Echi e parole

Unknown“Parole più vere degli oggetti di cui parlano perché schiacciate lì, quasi a bucare la carta perché approfondire una poesia significa voler bucare la carta scartare le velleità e non rimanere neppure il buco sulla carta” scrive negli “Enunciati” il poeta Luigi Di Ruscio, scomparso a Oslo poco più di un anno fa: “scrivi una pagina perfetta ed è come cambiare il mondo o capirlo come mai era stato capito, tutto bisogna scrivere, quello che non riesci a scrivere è il caos”.
Giovedì scorso a Fermo – la città del poeta Luigi Di Ruscio e di tanti altri – una delle domande poste dal nostro accompagnatore Andrea Braconi nella presentazione di Jugoschegge, ha riguardato proprio il racconto, la sua possibilità e l’importanza del raccontare le storie, quelle vere.
Sul momento Di Ruscio l’ho citato solo nella mia testa, come spirito guida, e ho risposto “restando sull’argomento”, cioè i Balcani, raccontando dell’esperienza che avemmo circa una quindicina di anni fa, nel raccogliere storie da chi la guerra l’aveva subita dall’interno. Le storie raccolte allora nel libro Izbjeglice. La difficoltà di chi racconta, la necessità che  prima si stabilisca un legame con chi ascolta, il fatto che la vera natura del racconto non sta nel racconto in sé ma nell’ascolto che gli si presta.
Ho citato anche quel sogno raccontato da Primo Levi nel libro “Se questo è un uomo”. Un titolo che contiene già addensata tutta l’essenza di ciò che racconta.  Il sogno che Levi faceva, non lui solo ma anche altri, mentre era rinchiuso nel campo di sterminio. Lui tornava a casa e raccontava la sua storia ma gli altri non riuscivano a crederlo. Oltre al dolore di rievocare cose terribili, anche la paura, soprattutto la paura, che il racconto non sia possibile nella pienezza del rispetto e dell’attenzione che meriterebbe. Perché sfugge  un po’ anche a chi lo ha vissuto dal vero, e quindi non può accettare la possibilità che l’altro banalizzi, precorra il significato, lo dia già per scontato ma solo per evitare di porsi di fronte alla comprensione del significato più vero, che può apparire anche inverosimile.
Raccontare, parlare, stimolare alla riflessione. Creare contesti che favoriscano questo.
La citazione di Di Ruscio mi riporta invece al metodo con cui abbiamo lavorato a Jugoschegge, attraverso la conversazione aperta e libera – senza una vera traccia prefissata e quindi non una vera intervista – avuta con tutti gli autori, e poi la meticolosa riscrittura sulla carta, per cercare al tempo stesso l’essenziale e il senso del tutto. Rivedendo – collettivamente noi che ci abbiamo lavorato – ciascun testo singolarmente con ciascun autore, per discuterlo insieme e aggiustarlo ancora, prima di reinserirlo nel tutto molteplice e al tempo stesso corale del libro.
“Parole più vere degli oggetti di cui parlano perché schiacciate lì, quasi a bucare la carta” come scrive il poeta Di Ruscio.
La foto che ho inserito in apertura invece è del fermano Giovanni Marrozzini, è contenuta nel libro fotografico “Echi, emigranti marchigiani in Argentina”, un graditissimo dono che ci ha fatto l’assessore alla cultura Francesco Trasatti. Echi di altre storie ma siamo sempre sulla stessa lunghezza d’onda
Jugoschegge per un po’ si ferma. Ne riparliamo a gennaio.

Annunci

Informazioni su Tullio Bugari

https://tulliobugari.wordpress.com/
Questa voce è stata pubblicata in JUGOSCHEGGE e dintorni. Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...