Venti corpi nella neve

Giuliano Pasini, Venti corpi nella neve (editore: Time Crime).

Ritmo e intreccio da poliziesco con un’indagine il cui metodo somiglia più a uno scavo a ritroso nel passato che non alle moderne indagini con sistemi  scientifici – anzi, il capo della scientifica è quasi un caratterista della commedia all’italiana – o alle sofisticate deduzioni alla Poirot: qui la regola è soltanto una – nessun indizio è così piccolo da essere insignificante – e il metodo è semplice: disegnare il “perimetro” cioè scrivere i riferimenti essenziali su un foglio di carta, ma tutti assieme,  per avere una visione  del tutto e delle relazioni interne alle sue parti.

Le prime pagine contengono già tutto ciò che dovrà svelarsi. Il trucco per trascinare nella lettura è di svelarlo nascondendo, fuorviando, rinviando apparentemente ad altro. L’essenziale è invisibile agli occhi e per coglierlo occorre usare sguardi diversi, che devono entrare dentro come se ne facessero parte, ma proprio per questo paradosso non ne fanno parte.

Per aiutarsi in questo gioco l’autore fa intervenire una finzione letteraria, che svolge lo stesso ruolo dell’intervento magico nelle fiabe, dove lì però agisce con naturalezza, come qualcosa del tutto verosimile e reale, per sciogliere alla fine i nodi, mentre qui, invece, arriva all’inizio esatto, come un antefatto, di cui magari si farebbe volentieri a meno. La storia inizia con un tragico evento in cui il protagonista acquisisce il dono dell’empatia estrema: vede attraverso l’altro, letteralmente,  provando ciò che prova l’altro al culmine della sua tragedia. E’ un dono o una malattia? O qualcosa di non catalogabile, magari una metafora contro l’indifferenza, questa scappatoia che assai spesso usiamo per difenderci?

Sembra un giovane Montalbano spinto agli estremi, solitario, un po’ anarchico, si scarica – o carica, ritrovando il filo dei suoi pensieri – correndo nei boschi anziché nuotando, o con i buoni sapori della cucina, che in questo caso non si limita a gustare ma si diletta soprattutto a prepararli e inventarli da solo, sperimentando combinazioni. Non c’è nulla d’altro nella sua vita privata se non la relazione con una donna che in questo caso sembra quasi un personaggio che perfino l’autore afferra a fatica – nei romanzi capita più spesso di quanto s’immagini, con certi personaggi che si preferiscono più liberi. E’ un’ottima autista però, e gusta i cibi che lui inventa: metafora della sazietà che cerca?

Di che parla la storia? C’è un delitto orribile, che rinvia ad un eccidio avvenuto cinquanta anni prima. Un eccidio vero, da crimine di guerra, sull’Appennino bolognese, conosciuto sui libri di storia con tanto di nomi e cognomi, ma di cui l’autore probabilmente ha notizia anche tramite testimonianze dirette. Memorie reali, con tutto ciò che contengono. Credo sia questo – non proprio l’eccidio ma il racconto dell’eccidio – lo spunto da cui  parte la storia, con tutta la costruzione che poi l’autore vi ha creato attorno, non solo per intrigarci alla lettura e riportarci così di nuovo dentro queste vicende del nostro passato che non dobbiamo dimenticare, ma forse anche per proporci una sorta di metodo, un tipo di sguardo. Svelando la verità nascondendola, dicevo più sopra, nel senso che la verità non è più nemmeno in ciò che alla fine inevitabilmente ci appare, ma è anche negli interrogativi che si porta chiusi dentro.

A questo punto  l’autore usa anche un’altra invenzione letteraria, quella del tumore che cresce dentro non per predisposizione biologica bensì culturale, o ideologica o psicologica, non mi viene la parola davvero adatta ma ha a che fare comunque con l’animo, con i nostri fantasmi, le distorsioni delle idee. Lutti non risolti, rancori che possono sopravvivere preparando altri agguati. Ombre non dissolte.

Ho avuto la sensazione, alla fine di questa lettura che ho trovato molto interessante, che non si sia risolto nulla. Nel senso che l’aver risolto il caso – trovando non solo il colpevole del primo omicidio ma addirittura anche quello ancora in fuga di cinquanta anni prima – non sciolga il vero intreccio e non aiuti a capire fino in fondo il perché.  Sono stati “semplicemente” ridefiniti i termini della questione, è stato completato il disegno del “perimetro” e cambiato l’angolo visuale: non ci da risposte, ci aiuta “soltanto” a porre in modo più consapevole le nostre domande. E quindi non si può banalmente tornare a “vivere felici e contenti” come prima. Ci sono pure degli antefatti che già lo escludono. Almeno per il momento. Questa è la mia sensazione.

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