Se c’è qualcosa che può sostituire l’amore questa è la memoria

Ho fotografato questa scritta su un muro del centro storico di Erto, dove ero qualche giorno fa per partecipare alla ottava notte bianca organizzata dai “Cittadini  per la memoria del Vajont”, con la collaborazione del Comune, della Pro loco e della protezione civile di Erto e Casso.
Sono arrivati amici da tante parti: Milano, Bergamo, Padova, Pesaro, Ravenna e altre città, compresi i ciclisti di Paciclica arrivati pedalando da Brescia, da dove erano partiti il giorno prima. Il tutto in una cornice di calorosa accoglienza preparata dalla Pro Loco, che ci ha fatto ritrovare tutti insieme in un bel momento conviviale, per farci sentire come una comunità e conoscerci tra noi.

Questa sera invece il 9 ottobre, è il 49° anniversario esatto della caduta della frana, ore 22.39.  E’ una storia probabilmente poco conosciuta, in modo approfondito e consapevole, se non dai diretti interessati e pochi altri, come purtroppo accade sempre alle storie che non si raccontano abbastanza, e di cui era difficile raccontare già mentre accadeva, allora. Non mi riferisco solo al momento dell’evento, come vengono chiamati i pochi minuti della frana e della doppia onda gigantesca che portò via circa 2 mila vite. Mi riferisco anche all’insieme della storia, del prima, della vita nei paesi sulla montagna, già stravolta con gli espropri, gli inganni, le incertezze, e della storia del dopo, della diaspora, delle espulsioni, di quanto sia difficile riprendere quando tutto rema contro.

Cito dal libro  “Sulla pelle viva” di Tina Merlin:
“Agli inizi dell’inverno qualche ertano rientra furtivamente al paese abbandonato. E’ clandestino a casa sua. Vive col pericolo che altri pezzi di montagna franino nel lago (…) ha una casa a Erto e deve stare in affitto in un altro paese, in stanze messe a dispoisizione da privati che si sono ristretti nella propria casa, per lasciargli posto, credendo in una provvisorietà che sta diventando stabilità, ora mal sopportata da entrambe le parti (…) la gente non può neppure ricuperare le salme che si trovano o in fondo al lago o sotto la frana. E la gente non può  vivere col pensiero di non poter dar sepoltura ai propri familiari (…)   il sospetto è che si voglia cacciare gli ertani per utilizzare il bacino (…) L’incertezza suscita scontento e ribellione.  A Longarone, dopo il blocco effettuato dai superstiti sulla statale di Alemagna l’ultimo giorno dell’anno, qualcosa si è messo in moto, si parla di ricostruzione. Bisogna fare altrettanto. Per tutto l’inverno  e fino all’estate del 1964 si susseguono i blocchi sulla strada della valcellina. Nel frattempo molti ertani sono ritornati in paese e ci rimangono anche la notte. Viene loro tagliata la corrente elettrica. ma la piccola comunità resiste. Di giorno recupera salme, disseppellendole dalla frana, pescandole dal lago. Gli da sepoltura facendo collette per comperare le bare. Di notte discute al lume delle candele, tenui fiammelle che significano vita  (…) Il 9 ottobre 1964 gli ertani rientrano in paese in massa per commemorare i loro morti. Per la prima voltala comunità è riunita. L’alba si è levata grigia dopo una notte di bufera. Pioggia torrenziale e vento, lampi e tuoni hanno scosso con violenza, nella notte, le imposte delle case e fatto tremare il monte Toc che, a tratti, scarica a valle piccole frane di terriccio. Ma non hanno avuto paura. Può sembrare strano a chi non ha vissuto un anno di attesa, di illusioni; a chi non vive nella sfiducia e nello scoraggiamento; a chi non ha perduto il senso della vita come gli ertani, per molti dei quali, oramai,  vivere o morire sembra non avere più alcun significato. Quando alle 9 iniziano le celebrazioni, appare per la prima volta anche la luce elettrica. Una concessione delle autorità per la ricorrenza. O solo per illuminare la chiesa durante il rito religioso. Gli ertani si passano parola. Adesso che la luce c’è, deve restare. La sera, la cabina di distribuzione viene presidiata a turno, da uomini e donne. Capiscono la mala parata gli uomini dell’Enel e fanno dietro front. (…) Alle 22,45, ora della tragedia dell’anno prima, gli ertani rimasti al paese celebrano la ricorrenza alla loro maniera, al di fuori di ogni ufficialità, senza personalità o autorità o retoriche. le campane spargono per la valle i rintocchi a martello, mentre sulle rive del lago si accendono falò che illuminano a giorno la grande distesa d’acqua. E’ il personale omaggio di ognuno ai compaesani morti.”

Due sere invece c’è stata la lunga veglia dei “Cittadini per la memoria del Vajont”,  attorno al falò. Tutti sul luogo della frana, di fronte al manufatto della diga ancora in piedi, come un monumento che oramai ha la funzione di farci ricordare. Per parlare insieme dei percorsi delle memorie, molteplici, diversi,  con le proprie specificità ma capaci di comprendersi tra loro, ricordando anche la guerra nei Balcani attraverso il libro Jugoschegge e la catastrofe di Bhopal in India, attraverso il racconto di Omar Rottoli – che ha proposto una sua libera trasposizione teatrale del monologo di Marco Paolini – accompagnato dalle musiche di Martina Locatelli.

Domenica pomeriggio Lucia Vastano ha presentato il libro  “I palloncini del Vajont. Storia di una diga cattiva”: un nonno racconta ai nipotini quello che successe il 9 ottobre 1963. Omar Rottoli e Silvia Bonifacio ne hanno recitata una parte, molto commovente,  con l’accompagnamento musicale di Martina Locatelli. In conclusione i bambini presenti hanno liberato nel cielo sopra la frana, centinaia di palloncini con messaggi, come storie da liberare: “C’era una volta, tanto e tanto tempo fa, dei paesi felici e pieni di allegria. Poi un giorno qualcuno decise di costruire sul torrente Vajont la diga più alta del mondo. E allora…”

(Qui le altre foto di sabato 6 e domenica 7)

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2 risposte a Se c’è qualcosa che può sostituire l’amore questa è la memoria

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