Il rumore dei pensieri

Paola Soriga, Dove finisce Roma, Einaudi. 
“Via gli americani da Roma” è il titolo per la prima pagina de “Il Lavoratore” scritto dal partigiano Silvio Magnozzi (interpretato da Alberto Sordi, nel film di Dino Risi “Una vita difficile”), subito fatto correggere dal Direttore in un più moderato “Gli americani a Roma” (o addirittura in “Viva gli americani a Roma”, non ricordo con esattezza).
E’ il 4 giugno del ’44 e  i primi reparti di americani e altri alleati sono entrati in città,  appena due settimane dopo la caduta di Cassino e i sei mesi dell’occupazione tedesca dopo l’8 settembre ’43.
La storia narrata da Paola Soriga si svolge nei quattrot giorni che precedono la fuga dei tedeschi. La protagonista si chiama Ida, è una ragazza di diciotto anni, arrivata qualche anno prima dalla Sardegna e già giovane staffetta partigiana, avanti e indietro tra Centocelle, il Quadraro, Porta Maggiore, il centro di Roma, a piedi, in bicicletta, sul tranvetto. Forse c’è una spia, qualcosa che non va, e Ida scappa, appena in tempo e si nasconde nei sotterranei di Roma, nelle grotte che formano labirinti lunghissimi sotto tutta la città: “La cave, gli anni prima, erano posti di segreti e meraviglie in cui correre ridendo con gli altri del quartiere… dopo la guerra erano state rifugi, a volte maledetti, come quella volta a Tor de’ Schiavi dov’erano morti tutti insieme, schiacciati dalla bomba.”

Ida vi resta nascosta fino alla sera del 3, da sola, tra il buio e la paura:
“Il rumore che fanno i suoi pensieri e quello che fanno i topi oramai li conosce, quello della paura è muto e denso e non se va mai, e aspetta la mattina come se portasse la fine di tutto.”

Nel vuoto della solitudine i suoi pensieri corrono senza limiti, rivivono il viaggio in nave dalla Sardegna, lei bambina e la sua famiglia nell’isola, la conoscenza della nuova città, i nuovi quartieri di periferia come il Quadraro e Centocelle, dove Roma finisce – quasi fosse un limite, un mito –  e poi le strade del centro, la quotidianità, le amiche, gli amici, altri sguardi e vite, i sogni di lei adolescente, le sue letture, e poi la guerra e la naturalezza con la quale diventa una staffetta. Non è capace di grandi discorsi, sugli ideali e altro, le sembra semplicemente una cosa necessaria, da fare. Nessun eroismo, solo la semplicità della vita, e degli affetti spezzati, gli amici che spariscono, si perdono.

“La voce orrenda correva, che al Ghetto degli ebrei portano via tutti, li prendono i tedeschi con i camion. Ida con la bici si era lasciata trasportare dalla discesa, accanto al Colosseo, e aveva fatto un giro lungo per arrivare al Teatro di Marcello, e là li aveva visti, decine di camion, centinaia di uomini, naziste le divise e le intenzioni, gli spari, aveva sentito, e aveva visto la gente, la gente che saliva sui camion, in pigiama, con i bambini che piangevano, i vecchi che camminavano piano, il terrore mischiato allo stupore, cosa vogliono, dove ci stanno portando?”

“Un momento, lentamente, ci siamo accorti che c’era, come non so dirlo, , piccole cose, episodi e storie. Alessandra arrestata e torturata, già lo scorso maggio. Filippo arrestato, un anno è stato rinchiuso poi l’hanno preso e fucilato nelle fosse, e nelle fosse hanno portato anche Manfredi, l’hanno preso mentre usciva dalla farmacia del padre, vicino a via Rasella, e non aveva fatto mai politica. Nelle fosse hanno portato tutti, tutti i prigionieri e altri presi a caso,  che dovevano per forza arrivare a quel numero, trecentotrentacinque, per la loro maledetta rappresaglia. Non ci abbiamo mai creduto, alla storia che se quelli che hanno messo la bomba si fossero consegnati si sarebbe evitata la vendetta. Quest’ordine è già stato eseguito. Il comunicato dei tedeschi Ida l’aveva letto  la mattina del 25 marzo appeso al muro della scuola, tutto il quartiere c’era, a leggerlo e tremare. Quest’ordine è già stato eseguito. Che vuol dire?”

Un viaggio dentro se stessa e dentro il ventre della città, le grotte che come una cassa acustica amplificano silenzi e pensieri. La stessa lingua che l’autrice usa ha il ritmo dei pensieri che si annodano e sciolgono di continuo, rincorrendosi, fuggendo ma anche formando come mulinelli nell’acqua, per poi riemergere altrove.
Nelle prime pagine m’è sembrata quasi difficile ma poi ho trovato il ritmo e l’ho seguito come se fosse il mio.
Mi ha fatto venire in mente la Cassandra raccontata da Christa Wolf. Non un paragone, perché nulla è uguale. Tranne quel ritornare nelle grotte, nei luoghi segreti dove ritrovarsi – perché ci si è già trovati, un tempo – e lì ora per ricercarsi ancora, da questa nuova angolazione, dalla quale gettare sguardi che solo in apparenza sono a  ritroso, in realtà vanno sotto, oltre, in avanti.
Una dimensione non solo psicologica, ma antropologica, che riguarda i percorsi della memoria, nei quali l’autrice, con questa storia, ci introduce.
L’arrivo degli americani non è la fine della storia in cui tutti vissero felici e contenti, somiglia di più alla prosa della vita (“una vita difficile”) e si presenta già denso e difficile prima ancora del loro arrivo (“ma quando arrivano?”) e con nuovi lutti già in agguato e da rielaborare ancora.

(l’autrice in un video e la recensione “La resistenza raccontata da una ragazza di oggi”, di Concita De Gregorio)

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