“lo spirito chourmo”

Simona Baldanzi, Figlia di una vestaglia blu, Fazi Editore.   Libro davvero piacevole da leggere, con uno stile leggero, scorrevole ma altrettanto intenso, senza mai un’immagine o una parola di troppo, nel senso della retorica. Non gira intorno a ciò che racconta, non ce n’è bisogno, il significato è già lì, basta guardarlo. Autobiografico, ma non nel senso della storia individuale o di un qualche intimismo che non sa neanche lui cosa cercare, bensì in quello del respiro collettivo della sua terra, a cui l’autrice partecipa perché  vi è immersa, ne fa parte, è la sua stessa storia. E della sua famiglia, degli amici, dei parenti, delle operaie col grembiule blù, e poi gli operai calabresi della Cavet, i minatori calabresi impegnati nei trafori della Tav che ha bucherellato il Mugello. Isolati dal territorio in cui lavorano. Tocca andarli a trovare apposta, chiusi nei loro campi base tra la polvere delle rocce che hanno frantumato. Mentre leggevo ho avuto come la sensazione che fossero arrivati dalla Calabria direttamente sotto terra, materializzandosi lì, come in quei film di fantascienza nei quali gruppi di persone arrivano direttamente da un’altra dimensione, o da un’altra epoca, la loro, che diventa remota perché ne restano separati. L’autrice sta scrivendo la sua tesi di laurea e va avanti e indietro tra la sua casa – con i genitori già operai in pensione ma con le storie della fabbrica – anzi, La Fabbrica di Barberino Mugello – tutte ancora presenti, sedimentatesi nel fondo delle loro identità – e i cantieri, come un antropologo che si ostina a cercare il contatto,  la relazione, i tratti comuni tra questi due  mondi, indagandoli con le interviste e i questionari, tra le diffidenze  e gli sguardi che la interrogano. Ma non sono i risultati della sua ricerca che ci propone – li presenterà qualche anno dopo in un altro libro, Mugello sottosopra, più focalizzato su questo aspetto – quanto il suo modo di viaggiarvi dentro, da spettatrice coinvolta, portatrice di una sua memoria di quei luoghi.  E’ un incontro di memorie, infatti, quello che si realizza, quando tra gli operai riesce a trovare il suo corrispettivo, così diverso da lei ma ugualmente appassionato, portatore di altre memorie e di analoghe ostinazioni, con cui condividere “l’amore per una lotta, al di là dell’amore di un uomo e una donna”. Ecco quindi anche il viaggio di ritorno alle origini nelle terre di magna grecia, a Pagliarelle, frazione di Petilia Policastro, dove le comunità montane di Crotone e del Mugello hanno realizzato insieme il monumento ai caduti del lavoro, in onore ai minatori morti negli incidenti sul lavoro. Non so se è sciocco, ma forse no, volevo dire che a tratti mi sono commosso. Dicevo che il libro ha un linguaggio leggero ma diretto. In qualche passo m’è venuto alla mente il ragazzo della fiaba dei vestiti dell’imperatore, quello che con un incantato disincanto esclama: “ma è nudo!”  Uno sguardo diretto perché s’immerge dentro, si coinvolge, partecipa in prima persona  e non se ne sta in disparte. Il racconto procede per brevissimi capitoli, come tante pennellate o piccoli frammenti di pensiero o episodi che potrebbero al tempo stesso vivere ciascuno di vita propria, senza dipendere dal tutto ma che nel tutto ritrovano il loro spazio naturale. Come tante fotografie di una mostra fotografica che narra unitariamente un contesto attraverso la rappresentazione delle sue molteplici storie.  Diverse, variegate, ciascuna differente dall’altra, tutte necessarie nella stessa misura.  Perché se al fondo c’è l’amore per una lotta, la lotta non è mai monotematica, esaustiva di sé, pura epica che sovrasta e annulla tutto il resto. Al contrario, è la totalità della vita. L’autrice ha come una rivelazione, una sera, proprio durante un’assemblea, ascoltando la battuta da un anziano: “Uè… che ciurma di gente!” E allora anche noi scopriamo insieme a lei “lo spirito chourmo” che può significare immischiarsi, nel senso di confondersi per condividere e uscirne fuori insieme. E allora, tra la situazione dell’assemblea, provocata dai disastri ambientali della Tav – “gallerie che sanguinano acqua” – e le manifestazioni paesane del cantamaggio, dove le comunità ritrovano se stesse “immischiandosi”  tra loro, ci accorgiamo che non corre nessuna differenza. Sono la stessa identica cosa. Ma solo chi ha “lo spirito chourmo” può capirlo.   (l’autrice su youtube)

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2 risposte a “lo spirito chourmo”

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