L’OMBRA DEL CERRO

La partigiana che appare nella foto di copertina è  Giuseppina Venturini di Santa Sofia, che nel romanzo diventa Ortensia –  o Nadja, secondo il suo nome di battaglia. Che l’autrice Silvia Di Natale ringrazia, per averle permesso di raccontare la sua storia. Così come ringrazia tantissime altre persone, testimoni o storici o discendenti dei testimoni. Il romanzo è stato preceduto da un inteso e accurato lavoro di ricostruzione e verifica storica, che permette all’autrice di poggiare su solide basi la libertà di cui ha bisogno, indispensabile per immaginare e ricostruire, oltre alle vicende e ai fatti, anche la vita intima di un’ampia comunità di persone, soprattutto dei giovani, nella loro dimensione quotidiana e ordinaria, fatta di fatiche consolidate e orizzonti e futuri già tracciati, propri di un mondo che vive umilmente ai margini. E al tempo stesso la dimensione straordinaria in cui all’improvviso il destino, la Storia o chissà che cosa, li trascina, mettendoli al centro, protagonisti di qualcosa più grande, di cui alla meglio cercano di essere all’altezza, non solo militarmente ma come valore e senso della vita, identità da ridefinire.

Si svolge tutto nell’arco di un anno ma sembra un’intera epoca, dall’autunno del ’43 a quello del ’44, con il passaggio del fronte su uno dei punti cerniera della Linea Gotica. Sullo sfondo – nel senso del contesto sul quale si muovono i singoli personaggi del romanzo, con il loro sentimento – anche vicende storiche non mai chiarite del tutto, nel senso che esistono ancora oggi versioni non condivise, come quella del libero dipartimento partigiano di Corniolo e la storia del comandante “Libero” Riccardo Fedel – che nel romanzo diventa un più romantico ma sempre difficilmente afferrabile Passatore di Romagna –  o quella tragica dei fratelli Frè Luigi e Sildo Bimbi, fucilati nei pressi della frazione di Balze il 12 luglio del ’44 – nel romanzo i due fratelli non vengono da fuori, sono di uno dei paesi della zona, ma anche loro sono inseparabili e le pagine in cui vanno incontro alla loro fine sembrano qualcosa di più di una citazione della storia vera, ma non tanto per la ricostruzione dei luoghi e dell’ultima giornata quanto per l’emozione.

Il metodo del romanzo rispetto a quello dello storico è un po’ come la narrazione del teatro civile rispetto al reportage giornalistico, deve essere ugualmente scrupolosa ma deve trasmetterti in più l’empatia, farti sentire come realmente presente dentro, ma così come sei davvero, nella tua quotidianità, con i tuoi limiti, le tue debolezze, ma anche lo stupore che provi e non capisci quando comunque ti adegui – non puoi fare altro – e provi ad essere all’altezza dell’inatteso e straordinario che all’improvviso ti sovrasta. Qualcosa di ignoto, dal quale ci si può aspettare di tutto, dalle inimmaginabili sofferenze alle altrettanto magnifiche aperture di nuovi orizzonti. Poi noi lo sappiamo già, non solo dalla Storia ma soprattutto dalle memorie dirette dei testimoni: le sofferenze non te le toglie nessuno e se la scampi, è di nuovo la prosa della quotidianità quella che riprende, anche se non più come prima, perché nel frattempo è cambiato, dentro, il tuo sguardo, e attorno nulla è restato uguale: “E’ autunno, quando inizia la scuola?” chiede un bambino, sentendone la mancanza, alla fine della storia. L’orizzonte è sì davvero nuovo, ma devi tornare a costruirtelo giorno per giorno.

Il metodo narrativo utilizzato non è quello dei grandiosi intrecci dei romanzi classici, che si dispiegano per il mondo e nei quali alla fine tutto si ricompone anche se su un piano diverso. Qui si procede piuttosto per brevi flash, raccontati con un linguaggio leggero,     singoli episodi che seguono momento per momento i diversi personaggi nelle loro vicende più immediate, come un racconto che procede sempre in un modo corale,  in cui non è solo il singolo ma anche la comunità che conta – una comunità lacerata che farà fatica a ricomporsi ma questa è un’altra storia – e il tutto si svolge in uno spazio limitato, di pochi chilometri: è piuttosto il mondo a entrargli in casa.

Il romanzo è molto dettagliato anche nella ricostruzione dei luoghi (Nella foto accanto, un’immagine della Staffetta della Memoria su una delle postazioni della Linea Gotica nei pressi di  Badia Tedalda). Sembra di camminare di continuo da una frazione all’altra, su viottoli, sentieri, mulattiere, passi di montagna e corsi dei fiumi – da qui ne nascono tanti, il Tevere, il Marecchia, il Sanatello, e pià in là il Bidente con i suoi tre bracci  e poi ancora il Savio, tutti diretti verso sponde opposte e valli lontane – insieme a quei ragazzi partigiani improvvisati che si muovono di continuo, o a quelle ragazze che sono con loro e li seguono su e giù facendo le staffett o immergendosi nelle loro vite.

Le ragazze. Probabilmente sono loro i personaggi principali: la Resistenza vista dal loro punto di vista, che non è adeguato paragonare ad un orizzonte che si apre, sembra qualcosa di più, proprio una capacitò di vedere oltre, più piena. In questo senso il personaggio di Ortensia è al tempo stesso il più discreto, umile, innocente e ingenuo,  e al tempo stesso tenace, robusto, come se tenesse davvero in mano il filo di una narrazione che non è solo l’intreccio di un copione per arrivare in fondo, ma  rappresenta i legami più profondi della vita.

In appendice, insieme alla lunga lista delle perone che ringrazia, l’autrice riporta anche alcune indicazioni bibliografiche per chi volesse approfondire sul piano storico.

Per chiudere, una citazione:  “Cominciava a capire, Solidea, cosa fosse quello strano ingranaggio di cui faceva parte senza che da fuori si notasse un cambiamento – le stesse misere casupole, le stanze affollate di bambini, le cucine buie,le strade sporche di letame -, c’era qualcosa che cambiava, un formicolio, un movimento sotterraneo, uno scambiarsi informazioni a bassa voce, lo zio Berto che arrivava con l’asino, metteva giù le bisacce, e senza quasi guardarla in faccia le diceva: ‘Giù a Sant’Agara ho visto una pattuglia di repubblichini che scendeva dal camio’ e lei correva alla Bigotta a riferire. La cugina Solana che veniva a trovare zia Ermelinda e bisbigliava a Solidea: ‘Nella casa dei Ciriani ci sono una settantina di soldati, me l’ha detto Benito che li ha contati mentre saliva per il capanno’. Era un’intesa, semplice e spontanea.

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