I tulipani rossi

th_1dd1d6fe940b0becc9a0299f6069644e_nonvinoenologo_2“Non è il vino dell’enologo. Lessico di un vignaiolo dissidente”, di Corrado Dottori, DeriveApprodi editore.
Lessico è la parola chiave di questo lungo racconto che da voce al vino senza trascurare nulla dell’intero mondo che gli appartiene. E’ un manifesto di antropologia politica scritto nella forma dell’autobiografia, quella dei pensieri mentre si formano[1]  avventurandosi negli spazi aperti e indeterminati dei significati.  Spazi non metaforici ma fisici, quelli della vigna, sempre presente come un proscenio che il narratore usa per illustrarci il mondo di meraviglie che lui ha già esplorato, entrandovi dentro con lo stupore ingenuo del cercatore di utopie e la curiosità concreta del contadino che sente la terra.

“E’ la vigna a rispondere. Col suo aspetto, le sue forme, la sua vegetazione. I tralci si distendono meglio, le foglie ingialliscono dopo, il vigneto appare come un elemento vivente che è solo parte di un ambiente naturale fatto di erbe e insetti e animali. E camminarci in primavera è una meraviglia, Immagini le radici, nel buio della terra, sensitive, cercare acqua e humus e minerale. Vedi i tralci che iniziano a spingere verso l’alto, verso la luce, arrampicandosi in direzione del cielo. E in mezzo le foglie che respirano. Creando energia. Mutando acqua e anidride carbonica e luce in sostanze nutritive. Qualcosa di straordinario che l’uomo, ancora, non è riuscito ad avvicinare.”

C’è molto spazio e cielo, come potrebbe non esserci nella storia di un vignaiolo? E poi, come un incanto naturale, tutto si ritrova condensato nell’intimità protetta delle cantine, perché è al riparo di queste nicchie immerse nella terra che la meraviglia si sprigiona. Ma nulla è così immediato e scontato, ha bisogno dei ritmi del tempo, prima deve dispiegarsi la pazienza e la tenacia dell’iniziato, per cogliere la meraviglia nel suo significato più interno.

“Imparo che esistono diversi tipi di lievito responsabili della fermentazione dopo alcuni anni. Non avendo alle spalle alcuna formazione di tipo enologico, quando inizio a produrre vino lo faccio senza conoscenze, convinzioni, principi.  I primi due anni seguo l’enologo in modo pedissequo. Mi basta che i lieviti selezionati  siano ‘neutri’ e non ogm. L’incontro con i primi vini naturali mi apre un mondo che conoscevo. Lieviti indigeni. Che significa? Lieviti apiculati? Che cosa sono?”

Forse un’alchimia che non è da inventare, che sarebbe facile, ma semplicemente da scoprire, che si rivela più complesso?

“Quando inizio con le prime sperimentazioni colgo finalmente la diversità delle dinamiche, dei processi. Le fermentazioni sono più lente, spesso finiscono del tutto solo l’estate successiva alla vendemmia. (…) Resto per due o ttre anni a metà del guado. Da un lato c’è la paura del salto verso le fermentazioni spontanee, dall’altro la preoccupazione economica. Per vivere devo vendere il vino. E devo averlo pronto già in primavera. Poi un giorno d’inverno, assaggio una delle vasche vinificate senza l’ausilio di lieviti selezionati e scopro il mio vino.”

Ma per scoprirlo bisogna averlo cercato, con l’attenzione e il rispetto che sono dovuti ai dettagli.

“Ottengo vere fermentazioni spontanee, guidate da lieviti apiculati nella prima fase, col loro tipico sentore di smalto. Lieviti che sono sulla buccia dell’uva, lieviti davvero del territorio, generalmente eliminati dai protocolli di vinificazione convenzionali con la prima solfitazione.” 

Ma chi è esattamente, dove si nasconde, e che nome ha l’artefice nascosto del tocco di Dioniso, quello a cui il buon vignaiolo deve imparare ad affidarsi?

“Dopo qualche giorno e un bel po’ di rimontaggi all’aria, il ‘saccharomyces cerevisiae’ prende il sopravvento e, se  tutto va bene, porta a termine la fermentazione alcolica. Sono lieviti solo in piccola parte presenti nell’uva: la loro casa è la terra, in vigneto, ma soprattutto la cantina. Attrezzi, muri, pompe, ambiente di cantina. Difficile è sapere cosa stia fermentando, quale ceppo, come abbia guadagnato spazio nell’ambiente-mosto e perché.  Ma è bellissimo vedere la fermentazione tumultuosa, sentirne gli odori, assaggiare mosti i cui profumi, e odori cambiano ogni minuto.”

1Dicevo, all’inizio, un manifesto politico. In che senso?  Quello della terra (tierra y libertad!).

“Mentre spargo il compost sul terreno – autoprodotto perché viene dalle vinacce dell’anno prima – mi accorgo che non sto facendo crescere l’economia. Il mio vicino sì. Sta dando sul terreno azoto e fosfati chimici. Che a breve finiranno nell’Adriatico. Però quei concimi sono passati da un mercato e vengono contabilizzati nella crescita dell’economia. Poco importa che siano inutili o addirittura dannosi. Anzi. Se si dovesse intervenire per risanare un inquinamento, queste aziende farebbero salire il Pil. Tutto si tiene , allora. Il mio essere agricoltore e la mia critica all’economia politica che così tanto ho studiato e amato.”

E in che senso politico e anche antropologico?

“Non so se mio padre intuisca tutto questo. So che spesso mi raggiunge in vigneto per darmi una mano a strecciare o legare. Un’ora o due. E allora si parla. Ci divertiamo con l’azione rivoluzionaria del pensare. Ci accorgiamo che il gesto agricolo favorisce quest’attività. Il pensiero libero e irriverente. Parliamo di politica, ovviamente. Colgo la sua profonda delusione per un mondo che non è quello che aveva sognato negli anni Sessanta. Capisco il rammarico per una storia avvitata su se stessa e la rabbia per un paese in decadenza, stanco e immorale. Per una generazione, la sua, che gli era sembrata capace di plasmare un grande futuro per quelle successive e ora gli sembra solo che sia riuscita a moltiplicarsi i problemi.”

E allora? Magari fuggire?

“Fin da subito ho ben chiaro che non si tratta di una fuga. Valeria e io non siamo due reduci degli anni settanta, sconfitti, che si rifugiano in campagna cercando di nascondersi. No, Scegliamo con consapevolezza un futuro differente, un nuovo modello. Questa idea si fa strada lentamente in noi, dapprima solo abbozzata, poi inesorabilmente chiara. È in qualche modo la nostra stessa salvezza. E’ ciò che ci impedisce di chiuderci in un isolato mulino bianco fatto solo delle nostre cose. (…) In questo senso il ritorno alla campagna  è una ribellione e non una fuga. È un cammino fondato in modo razionale, e non solo romantico, sulla convinzione che dalla terra verrà la nuova grande trasformazione. Che nella terra e sulla terra si stringa lo snodo fondamentale fra energia, identità, democrazia. La terra mi appare dentro questa visione  il topos privilegiato della resistenza. Della rifondazione, della libertà. Non è subito chiaro. È stranissimo a dirsi. Che nel giro di due o tre generazioni, cioè , quella stessa terra che era fonte di stenti, sussistenze, dolore, possa diventare lo spazio di una ritrovata libertà. Eppure quello che intravedo nel 1999, quando accade Seattle, cioè il  concretizzarsi esplosivo di un movimento  che bruciava sotto le ceneri, quel che intravedo è la ricomparsa dei contadini sulla scena, la riaffermazione del conflitto sociale sulla terra (o Terra).”

Ribellione, dunque, e come ogni ribellione ha le sue guerre. In questo caso quella del gusto.

2“Dopo qualche anno di lavoro come vignaiolo mi rendo definitivamente conto che la sfera del gusto, inteso come percezione sensoriale di un profumo o di un sapore, hanno una formidabile attinenza con l’estetica. Chiedersi ‘cosa è buono?’ altro non è se non una differente declinazione, semplicemente legata a un senso diverso, della domanda ‘cosa è bello?’ E questo giudizio estetico, che sia la misura di chi il vino lo fa o che sia il parametro di chi il vino lo giudica, ha spesso a che fare con la nozione di ‘gusto dominante’. Nella società post moderna ciò che vale per l’arte, il cinema e la letteratura moderni vale fondamentalmente anche per il vino, almeno dal momento in cui diventa un prodotto ‘voluttuario’: il valore estetico è sempre più espressione del valore economico, del potere economico. (…) Così un gusto ‘medio’, paradigmatico, borghese e innocuo si fa pietra di paragione del bello e del buono. E devianza è ciò che a questo gusto non assomiglia. Oppure difetto. Al massimo ‘alternativo’, se si vuole una nicchia da spremere.”

“Ci metto un po’ a capirlo” scrive qualche riga più avanti Corrado. Leggendo il libro ho scoperto il concetto di terroir. Pronuncia francese, che già il solo suono evoca tutti gli echi che gli appartengono.

“Il mio ‘terroir’ è una piccola striscia di terra rivolta a mezzogiorno. Lì dove milioni di anni fa c’era il mare, oggi c’è una distesa di colline che si inseguono sinuose. Alle spalle c’è Cupramontana, di fronte Staffolo, in lontananza Cingoli, mentre netta si staglia la figura del monte San Vicino a segnalare la vicinanza degli Appennini.”

Scopro allora che non si tratta di altro che del concetto antropologico di cultura. Basta inserirvi gli elementi della terra. Anzi, ci sono già, basta non dimenticarli.

“La terra è un’argilla multiforme: zone di vera e propria creta bianca dove domina il calcare, si alternano a lingue di arenaria giallastra e di marne azzurre, specie più in profondità. Su questo suolo compatto e povero di sostanza organica, nascono vini potenti, strutturati e salati. (…) Il terroir non è un’ideale ma un dato storico mutevole. È suolo e microclima; è vitigno e tecnica colturale; è fatto economico e culturale che segna l’identità locale in modo profondo. Il rischio è che diventi localismo becero e chiuso, quando la sua potenza sta invece nella ricchezza delle diversità, sorta di straordinario meticciato culturale.”

E quindi il racconto è tutto aperto, in divenire, verso strade che proseguono misteriose e complesse, fatte però di tanti  dettagli semplici e immediati: “Non ho mai capito perché in primavera solo in questa striscia di terra, che appartiene alla mia famiglia da circa ottant’anni, fiorisca un prato di tulipani rossi selvatici.”

È con questo spirito che ho letto questo libro. Con grande piacere, per l’amicizia che mi lega a Corrado, e a Valeria che ha condiviso la stessa avventura. E per le corde scoperte che ha toccato dentro di me, non solo quelle degli anni Sessanta e poi Settanta e poi dopo, ma anche per quelle legate al mondo della mia infanzia contadina. Anche i tulipani rossi c’entrano, in qualche modo. Per questo m’è stato facile parlarne. Tra l’altro, è giù tutto scritto in modo ottimo da Corrado, io in verità ho solo dovuto selezionare qua e là qualche brano, e a dire il vero m’accorgo anche d’averla fatta lunga: vabbé che la fermentazione è lenta ma forse ho esagerato. Buon vino a tutti e anche buona lettura (e una recensione più professionale della mia ma altrettanto appassionata, quella di Giampaolo Gravina, dall’Espresso blog)


[1] Prendo a prestito l’immagine da Lidia Ravera, nell’introduzione a “Il rumore del sole”, di Saverio Tutino.

Annunci

Informazioni su Tullio Bugari

https://tulliobugari.wordpress.com/
Questa voce è stata pubblicata in LIBRI, Storie contadine. Contrassegna il permalink.

2 risposte a I tulipani rossi

  1. Pingback: Letture di terra (dia internacional de lutas camponesas) | L'erba dagli zoccoli

  2. Pingback: Una montagna di libri a Bussoleno | L'erba dagli zoccoli

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...