Il Fiore di Bogdanovic

Si è conclusa venerdì sera a Fano nelle Marche, la due giorni dedicata ai balcani venti anni dopo, organizzata insieme da Arci, Associazione Millevoci, Babelia, Bottega Mondo Solidale, Circolo giovanile “Salvador Allende”, Donne in Nero ed Emergency.
09_cooperativa_insieme_1.jpg__1000x0_q85_upscale“Venti anni dopo”, dove il dopo sta a ricordare che tanti sono gli anni trascorsi dall’inizio dell’ultimo conflitto che ha insanguinato questo strano cuore dell’Europa, ma che venti anni sono anche troppi, se ancora oggi la situazione appare così complessa, articolata e con motivi di preoccupazione.
Accanto alle speranze, naturalmente, che sono caparbie e non cedono mai.

Si è conclusa, la due giorni, con il film reportage “Il cerchio del ricordo”, di Andrea Rossini, un viaggio fatto di veri salti nel passato e nelle memorie, attraverso i miti fondatori, le identità che si tengono ma fanno anche fatica a definirsi, e in questa fatica capita anche che esagerino.
E’ il tema fondamentale di ogni civiltà, quello di rapportarsi in modo adeguato alle memorie, dove il coraggio di ricordare e quello di dimenticare diventano un unico cammino inestricabile, faticoso, dalle sfaccettature mutevoli, mai banali.
Ricordare, ma in modo compiuto e non frettoloso, è indispensabile, e se non lo si fa il vuoto che ci resta addosso finisce per occuparlo qualche altra cosa, che può sfuggirci di mano.
Nel film ci sono Jasenovac – il più grande campo di concentramento costruito nei Balcani durante la seconda guerra mondiale – e poi il più recente lager di Omarska.
Il “fiore di cemento” di Bogdanovic è il monumento costruito al centro del memoriale di Jasenovac.  Il monumento è una bella metafora, aperta e complessa, non solo per la sua architettura ma anche per le discussioni lo hanno preceduto e poi ne hanno accompagnato e seguito la realizzazione.
Il film tenta di rintracciare, dentro le linee della circolarità della Storia, il filo rosso che lega le vicende, proponendoci una riflessione ancora tutta aperta su come sciogliere i nodi che continuano a legarci. E’ un invito a guardare in modo più ampio, nel tempo e nello spazio. Ne abbiamo bisogno.

Nel pomeriggio di venerdì ho avuto l’occasione di parlare di Jugoschegge, di come è nato e si è sviluppato il progetto del libro e quali sono gli stimoli alla riflessione che contiene. E’ stata una bella serata, e mai come in queste occasioni la parola che uso mostra tutta la sua complessa valenza, mentre vuole riferirsi al piacere di trovarsi in compagnia di persone che prestano un’attenzione preziosa a queste vicende.
10_cooperativa_insieme_1.jpg__1000x0_q85_upscaleIl mio intervento è stato un breve flash inserito tra le testimonianze di Giannina del Bosco, delle Donne in Nero di Verona – la storia del movimento dalla carovana della pace nel 1991, fino all’esperienza della cooperativa Insieme di Bratunac (i lamponi della pace) e al progetto di un Tribunale delle Donne per i crimini della guerra – e di Roberta Biagiarelli, presente anche in Jugoschegge con un suo capitolo, attrice di teatro civile e interprete – lo ha fatto circa 500 volte in questi anni – del monologo “A come Srebrenica”.
Roberta, a conclusione del suo intervento ha letto il racconto “Il treno”, contenuto nel libro “Le stelle che stanno giù”, di Azra Nuhefendic: “Non sappiamo ancora dove siamo diretti, né quali saranno le fermate”.

I nostri interventi erano stato introdotti da Tiziana Gasparini delle Donne in nero di Fano (di Tiziana non posso fare a meno di citare questa sua simpatica  improvvisazione canora di qualche tempo fa: “Storia di una cosa”, che trovo perfettamente in tema con le due giornate di cui sto parlando ora).
Nell’introduzione ai nostri interventi Tiziana ha ricordato tutte le iniziative svolte nel primo giorno di questa manifestazione, in particolare la serata dedicata alla “transumanza della pace”, il progetto di Mario Rigoni Stern e Roberta Biagiarelli.
Un grazie agli amici che hanno organizzato queste due giornate.

La chiusura con il film di Rossini e i ricordi di Jasenovac mi hanno ricollegato ancora una volta – ma non è la prima volta, durante questo lungo tour di Jugoschegge che dura da un anno – a contatto con l’altro lavoro a cui sto collaborando – la Staffetta della memoria – e che mi riporta dentro le nostre memorie italiane, quelle fondative di una parte importante della nostra identità, ma che hanno anche una collocazione più ampia, nel contesto di una storia europea che ci comprende tutti.
Non dovremmo dimenticarlo, come invece facciamo.
E’ interessante, tornando ai “Balcani venti anni dopo”, la contemporaneità, nel 1992, dell’inizio dell’assedio di Sarajevo e della firma del trattato europeo di Maastricht. Mi fermo qui, per ora; sul recente nobel per la pace alla UE mi limito a citare questo articolo di Ennio Remondino.

(le foto inserite sono di Mario Boccia e raccontano l’esperienza dei lamponi della pace)

(Questo articolo è stato pubblicato anche da Radio network Arci)

 

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https://tulliobugari.wordpress.com/
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