L’imbroglio etnico

Bis di serate con Jugoschegge, meravigliati noi stessi dall’interesse costante e duraturo non solo verso il nostro lavoro ma nei confronti di un argomento oramai lontano dall’attenzione pubblica da molti anni.

Abbiamo iniziato venerdì pomeriggio a Mestre, nell’ambito del Candiani Summer Fest 2012, accompagnati da Luigi Barbieri del Centro Pace del Comune di Venezia, in un locale che ha permesso la proiezione delle foto contenute nel libro. A dialogare con noi c’erano anche alcuni amici con cui anni fa sono stati condivisi viaggi nei Balcani, ma poi abbiamo scoperto anche un “reduce” della famosa “marcia dei 500”.
Uno dei temi principali toccati ha riguardato il movimento di solidarietà dal basso che  allora si attivò, spontaneamente, e di cui parlano, in modi diversi, un po’ tutti gli autori presenti nel libro da noi curato. “L’esperienza nata dal movimento di solidarietà italiano durante e dopo la guerra jugoslava, ma proseguita anche in altre regioni del mondo in crisi, è un’esperienza sommersa a cui non si presta purtroppo attenzione. Ha un ruolo dal valore alto e sarebbe estremamente positivo se venisse capitalizzato, una volta che queste persone tornano a casa. Non so dire di preciso che cosa quest’esperienza, che possiamo definire “disarmata”, potrebbe produrre, ma sono certo che sarebbe molto peggio se non esistesse” scrive nel libro Paolo Rumiz. Una solidarietà che ha coinvolto un elevato numero di persone (“Settecentomila contatti” è la stima che propone Luca Rastello) con varie attività, coinvolgenti sul piano umano, che hanno lasciato relazioni stabili nel tempo, ma che esponevano anche a rischi chi viaggiava direttamente sul posto, come ricorda nell’introduzione al libro di Agostino Zanotti a proposito  del tragico viaggio in cui persero la vita i tre cooperanti di Brescia Guido Puletti, Sergio Lana e Fabio Moreni

Abbiamo proseguito sabato a Gorizia, accompagnati da Igor Devetak, giornalista del Primorski Dnevik. L’incontro, organizzato dalla libreria UBIK, data la piacevole serata, si è svolto all’aperto, nei tavolini del bar di fronte, in piena isola pedonale. Tra il pubblico abbiamo avuto la piacevole sorpresa di trovare un personaggio importante del giornalismo italiano, Demetrio Volcic, per molti anni corrispondente della Rai da Mosca. Stimolati anche dalla sua presenza, la conversazione ha riguardato tra i vari temi anche il ruolo svolto dall’informazione e dai media, in particolare italiani, durante quella guerra: la mancanza di esperienza nei reportage di guerra o la limitatezza degli strumenti, ma anche la necessità che gli stessi lettori o ascoltatori siano più attenti e capaci di distinguere (“Gli spazi televisivi  a disposizione  erano angusti e costringevano alla ripetitività: violarla tentando di guardare altrove, le poche volte che ci riuscivi, creava difficoltà. Tanto più che Sarajevo era una realtà complessa, difficile da raccontare in modo semplice”, scrive nel libro Ennio Remondino).  Naturalmente ci sono stati anche diversi “reporter” che attraverso quelle vicende hanno maturato e dimostrato non solo un’adeguata professionalità, aiutandoci a capire, ma anche una giusta sensibilità. Anche rischiando in prima persona, in alcuni casi purtroppo a costo della vita, come accadde – è stato ricordato – agli inviati della testata Rai di Trieste, Marco Luchetta, Alessandro Ota e Dario D’Angelo uccisi a Mostar nel 1994.

Il prossimo appuntamento con Jugoschegge è di nuovo doppio ma nelle Marche, a Fermo sabato 30 giugno e a Cupramontana domenica 1° luglio. In entrambi le occasioni sarà con noi il fotografo Mario Boccia, uno degli autori che ha collaborato al libro e che a Cupramontana esporrà le foto da lui scattate in quegli anni e ora raccolte sotto al titolo L’imbroglio etnico.

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Informazioni su Tullio Bugari

https://tulliobugari.wordpress.com/
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