il nazionalismo e il rapporto con l’altro

Il prossimo fine settimana sarà intenso di Jugoslavia, con un giro di tre presentazioni di Jugoschegge <www.jugoschegge.it>in Abruzzo; ecco il programma:

 – PESCARA: venerdì 2 novembre ore 18.00
Libreria K & altre Meraviglie
Via Conte Ruvo, 139
VASTO: sabato 3 novembre ore 18.00
Bottega del Commercio Equo e Solidale “Mondo Alegre”
Corso Plebiscito 77
GIULIANOVA Alta: domenica 4 novembre ore 18.00
Circolo Virtuoso “Il nome della Rosa”
Via Gramsci, 46 – Giulianova Alta (TE)

Ogni volta che si avvicina un appuntamento di questo tipo, riprendo in mano il nostro libro e torno sulle riflessioni scambiate con gli autori che ci hanno aiutato, ritrovandovi tanti stimoli attuali e validi ancora oggi, non solo sulla Jugoslavia  o sulla guerra, ma anche su tanti altri argomenti, del nostro paese e non solo. E poi, seguendo questi stimoli  mi capita di ritirare fuori anche altri libri, cercare altre riflessioni ancora.

Questa volta ho ritrovato “La balcanizzazione della ragione”, un raccolta di articoli  di Rada Ivekovic – una “filosofa jugoslava esule in Francia” come è riportato nella quarta di copertina. da queste letture, voglio condividere con voi un brano estratto dall’articolo “La civiltà della morte”, scritto da Parigi il 24 maggio 1992. In diretta sugli eventi di allora, ma forse ancora più stimolante oggi.

“… l’Europa ha un’esperienza di molti secoli in questo campo (il nazionalismo) e non è innocente. La storia del colonialismo e l’eurocentrismo culturale in cui ci troviamo tuttora, non erano nient’altro che  questo. L’unica soluzione non sperimentata dalla civiltà e quindi  – chissà – la sola con un senso , potrebbe essere la scelta cosciente dell’incrocio, ma in nessun caso quella della cultura nazionale.
Anche il regime socialista in Jugoslavia è stato cieco per quanto riguarda questa scelta e non vi ha riflettuto. La scelta dell’incrocio delle culture è maturata senza che se ne accorgesse, come un dono che non meritava, che il regime non ha coltivato  né sviluppato in vista d’una nuova possibilità di preservare la comunità. E questo perché non possiede né teoria né linguaggi. In un certo senso, sempre involontariamente, è stato rafforzato dalla politica di non allineamento e dal legame col Terzo Mondo, detestato all’epoca del nazionalismo per le stesse ragioni di purismo nazionale. Il calderone jugobosniaco ignorava cosa si stesse tramando alle sue spalle, nel bene e nel male.
La raja, in Bosnia Erzegovina, rappresenta la semplice popolazione di città, quella che costituisce la città, nel senso positivo e senza presunzione. E’ la massa, ovvero quella che viene considerata come tale, ma che si oppone al gregarismo,  poiché il concetto di raja è prodotto all’interno della stessa e porta con sé la giusta resistenza alla mistificazione e all’omogeneizzazione. La raja ha una naturale e innata coscienza di classe, che non è marxista, ma è legata alla vita reale; la raja guarda con humor e disprezzo, forse con un filo di fatalismo, al potere, la raja, prudentemente, non partecipa al governo. La raja non ha etichette nazionali e non appartiene ad un gruppo ideologico e determinato in senso nazionale…”

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Informazioni su Tullio Bugari

https://tulliobugari.wordpress.com/
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