“Diverso, uguale, non c’è differenza. Siamo tutti intercambiabili”

cop.aspx“Prendete un quotidiano di questi giorni, dal primo all’ultimo foglio, connettete narrativamente le pagine, immaginate una vicenda che le unifichi e le correli tutte e ricavatene il succo morale. È ciò che fa questo romanzo: una specie di spremuta di un telegiornale di oggi, un succo drammaturgico ed etico, un concentrato di senso”, si può leggere in questa recensione di Tiziano Scarpa su La Nazione indiana: http://www.nazioneindiana.com/2005/01/20/su-fiona-di-ma…
Confesso di non essere abituato a questo tipo di letture e di aver letto questo libro per puro caso, dopo essere passato per Trieste accompagnato da “Trieste sottosopra” ma poi, dall’angolo di casa dove credevo di aver riposto il libro è uscito fuori “Fiona”, come se qualcuno a mia insaputa li avesse scambiati.
Somiglia quasi a quel senso che pare di cogliere leggendo il racconto, quell’accadere delle cose con naturalezza, sospinte da una incessante routine che oltrepassa il senso.
“- Violenza, dice? Ci pensi bene. La violenza è rivelativa. La sua esplosione è condizionata da un punto morto simbolico. E’ l’acting out che emerge quando la finzione simbolica garante della vita colletiva è in pericolo.”, risponde in un’intervista telefonica il professore, sostituendosi al protagonista e spacciandosi per lui, e proseguendo così: “Oggi sul mercato ci sono moltissimi prodotti depurati della loro essenza nociva: caffé senza caffeina, panna senza grassi, birra senza alcol. Ci pensi bene. Cos’è il sesso virtuale, se non il sesso senza sesso? Cos’è la guerra preventiva se non la guerra senza guerra? Cos’è il multiculturalismo se non l’altro privato della sua alterità? Capisce cosa intendo? La realtà virtuale ha semplicemente generalizzato tutto ciò.Il caffè decaffeinato sa di caffé senza essere caffè? Bene, la realtà virtuale sa di realtà senza essere realtà. Tutto qui. No, no, no mi lasci finire. Ovviamente ciò che ci si aspetti alla fine di questo processo è che l’esperienza stessa della realtà reale diventi un’entità virtuale. E’ questo che ci si aspetta, giusto? Ebbene, eccoci. Noi vi mostriamo la fine.” 
Sembra un nuovo tipo di nichilismo, contemporaneo a noi, un film sul nostro svuotamento, dentro tanti ambienti impregnati di una violenza resa asettica, compreso l’asilo Crescere Giocando e la sua psicologa. La presenza delle telecamere è massiccia lungo tutta la storia, da quelle che ti riprendono nei condomini, nei supermercati, in ogni luogo a quelle della casa del ‘grande fratello’ narrato nel libro, il vero centro, quello virtuale. O forse l’unico reale, chiuso e concentrato, simbolo di quello virtuale? Da cui emergono gradualmente tratti sempre più cupi, meno asettici, e che si spettacolarizzano proprio quando non si riesce più a mediarli e trattenerli nelle regole dello spettacolo. Che tutti seguiamo e guardiamo.
Ma quando guardiamo cosa vediamo? Dice il protagonista, o lo pensa a voce alta dentro la sua testa: “Entrando in soggiorno ho ben chiare in mente le frasi da dire. Io sono l’autore di tutto questo. Vi ho mostrato tutto, ma voi non avete visto niente. Ciò che dovevate vedere era davanti ai vostri occhi, ogni giorno, ogni minuto, ma voi niente. Ciechi. Bene, ora vi sarà impossibile ignorarlo, ora libererò Fiona.” 
Già, chi è Fiona? Non lo sapremo mai, o forse già lo sappiamo ma non vogliamo ammetterlo. Vorremmo soltanto che qualcuno riesca a vedere anche noi.
E la “dea dei platani”? Anche lei soffre ma senza mediazioni; anche lei come Fiona un’eccezione alla regola? Quale regola?

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Una risposta a “Diverso, uguale, non c’è differenza. Siamo tutti intercambiabili”

  1. esercizidipensiero ha detto:

    Queste parole su di uno dei libri che preferisco sono un regalo domenicale. (Bene, ora ti tocca il resto della quadrilogia, mi sa).

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