La lingua che usiamo è il biglietto da visita più accurato

Una lunga citazione per questo interessante e bel libro di Azra Nuhefendic, “Le stelle che stanno giù. Cronache dalla Jugoslavia e dalla Bosnia Erzegovina“, pubblicato da Spartaco nel 2011. Sono diciotto racconti, come una mostra di oggetti carichi di significati, che l’autrice ci descrive, riportandoci insieme a lei dentro dimensioni remote ma saldamente presenti. Le stelle che stanno giù, che danno il titolo ad uno dei racconti,  sono le luci della città di Sarajevo viste dall’alto. Un’immagine ricca di più metafore. Sono tutti capitoli assai diversi tra loro e tutti da leggere. Per questa lunga citazione ho scelto “LA NOSTRA LINGUA”.

“Nel 1986, pochi mesi dopo la fine della guerra in Bosnia Erzegovina, partecipai a un convegno a Sarajevo. Fu tutto un’improvvisazione, con messi modesti, e tanta voglia di aiutare; i giornalisti  italiani volevano sostenere i colleghi bosniaci. Qualcuno mi chiese di fare da interprete. “Va bene” dissi, e ad alta voce annunciai  che sarei stata io a tradurre  “dall’italiano al serbo-croato”. Subito dopo ave pronunciato  queste parole mi ritrovai crocefissa dagli sguardi pungenti e accusatori  dei bosniaci. Mi guardavano, offesi, come se avessero appena ricevuto un ceffone non meritato. ….capii che la lingua  con la quale avevo pronunciato le mie parole , ero cresciuta, mi ero formata e per anni  mi ero guadagnata da vivere, non era più gradita. Ancora peggio, che chiamarla serbo-croata, come avevo fatto nei quaranta’anni precedenti…  dire ai bosniaci (che per quattro anni avevano  sentito i generali serbi, e poi croati, ordinare i bombardamenti, gli stupri, i maltrattamenti le uccisioni, l’assedio, i campi di concentramento) che la loro madrelingua era il serbo-croato era stato come mettergli un dito nell’occhio. In Bosnia Erzegovina la lingua oggi si chiama bosniaco, in Serbia  serbo, in Croazia croato, in Montenegro montenegrino, anche se  è rimasta uguale….. Ancora prima di decidere di fare della scrittura il mio mestiere ho capito  l’importanza della lingua madre. Da studentessa di psicologia ci portarono a vedere, nel manicomio di Sarajevo, vari casi di malati mentali. Mi ricordo di una signora anziana, sull’ottantina,  che recitava in tedesco  canzoni per bambini. La sua malattia le aveva portato via la memoria, ma non la madrelingua…. La lingua che usiamo è il biglietto da visita più accurato…. La nostra lingua comune, il serbo-croato,  fu bersagliata dai nazionalisti ancora prima che cominciasse la guerra. In Bosnia, l’ex capo dei serbo-bosniaci, Radovan Karadzic (lui stesso viene dal Montenegro, dove si parla la variante ijekava) ordinò ai serbi bosniaci di parlare nella variante ekava, come in Serbia. Questo per farsi più assomiglianti ai serbi della Serbia…. Ma i serbo-bosniaci, parlando, fanno errori, sbagliano, mescolano le varianti ijekava ed ekava, si capisce  che si sforzano di parlare in un modo a loro innaturale, si mostrano insicuri. E’ un vero stupro della lingua…. I serbo bosniaci hanno rinunciato  alla madrelingua per niente, per un progetto politicamente incerto…  invece, prima della guerra, vigeva  una politica linguistica particolare che tendeva a  esprimere le esigenze e a soddisfare i sentimenti nazionali dei suoi cittadini. La lingua si chiamava serbo-croata, o croato-serba,  e l’alfabeto cirillico  e latino erano alla pari. In Bosnia uno poteva parlare in ekavo o ijekavo.  A scuola pure, le due varianti erano alla pari, bastava non mescolarle.”

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