“le colpe non sono mai collettive ma individuali”

Jugoschegge ieri a Pesaro alla libreria IL CATALOGO; conversazione guidata dalle domande di Leandro Foglietta. Tra le tante, quella “più complicata”, e certamente non nuova ma che più mi ha stimolato, è stata quella sul significato di una frase estratta dal racconto di Roberta Biagiarelli: “le colpe non sono mai collettive ma individuali”.
Condivido quasi in modo ovvio questa affermazione, tanto che non ci ho fatto nemmeno caso quando a suo tempo Roberta l’ha pronunciata e poi insieme l’abbiamo riportata nel libro, nel contesto specifico di quella parte di discorso. Sarebbe curioso ridiscuterne ora, magari allargando il contesto. Mi avventuro da solo nel cercare di reinterpretarla da quel punto di vista, perché credo che rispecchi direttamente proprio quel tipo di esperienza professionale, e al tempo stesso umana, di teatro civile.
Mettiamo da parte per ora il punto di vista, su questo argomento, del diritto umanitario internazionale, che pone la questione anche sotto il profilo della responsabilità penale dei crimini di guerra, dei genocidi e delle torture, tentando di risarcire almeno un po’ le vittime, e magari anche di prevenire altri crimini. Sotto questo profilo è chiaro che si tratta sempre della responsabilità individuale di ciascun singolo individuo, per ciò che concretamente ha fatto, senza giustificazioni pretestuose che lo discolpino, anche se è una materia molto complessa, ampia, da gestire con coerenza e rispetto, ispirandosi a principi alti di civiltà.
Riprendiamo il teatro civile, per ciò che io sono in grado di dirne, usato come mezzo per raccontare, rivivendo e calandosi dentro le emozioni. Far rivivere le storie dal punto di vista umano, non solo per non dimenticare ma soprattutto per non sottovalutare. Chiamando in causa il nostro modo di porci di fronte alle tragedie e alla violenza. Ripartendo proprio dalle emozioni, emozioni positive però, nel senso di empatia, relazione con altri singoli, e comprensione, e non invece di contrapposizione, paura e odio.
La psicologia della guerra ci spiega i meccanismi di creazione e proiezione del nemico. La razionalità del giudizio sopraffatta da emozioni negative, che da una parte idealizzano un leader a cui affidarsi ciecamente, e verità assolute a cui aggrapparsi, e dall’altra scaricano le colpe sul nemico, immaginandolo diverso da noi, meno umano, nella sua indifferente totalità, cattivo e che può farci del male, e quindi noi – un “noi” che a sua volta diventa appartenenza in cui confondersi – vogliamo combatterlo e annientarlo, con ogni mezzo.
Il paradosso è che per difendere la nostra vita, e la vita in genere, siamo disposti perfino a uccidere e a sacrificare la nostra stessa vita.
Sacrifichiamo cioè la nostra individualità, non siamo più individui ma massa. Quando passa la sbornia, la nostra colpa la diluiamo nella colpa di tutti e quindi non è più la nostra, ma di qualche altro. Abbiamo le nostre giustificazioni, e così siamo anche pronti a correre dietro al prossimo leader che ci guiderà alla battaglia – sempre per difenderci – contro il prossimo nemico, ancora una volta docili nel farci convincere con argomenti pretestuosi, sommari.
La nostra cultura è talmente intrisa di questi meccanismi che ci comportiamo così anche quando parliamo di eventi storici, o di eventi sociali e politici contemporanei. Siamo portati a parteggiare, istintivamente, per l’uno o l’altro, anche prima di conoscere davvero la realtà delle cose. Ci bastano pochi indizi, qualche slogan, qualche emozione ben esibita, una battuta in televisione, un dettaglio che riaccenda le nostre paure interiori. Subito iniziamo a dividere in buoni e cattivi, illudendoci così di aver capito, e tramite il capire di poter controllare, per tranquillizzarci.
Allora mi viene da pensare che far ricordare attraverso il buon teatro, facendo rivivere le emozioni di ciò che accade ma ripartendo da emozioni positive, che creano empatia con il dramma dell’altro, singolarmente, nella sua umanità piena e finalmente riconosciuta, aiuti anche a restituirci la nostra individualità e capacità critica. E con la nostra individualità riusciamo a capire meglio anche l’orrore per la responsabilità dei singoli, che è sempre individuale.
E talvolta anche ben individuabile, alla luce del sole, se riusciamo a leggere con occhi sgombri dentro l’imbroglio in cui le guerre di solito ci chiudono. Ma voglio prescindere ora da quest’ultima dimensione di analisi, che do per scontata, e soffermarmi ancora sulle percezioni soggettive.
Scopriamo così anche un altro tipo di responsabilità, la nostra, di tutti noi, che non c’eravamo o se c’eravamo non abbiamo avuto occhi sgombri per vedere. Una responsabilità che ci chiama a fare i conti con le nostre indifferenze o sottovalutazioni. Infatti, se dobbiamo restare razionali e critici verso noi stessi, e non schierarci dietro una qualche verità sbrigativa, non accertata, qualunque essa sia, non possiamo nemmeno restare equidistanti da tutto ciò che accade, nel senso che dalle parte delle vittime dobbiamo comunque starci. Questo ci compete. E anche questa è una responsabilità che occorre sentire individualmente, per poterla agire socialmente e pubblicamente.
Cercare questo tipo di responsabilità ci aiuta a non scaricare colpe o giustificazioni su gruppi o categorie massificanti, sui cattivi e sui “buoni” di “turno”, che spesso poi sono tali solo sugli slogan e non nella realtà. Per fare tutto questo però – muoversi tra equidistanza e partecipazione –  è necessario soprattutto capire, entrare nella complessità degli eventi, chiederci “perché” accadono certe cose, consapevoli che la risposta non sarà semplice.
Occorre evitare la tentazione di ricondurre ciò che accade a una causa unica, in grado di spiegare tutto in modo semplice e frettoloso.
Per comprendere davvero  le violenze del passato, ma anche del presente in luoghi che apparentemente non ci appartengono, dobbiamo anche calarci nei valori di quegli anni o di quei contesti, nella percezione che ne avevano e ne hanno i contemporanei, i testimoni interni. Non per relativizzare o giustificare. Il giudizio etico con cui valutiamo dev’essere quello nostro di oggi, maturato attraverso la nostra storia. La comprensione però deve fare i conti con quei valori e quella cultura, le dinamiche di quel contesto storico o sociale o politico. Non per giustificarli ma per comprenderne le cause, che stanno alla base della violenza. Soprattutto occorre cercare di focalizzare il cambiamento interiore delle persone coinvolte, quelle che possono dare il loro consenso o esprimere la propria critica.
In questo senso, intravedo un filo conduttore unico nelle diverse riflessioni raccolte in Jugoschegge, non solo quando si parla di teatro civile ma anche di etica nella fotografia, attenta a cogliere il lato umano e non ad usarlo per ottenere effetti forti. Oppure, del riscontro dei fatti nel giornalismo e la loro collocazione in un contesto di analisi adeguato,  oppure di vigilare sulle tentazioni di autoreferenzialità quando ci organizziamo per portare aiuti.
La guerra cambia la percezione della realtà e la scala dei valori, non solo nel senso del rapporto con la violenza e le umiliazioni, con i traumi e i lutti da rielaborare, ma  anche nel senso dell’intensità dei valori della vita e della solidarietà reciproca che pure ci si scambia, anche all’interno di una guerra. Ci piaccia o no sono questi i momenti epici delle nostre vite, dei quali torniamo a parlare più spesso. C’è nella guerra un salto emotivo d’intensità simile a una metamorfosi interiore, e il ritorno alla normalità non è né semplice né scontato, affrontarlo e comprenderlo forse potrebbe essere di aiuto.
In questo quadro, l’affermazione che la responsabilità non è mai collettiva ma individuale mi appare come qualcosa di più di una frase detta o una riflessione razionale, mi sembra piuttosto qualcosa che chi ha vissuto quelle esperienze – direttamente ma anche indirettamente attraverso il racconto vero di altri, e soprattutto avendo avuto la fortuna di poterle rielaborare – “sente” dentro di sé.

L’ho fatta un po’ troppo lunga con questa riflessione? Da solo, a scrivere, mi sono dilungato senza timori; spero d’essere stato più breve, con le parole, ieri sera.

Il prossimo appuntamento con JUGOSCHEGGE è sabato prossimo, il 21 pomeriggio ad Appignano; seguirà un concerto con Massimo Zamboni. Musicista CCCP e CSI.
https://www.facebook.com/events/418651271482205/

www.jugoschegge.it

Annunci

Informazioni su Tullio Bugari

https://tulliobugari.wordpress.com/
Questa voce è stata pubblicata in JUGOSCHEGGE e dintorni, sulla guerra. Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...