Vajont – Notte bianca della memoria

Sabato prossimo io e Giacomo siamo a Erto, con Jugoschegge, nell’ambito dell’ottava edizione della “Notte bianca della memoria”, dedicata al Vajont. Il 9 ottobre è il 49° anniversario del disastro.  Sono un po’ emozionato questa volta, per l’accostamento degli argomenti, ma contento di esserci.
Avevo undici anni quando accadde la strage e ricordo ancora bene il servizio al telegiornale, quelle immagini desolate, la commozione in famiglia.

Alcuni anni fa scrissi queste righe: “Gli venne in mente un servizio sulla strage del Vajont, nel 1963. Si diceva che a quel punto la montagna era tenuta in piedi proprio dall’acqua che l’aveva penetrata dentro, e che tutto quel peso l’avrebbe fatta crollare, ma si diceva anche che senza quell’acqua che la teneva su sarebbe crollata ugualmente, e allora via a scaricare la diga senza sapere se era meglio fare il più velocemente possibile oppure lentamente, in attesa del crollo oramai sicuro, anche se tenuto nascosto in un cieco e criminale tentativo di rimozione. Chissà quali erano oggi le rimozioni di cui si sarebbe dovuto avere paura? Il primo dicembre Gorbaciov era stato ricevuto da Papa Wojtyla: aveva bisogno di farsi benedire?” Dovevo commentare il crollo dell’est nel 1989 e le guerre che da lì a poco si sarebbero scatenate.

“La pelle viva”, il libro di Tina Merlin, ebbi l’occasione di leggerlo proprio durante gli anni della guerra nella ex-Jugoslavia. Mi colpì soprattutto il fatto che già alcuni anni prima s’erano verificate le prime frane e lei stessa era stata chiamata in giudizio dalla ditta costruttrice, per farle smettere i suoi articoli che consideravano diffamanti. Al processo fu assolta. Vi parteciparono molte persone dei paesi della zona, in gruppo, come le comunità che si muovono quando sono minacciate. Un po’ come in anni recenti le comunità del Mugello o della Valsusa, o altre ancora.

Anni dopo vidi il film, quello in cui Tina Merlin è interpretata da Laura Morante, e poi l’orazione civile di Marco Paolini. Mi sembra di ricordare – non sono preciso, vado un po’ approssimativo – l’episodio in cui un carabiniere – non ricordo il grado – telefona da uno dei paesi al suo comando regionale comunicando allarmato che c’è un terremoto in corso, e l’altro lo tranquillizza, spiegandogli che i sismografi non hanno rilevato nulla: “ma io sono qui, mi sta tremando la terra sotto i piedi!”
Le ho sentite raccontare tante volte storie di questo tipo, anche nella ex-Jugoslavia, ne parla ad esempio Ennio Remondino in Jugoschegge, quando racconta la sua telefonata a Roma mentre si trova di fronte all’ambasciata cinese di Belgrado, in fiamme perché è stata appena bombardata: “Ci sono situazioni in cui la testimonianza non è credibile perché non rientra nei canoni previsti.”
Le notizie per diventare vere, prima deve darle qualche agenzia internazionale, e talvolta non importa nemmeno che siano davvero vere. Per questo dobbiamo imparare a raccontarle direttamente noi le storie che contano (l’immagine qui sopra è tratta dalla copertina del libro “I palloncini del Vajont, storia di una diga cattiva” di Lucia Vastano).

La figura di Tina Merlin mi è sempre apparsa molto interessante, scrittrice e partigiana, figlia e moglie di partigiani, redattrice di Noi Donne, giornalista d’inchiesta impegnata sul campo, premonitrice come Cassandra. Era scomparsa da poco quando lessi il suo libro, mentre seguivo già la guerra di Jugoslavia. Mi colpì il fatto che avesse dovuto aspettare oltre venti anni prima di pubblicarlo.
Ora ho scoperto che dopo la sua scomparsa uscì postumo anche un suo libro autobiografico, “La casa sulla Marteniga”, su iniziativa di Mario Rigoni Stern, il sergente nella neve.
Ancora un motivo in più per legare queste vicende dentro un più ampio percorso sull’importanza delle memorie, che non sono mai soltanto qualcosa da estrarre da una archivio e rispolverare, ma sono materia viva, da rendere di nuovo attuali.
Gianni Rigoni Stern, il figlio, è impegnato oggi in un interessante progetto di allevamenti sull’altipiano di Sućeska, vicino Srebrenica. Ne parla  Roberta Biagiarelli in Jugoschegge. I fili delle memorie sono molteplici, e tornano sempre ad allacciarsi quando riusiamo a tenerli vivi, da qualsiasi parte li affrontiamo.

 

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