La guerra delle parole

Sabato 17 novembre alle ore 18, presentazione di Jugoschegge al Circolo arci “Babazuf” di Castel di Lama (AP), Piazza della Libertà n.31.

“Si può anche dire, senza alcuna esagerazione, che la televisione ci ha condotto alla guerra”: ancora un brano da “La balcanizzazione della ragione” di Rada Iveković, stimolante perché tocca angoli della realtà attuali anche oggi,  e talvolta così “ovvi”  che  dimentichiamo persino di dedicargli la giusta attenzione: il modo in cui la televisione può essere piegata alla propaganda e al discorso di parte.

Un tema affrontato anche in Jugoschegge, nel brano “Racconto in tre atti” di Ennio Remondino: “Gli inganni mediatici sono stati infiniti e noi siamo caduti in trappole precostituite”, sottolineando poi che “la guerra è sempre colorata, ed emotiva, suscita paura e curiosità, perché si vuole sapere come va a finire e per questo la si porta al massimo della spettacolarizzazione possibile.”

Scriveva così nel suo libro Rada Iveković,  mentre era in corso la guerra di Jugoslavia:
“La guerra era iniziata prima della guerra stessa. Era già nei media, nel linguaggio, molto prima di aver luogo sul campo. Era stata invocata nei discorsi dei politici e degli intellettuali. Era stata chiamata, voluta con passione.  L’omologazione nazionale era cominciata fin dalla guerra delle parole. Noi eravamo in cammino verso una ristrutturazione (sempre incompiuta) di valori, verso un cambiamento d’identità di gruppo, d’identità individuale anche, verso una ricerca di un altro sistema di referenti culturali e storici, verso nuove immagini, verso la fondazione di un nuovo mondo. Il nazionalismo fu così sollecitato, indotto anche, prima che si potesse riconoscere. Si iniziò con il cambiare i nomi, a volte ancor prima dell’insediamento dei nuovi regimi. Questi mutamenti nel linguaggio e nella percezione del significato delle parole  ci vennero imposti dai differenti centri della televisione, ognuno tutto preso dalla propria propaganda. Si può anche dire, senza alcuna esagerazione, che la televisione ci ha condotto alla guerra.  E’ questa, d’altronde, la principale differenza tra la seconda guerra mondiale e la presente. La televisione propose, montò con tutti i pezzi, anticipandole, le storie di violenza degli altri contro di “noi” che dovevamo conseguentemente giustificare la “nostra” violenza  contro di loro, lasciando che apparisse come una legittima difesa. Sempre un gradino più in alto della realtà che reinventava, la televisione, portatrice di immagini (e le immagini colpiscono più di qualsiasi altro mezzo di comunicazione) amplificava regolarmente le notizie di violenze (dappertutto era ancora possibile gonfiarle) contro di “noi”, facendo passare sotto silenzio le violenze contro gli altri, ricollegandole a quelle. La violenza reale e ormai  irreparabilmente scatenata si trovava in tal modo in concorrenza con le immagini fondamentalmente disoneste della televisione (disoneste perché si trattava di falsa informazione) che temeva di riacciuffare a tutta velocità.”

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Informazioni su Tullio Bugari

https://tulliobugari.wordpress.com/
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