociali e culturali, oltre che economiche e politiche.

Il rapporto prosegue analizzando i prodotti e i comparti, con particolare attenzione a quelli nuovi e previsti maggiormente in crescita per far fronte alle esigenze di sicurezza reale o percepita.
“I prodotti di monitoraggio e identificazione, ad esempio, rappresentano circa 15 miliardi di dollari del mercato. (…) le tecnologie d’identificazione a radiofrequenza e i sistemi biometrici sono tra le tecnologie emergenti di questi ultimi anni e potrebbero svolgere in futuro un ruolo  chiave nelle attività connesse alla sicurezza; si prevedono anche un’espansione dei sistemi di navigazione via satellite e di rilevamento, di criptaggio, e progressi nelle telecomunicazioni. Inoltre, alcune delle tecnologie di sorveglianza più affermate hanno acquistato maggiore importanza da quando sono state associate alle tecnologie ICT – il circuito chiuso di televisione (CCTV) ne è un esempio significativo.”

Dopo la descrizione dei vari comparti, il rapporto pone la questione dell’impatto sull’economia di queste nuove tendenze: “Ma anche migliorare la sicurezza ha i suoi costi, che sono generalmente di due tipi: primo, gli investimenti necessari per l’installazione dei dispositivi di sicurezza richiesti, e secondo, gli effetti negativi che i dispositivi di sicurezza possono avere sulle attività del settore o sull’intera economia.”

Tra gli esempi citati c’è quello del settore marittimo: “Nel settore dei trasporti marittimi, si pensa che le azioni di sicurezza negoziate all’Organizzazione Marittima Internazionale costeranno agli operatori marittimi più di 600 milioni di dollari.”

E tra i costi, quelli economici, naturalmente:
“Il rafforzamento della sicurezza può anche tradursi in tempi di consegna più lunghi, determinare disfunzioni nelle catene mondiali di distribuzione e dei sistemi immediati di consegna. Come conseguenza della maggiore attenzione rivolta ai problemi di sicurezza, le compagnie commerciali hanno dovuto sopportare costi addizionali per i trasporti, la movimentazione delle merci, le assicurazioni e le dogane. Tali costi “frizionali” rendono il commercio più caro e riducono i flussi.”

Chi “paga” questi costi? 
“Dati gli effetti economici negativi connessi ai disastri gravi, i governi dovrebbero destinare parte delle sovvenzioni pubbliche al settore privato per sostenere i suoi sforzi per migliorare la sicurezza, a condizione di non penalizzare le famiglie.”
Insomma, parafrasando un concetto molto sottolineato negli ultimi temi, per riportare l’attenzione alla solidarietà sociale piuttosto che all’interesse privato, emerge che la sicurezza è un bene comune:
“Esistono notevoli possibilità di cooperazione tra pubblico e privato nel settore della sicurezza, in particolare per gli schemi volontari del settore privato sostenuti dall’azione del governo, che comprendono le iniziative volte a garantire l’integrità della catena di distribuzione attraverso accordi tra spedizionieri, intermediari e compagnie di trasporti, in cui i governi possono intervenire sia come soci attivi dell’accordo (ad esempio, dogane e immigrazione) e come agevolatori (ad esempio assicurazione di outsourcing, ratifica e certificazione per accreditare le operazioni del settore privato).”

Non commento nulla, tutto mi sembra però assai degno di attenzione.
Lo stesso rapporto (cito sempre dal suo riassunto) a questo punto apre un discorso sulle Implicazioni sociali a lungo termine. Il diffondersi di tecnologie per la sicurezza sempre più sofisticate ha determinato sviluppi in altri campi. Innanzitutto, I servizi di sorveglianza si sono intensificati e sono sempre più privatizzati: negli Stati Uniti, ad esempio, la spesa per la sicurezza privata, che si era già quintuplicata tra il 1980 e il 2000, è oggi due volte maggiore di quella statale. Le tecnologie di sicurezza sono diventate inoltre più automatizzate, sempre più integrate con banche dati contenenti informazioni personali, e anche più globalizzate.”

E più avanti si sottolinea: “È interessante notare che tali tecniche di selezione non vengono applicate soltanto nell’ambito dell’applicazione delle leggi sulla sicurezza e dell’amministrazione pubblica, ma anche nel settore del marketing, dove le misure di  sorveglianza vengono utilizzare per dividere gli individui (spesso a loro insaputa) in  categorie, distinguendo spesso tra potenziali trasgressori delle leggi e potenziali consumatori. Ne risulta un uso sempre più diffuso del profilo di rischio e una sempre maggiore fiducia nel profilo di previsione.”

Il rapporto invita ad approfondire il rapporto con le libertà democratiche:
“Questa tendenza fa sorgere l’importante questione della reazione dell’intera società di fronte alla diffusione delle tecnologie di identificazione e sorveglianza negli anni a venire. Fino ad oggi, ad esempio, sicurezza e libertà democratiche sono state considerate più come concetti contrapposti come che come nozioni complementari. Le questioni legate al rispetto della vita privata sono importanti, ma altrettanto importanti sono per il futuro quelle legate alla responsabilità. Come sono controllati i sistemi di monitoraggio e di sorveglianza? Chi crea le categorie?” 

Senza titoloL’altro versante di questa economia della sicurezza, aggiungo, dovrebbe essere quello dell’industria delle armi, riprendendo la citazione iniziale di una tendenza crescente verso il collegamento  tra il settore militare e quello civile, in una revisione più generale verso sistemi di difesa di sicurezza.
Oltre al libro già citato, facilmente reperibile, tra le informazioni disponibili in rete si può consultare il rapporto annuale del Sipri, sulle spese per gli armamenti. L’ultimo uscito è quello del 2012.

Il successivo argomento che sarà invece interessante approfondire lo trovo seguendo questo articolo da uno dei siti dell’Unione Europea: “Industria della sicurezza: la Commissione propone un programma per consentire di crescere ancora”.

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