Il perdono non si compra al mercato

Uno degli argomenti affiorato più volte, nella conversazione di sabato scorso a Gorizia, girava attorno, in modi diversi, al tema del rancore, dopo una guerra che ha lacerato relazioni e inserito marcatori etnici che il dopoguerra vorrebbe normalizzare come assetto istituzionale. Con l’attenzione di noi che conversiamo, ora rivolta agli assetti istituzionali o ad altri contesti più ampi, e ora rivolta a ciò che percepiscono i singoli, o le generazioni più giovani, rispetto al rancore o al perdono o alla capacità di avviare nuove relazioni, e se questa percezione, quando è il rancore a prevalere, potrebbe o meno essere foriera, e come o quando, di nuovi conflitti. Invitato da domande che diventano così specifiche, non saprei che dire, con poche parole. Credo che ci voglia un supplemento di riflessione, e anche più di uno. Ma preferisco avanzare per frammenti, che non s’incastrano bene tra loro.

Mi viene in mente, ad esempio, uno di quei lunghissimi editoriali di Scalfari, poco meno di venti anni fa, nel quale analizzava gli odi balcanici che storicamente hanno dilaniato le genti di quelle terre, e il disappunto emotivo che provavo, confrontando ciò che leggevo, sì con l’orrore delle pulizie etniche, ma anche con le tante infinite storie di intrecci, solidarietà a prescindere e così via, che tante persone continuavano a scambiarsi. In fin dei conti, i “legami di latte” di tanti (mi riferisco proprio ad un pacifista serbo di Sarajevo tenuto da bambino a balia da una musulmana, ma soltanto dopo la guerra aveva scoperto di essere lui serbo e la sua balia musulmana) venivano recisi col sangue da parte dei gruppi armati. So che il confine tra armati e disarmati purtroppo non è mai così netto ma mi chiedo ugualmente, il rancore esiste davvero o no, e in tutti i casi in cui esiste, è una causa o una conseguenza? Domanda antichissima. Come l’altra su cui indaga una parte della sociologia moderna: come si crea o si stabilizza un marcatore etnico, e quali conseguenze produce?

Demetrio Volcic, presente in quella conversazione, ci ha ricordato – per riportarci ad uno sguardo ancora più ampio – anche un altro massacro, ancora più difficilmente concepibile, quello ai danni di ottocentomila Tutsi nel Ruanda, avvenuto in quegli stessi anni, al quale da noi s’è prestata ancora minore attenzione.

E il tema del perdono? Nel ’97, quando io e Giacomo lavoravamo al libro Izbjieglice/rifugiati, andammo a Stolac, una cittadina dell’Erzegovina dove i due terzi circa della popolazione, musulmani di Bosnia, circa diecimila persone, era stata evacuata con la forza, cinque anni prima. Ora c’era un piano di rientro, sperimentale, ostacolato dai residenti attuali, che interessava per il momento appena 25 nuclei familiari, trasferiti in un quartiere presidiato per motivi di sicurezza dalle truppe internazionali. Parcheggiano la nostra auto a fianco di un blindato spagnolo, sotto lo sguardo di una soldatessa col mitra a tracolla. Una casalinga, rientrata nella sua casa da un paio di settimane, ci diceva, a proposito di alcuni suoi concittadini “ritrovati” che volevano riprendere contatti con lei: “Forse cercano un perdono, ma io non posso perdonare così, con leggerezza”, andando col pensiero a suo marito ucciso.

Ricordo qualche tempo dopo una conferenza a Jesi con Joyce Lussu. Qualcuno del pubblico parlò della bellezza del perdonare e lei se la mangiò: “Ma quale perdono?” Poi spiegò che il perdono, chi lo chiede, se lo deve guadagnare, e raccontò della commissione per la riappacificazione del nuovo Sud Africa di Mandela. Quando le istituzione decidono di rimuoverli i marcatori etnici, sottolineo oggi io. Certo nessuna situazione è simile e le ricette sempre buone non esistono. Anche in questo senso, penso che occorra guadagnarselo. Anche perché, mi sembra, forse stiamo creando nuovi marcatori etnici, o qualcosa che gli somiglia, anche all’interno del nostro paese e della nostra Europa. Oppure, ce ne sono alcuni, di marcatori, che ci illudiamo soltanto di aver risolto.

Mi viene  in mente – e ricordo che mi veniva in mente anche negli anni in cui seguivo di più le vicende bosniache – che cosa abbiamo fatto in Italia dopo la seconda guerra mondiale. Diversi paesi, Etiopia e Jugoslavia in testa, ci chiesero circa 1.500 criminali di guerra, ma nessun italiano andò a Norimberga. Ufficialmente ci siamo dati l’etichetta di “italiani brava gente” ma… insomma il discorso è lungo e merita a questo proposito una trattazione specifica.

Ultimi due frammenti, due citazioni.
“Ci vuole coraggio per perdonare” e “anche per non dimenticare ci vuole coraggio”, sono rispettivamente l’apertura e la chiusura di un interessante articolo di Silvia Maraone su questo argomento, sul quale abbiamo conversato insieme anche durante le presentazioni di Jugoschegge a Milano.

Il 5 aprile, in occasione delle commemorazioni per l’inizio dell’assedio di Sarajevo, Paolo Rumiz, nella versione cartacea su la Republica,  ha sottotitolato un suo articolo: “Iniziava non una guerra, ma un imbroglio voluto da una cricca di politici ladri”, scrivendo così: “Un improvviso fiume di refurtiva macchiata di sangue arrivava dalla Bosnia ed ecco che la guerra si svelava per quello che era: una scusa per rendere possibile il saccheggio e assolvere patriotticamente l’ assassinio. La banalità assoluta del male. Ecco perché non l’ avevamo sentita arrivare, la guerra. Non c’ entravano niente la nazione, la religione, il sacro suolo. Lo scontro etnico e tribale era una fandonia per i giornali stranieri. La verità era che un’ accolita di politici-ladri, di fronte alla bancarotta della Jugoslavia, aveva intuito di poter trovare nella guerra un’ occasione unica: evitare la resa dei conti e persino di rubare di più, raschiare il barile fino in fondo. La pluralità culturale della Bosnia era perfetta allo scopo. Un ottimo materiale incendiario. Ero davanti a un’ evidenza sconvolgente, un teorema del comportamento umano. Quanto accadeva nei Balcani non era una cosa balcanica, ma europea.”  Non il rancore dunque, a pensarci bene, ma proprio la sua identità multiculturale.

Il 1° luglio s’inaugura la mostra fotografica di Mario Boccia, a cui Mario ha dato proprio questo titolo: L’imbroglio Etnico. Un’occasione per parlare, forse, anche di noi stessi.

Annunci

Informazioni su Tullio Bugari

https://tulliobugari.wordpress.com/
Questa voce è stata pubblicata in JUGOSCHEGGE e dintorni, sulla guerra. Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...