Il rumore del sole

imagesHo comprato questo libro stuzzicato dal titolo. E  naturalmente dal nome dell’autore, “l’inventore” dell’archivio dei diari. La lettura è scorsa via come una passeggiata densa di storie e di cammini importanti che s’intrecciano, divengono, si susseguono e ti lasciano addosso come un nuovo umore.
“Hai l’impressione di vedere i pensieri formarsi” scrive Lidia Ravera nell’introduzione: “ininterrottamente, e, senza filtri, con la generosità di chi pensa.”
Leggendo, pare di capire che la generosità a cui si fa riferimento riguardi la capacità di sentire fortemente, attraverso tutto il corpo, se stessi e gli altri. E’ il vivere con gli altri ed essere insieme agli altri nella Storia, al cospetto dei suoi grandi scenari e al tempo stesso il piacere, la pazienza e la curiosità, il bisogno quasi, di fermarsi anche ai suoi dettagli: “Molti storici – scrive Tutino – diffidano di testimonianze personali redatte in tempo reale, come i diari e certi carteggi epistolari: avvertono che non esiste una storia scritta dal basso, con l’occhio dell’individuo che vive e descrive i fatti mentre avvengono, da contrapporre alla storia ufficiale o a quella elaborata col tempo, sulla base di tutti i documenti reperibili dai posteri.”  
1Più che una riflessione o una convinzione mi sembra un modo di sentire, un metodo, che deriva dal modo stesso in cui  Tutino racconta le tante persone con cui ha condiviso pensieri e momenti densi.  Una di queste persone straordinarie, ad esempio, è Ignacio Ikonikoff, un argentino  che tra il ’76 e il ’77, durante la dittatura dei generali, riusciva a fargli arrivare in Italia da Buenos Aires i suoi messaggi e le lettere da inoltrare ad altri esuli, e poi tramite questi far ritornare quelle lettere, se possibile, agli altri all’interno del paese, nascosti magari in luoghi vicini ma impossibili da raggiungere per le vie dirette. Tutto quel lavorio immenso per far arrivare le parole, la propria voce.
“Testimonianze come quella di Ignacio Ikonokoff – prosegue Tutino – sono strumenti di approfondimento e di verifica, oltre che voce di un protagonista, osservatore di professione e attore impegnato in prima linea negli eventi narrati.”
E poi ancora, appena qualche capoverso più avanti: “Di fronte ad una realtà sempre più buia per la ferocia crescente dell’avversario, lui confidava in una storia disegnata dai nostri sogni.”
Ho citato questo passo come avrei potuto citarne tanti altri, dello stesso tono e riferiti ad altri protagonisti altrettanto straordinari.
C’è molta storia e molta vita in questo libro, che abbraccia eventi dalla metà degli anni settanta agli anni novanta, ma anche prima e anche dopo, accaduti nel mondo,  in America latina e nel nostro paese, e tante riflessioni personali, aneddoti, dettagli soprattutto, abbozzi di pensiero che prendono forma e poi analisi,  considerazioni anche politiche su quegli anni. S’intreccia, con tutto questo, con la sua vita, anche la nascita del progetto dei diari, i suoi primi passi: “Ma c’è soprattutto – scrive sempre Lidia Ravera nell’introduzione – un discorso costante sulla scrittura. Sul potere taumaturgico e sui suoi limiti, sulla sua necessità e sulla sua qualità fondamentale di disciplina – unica fra tutte – che consente di non buttare via una vita, di gustarne e celebrarne ogni scoria, ogni dolore, ogni dettaglio.”

Tutino racconta la storia attraverso di sé, osservandosi come in tempo reale: “Racconto queste cose, riprendendo il filo dei fatti quotidiani dal mio diario. Un diario  ha bisogno di dire tutto il possibile, essendo una scrittura che riflette il presente. L’autobiografia, rivolgendosi al passato, è meno affidabile perché sceglie i temi (…) tende ad assumere pose di romanzo. Da qui viene la sua  essenza di  scrittura inaffidabile, pur avendo il vantaggio di poter esprimere contenuti repressi e dimenticati. Tutto nella vita è vero, falso, virtuale, a seconda del contesto: l’attimo seguente può decidere la piega che prenderanno i fatti, anche se si credeva di avere un progetto coerente.”

E ancora, poco più avanti: “Evocare un tempo lontano vuol dire  anche riappropiarsi di sé. Adesso che guardavo come ero ingenuo a vent’anni, potevo capire come allora  dovevano vedermi gli altri e come dopo cinquant’anni non fossi cresciuto, forse, quanto avrei dovuto.”

OLYMPUS DIGITAL CAMERAE così ancora senza sosta, tra dettagli e “Storia”, irriducibili speranze e intime depressioni, solitudini silenziose da cui ripartire e amicizie solide che non si possono trattenere: “Con un altro grande sconfitto, Salvador Allende, avevo stretto un’amicizia famigliare prima che divenisse presidente del Cile. Ma L’Unità nel frattempo mi aveva esonerato: Pajetta aveva detto che sembrano più militante del partito cubano che di quello italiano ed io, per appoggiare Allende presidente, avevo dovuto pagarmi qualche viaggio con l’aiuto ella Rai e con il contributo dei giornali socialisti. A Cuba qualcuno aveva sparso la voce che lavoravo per la CIA. ma al momento del golpe contro Allende, nel ’73, avevo fatto appena in tempo a correre per vedere come era morto il presidente; e i militari mi avevamo espulso, perché a loro  risultava che ero soprattutto un agente castrista. Allora avevo cambiato continente….”.

Ci sono anche tante citazioni, dalle letture con cui Tutino accompagna i suoi pensieri che si formano: “Proprio nei luoghi dove stavo scrivendo, fra i monti del Valdarno e le colline dell’Alto Tevere, una volta, nel corso delle sue passeggiate italiane, Michel de Montaigne percorreva a piedi sentieri  che oggi conosco bene. A quel tempo, cinquecento anni fa, Montaigne ragionava sul fatto che la vita raccontata ‘viene come sottratta al caso’ e resa più compiuta e vera. (…) Considerazioni simili valgono  forse anche per uno come me, che da tanti anni si dedica a raccogliere  autobiografie e ha scritto già due o tre versioni della propria, compresa quest’ultima che forse non diventerà mai un libro.”

E poi di nuovo: “Il padre di tutte le autobiografie, Montaigne, ha poi approfondito questo tema dall’alto delle sue riflessioni di camminatore: ‘Anche se nessuno mi leggerà, ho forse perduto il mio tempo essendomi intrattenuto per tante ore libere in meditazioni così utili e piacevoli? Dipingendomi per gli altri, mi sono dipinto a colori più netti che non fossero i primitivo. Non sono tanto io che ho fatto il mio libro, quanto il mio libro che ha fatto me.”

(le due foto, Tutino in piazza e il palco dove si chiude la tre giorni dell’incontro dei diari, le ho scattate a Pieve Santo Stefano a settembre del 2010)

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