Il pudore tenace della memoria

Con questa recensione apro una nuova sezione del blog, legata ad una nuova avventura che mi è stata proposta dagli amici della Staffetta della Memoria, che tra qualche settimana seguirò dal Tirreno all’Adriatico, lungo i sentieri e i paesi della Linea Gotica.
Grazie a questo, e a tanti altri spunti che come sempre s’intrecciano tra loro, è nata l’idea, insieme alle amiche e amici del Circolo Letterario di Monte San Vito, di invitare a Chiaravalle, sabato 31 marzo alle ore 18, presso la libreria il Grillo Parlante, lo scrittore Attilio Coco, per conversare con lui sul suo libro “HO UNA STORIA PER TE”  (Edizioni Spartaco; pagine 176; ISBN: 9788896350225; Prezzo:14,00 €).

La vicenda raccontata nel libro ha come contesto, appunto, l’appennino pistoiese, e come sfondo storico il periodo della resistenza, anche se non è un romanzo storico e non parla della “Storia” con la S maiuscola, bensì di quella con la s minuscola, delle singole persone, che serbano con tenacia dentro di sé la memoria di ciò che è stato, nelle proprie scelte generose e nelle contraddizioni, e in questo modo fa sì che ne resti vivo il significato più vero, da tramandare.

Ho conosciuto Attilio Coco tramite Anobii, un portale di letteratura, anzi, di “lettOratura” perché non è un portale di “letterati” ma di “lettori” che si scambiano opinioni, suggerimenti e anche amicizie.
Per la recensione vera e propria al suo libro, rinvio al link dell’editore (dal quale si può accedere anche ad un’intervista andata in onda su Farhenheit), al blog dell’autore e a un’intervista all’autore comparsa di recente su un settimanale on line romano.

Stimolante la citazione all’inizio del libro: «Tutto sta nell’intendersi sul vero significato della parola partigiano» di Beppe Fenoglio.
Di mio aggiungo solo le mie impressioni personali di lettore.

Il pudore tenace della memoria, è questa è la prima immagine che mi è sorta mentre leggevo “Ho una storia per te” di Attilio Coco. 
Una lettura a cui sono arrivato non per caso, ma inseguendo, appunto, percorsi di memoria. Molteplici e su più registri. Spesso già affrontati nelle serate del circolo letterario, tra le quali cito quelle che di recente mi hanno coinvolto in modo più diretto: la presentazione di Jugoschegge alla Biblioteca di Chiaravalle e anche, poche settimane fa, la riflessione collettiva sul bellissimo “Cassandra” di Christa Wolf, che rileggevo per la terza volta a distanza di anni, riscoprendovi dimensioni nuove.
Sono approdato a “Ho una storia per te” inseguendo un’altra idea, quella di accompagnare prossimamente gli amici della “Staffetta della memoria”, che tra il 25 aprile e il 1° maggio ripercorreranno in mountain bike la Linea Gotica. Il solco dal quale è germogliato gran parte del nostro paese.
“Ho una storia per te” si colloca in questa dimensione dello spazio e del tempo. Che però non è un tempo semplicemente passato e da “memorizzare” o “ricostruire” – il libro ha precisi riferimenti storici, sull’appennino pistoiese, ma non è un romanzo storico – quanto piuttosto “un tempo” che vive ancora oggi, dentro dimensioni e spazi interiori a cui non prestiamo la giusta attenzione.
Ma non è nemmeno “un tempo” rimosso o dimenticato dentro di noi, da far riemergere per una qualche nostalgia o da ricollocare al centro di chissà quali attenzioni. No. Non ha bisogno di questo. Perché è “un tempo” sempre vivo e presente, fresco come il primo giorno e che ci accompagna costante negli anni, tenace e sicuro di sé, ma che vive soltanto dentro il suo pudore quel qualcosa che lo tormenta. Anzi, è proprio questo suo pudore a mantenerlo fresco.
I personaggi del libro – che vivono nell’oggi, qui e attorno a noi – sono uno scrittore cinquantenne, che a che fare con i libri e le storie scritte, per lo più romanzi sulla Resistenza, sui quali si è formato. E il suo amico ottantenne, adolescente durante la Resistenza, e ora ex proiezionista al cinema del paese, abituato a vedere le storie collocandosi dietro agli altri, come se anche gli altri facessero parte delle storie che lui guarda sullo schermo. Storie di altri, appunto, diverse dalla storia di sé, che custodisce con geloso pudore. Fino a che un giorno – certamente non un giorno qualunque anche se nulla lo scandisce: anzi, il contesto è quello di un’aria da calura ferma e quasi vuota o sospesa, ma forse è più appropriato dire “in attesa” – l’amico fa un passo in più e decide di condividere il suo pudore.
E’ così totale, e al tempo stesso impercettibile il salto di dimensione, che il più giovane, lo scrittore, impiega del tempo a realizzare questo passaggio. Il tempo di un metabolismo, più lento e corporeo dell’ascolto razionale. L’autore descrive così – la storia è tutta raccontata in terza persona – i pensieri dello scrittore, quando qualche giorno più avanti ripensa a questo momento: “… s’era reso conto di aver avuto accanto, per tutti quegli anni, passati, un vero personaggio della Storia (ma) continuavano ad affliggerlo un percepibile fastidio e un inspiegabile imbarazzo dovuto a qualcosa che gli rimaneva ancora ignoto”.
Ho trovato molto interessante questo ignoto, perché in fin dei conti la memoria, quando decide di parlarci, non disvela nulla che ci sia già noto, nel senso dell’ovvietà del reale. Semmai è il contrario, va oltre l’ovvietà e ci mostra un ignoto di cui non sospettavamo l’esistenza. Proseguendo nella lettura della storia, sembra quasi che ci siano dimensioni dell’ignoto che continuano a sfuggire allo stesso autore. Che ha l’accortezza di citarlo appena questo ignoto, senza cadere nella tentazione di spiegarlo.
Il ritmo del racconto scorre tranquillo, quasi lento, quasi estendendo da ogni istante la densità che questo istante contiene, con una lingua che sembra adeguarsi a questo modo di scorrere, quasi che in questo modo il tumulto interiore delle nuove dimensioni intime aperte possa svolgersi più tranquillamente, su uno spazio più ampio, senza intralci. A mano a mano che lo scrittore metabolizza nel proprio intimo il senso intimo del pudore dell’amico, anche lo sguardo si allarga di nuovo e le stesse letture, e le tante storie scritte sui libri che legge, diventano di nuovo capaci di cogliere alcune sfumature di quell’ignoto, che resta sempre ignoto ma via via appare anche un po’ più familiare.
Troviamo così alcuni riferimenti a Don Chischiotte – il libro di Cervantes ha già conquistato uno spazio qui sulla mia scrivania, mentre sto scrivendo queste righe. Oppure a Fenoglio, riferimenti accompagnati da un’ipotetica discussione, che lo scrittore immagina di fare con sua moglie, sull’ordine e il suo caos.
O alcune riflessioni sulla letteratura – “Non più letteratura che crea mondi di finzione capaci di gettare un lucido sguardo sulla realtà, ma la finzione che si insinua nella realtà ristrutturandola.” – e sul suo rapporto con la vita – “…avrebbe dovuto abbandonare qualunque legame con la scrittura, i romanzi, il suo lavoro e mettersi di fronte alla vita (…) La vita nuda, quella che si incrocia prima della possibilità che essa ha di farsi letteratura. La vita tremenda, lacerante e meravigliosa che a volte la scrittura coglie ma da cui, abbastanza spesso, protegge”.
Una letteratura sullo sfondo della vita, così come sembra svolgersi il rapporto di amicizia tra i due personaggi. O la memoria soggettiva del singolo sullo sfondo di un orizzonte più ampio, in cui un tempo s’è collocata. Il finale l’ho trovato giusto, nel senso “fisico” di questa parola, cioè proporzionato. Tutto si scioglie, tutto avviene come se nulla avvenisse, nulla muta davvero ma nulla è più come prima, perché qualcosa è accaduto, e non soltanto ora e qui ma anche “prima”.  E l’aria è di nuovo fresca. Chiudo queste righe in modo ermetico: che ciascuno legga da sé.

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Informazioni su Tullio Bugari

https://tulliobugari.wordpress.com/
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2 risposte a Il pudore tenace della memoria

  1. esercizidipensiero ha detto:

    ti dirò… sto pensando seriamente di aggregarmi alla staffetta. memoria e bicicletta, qua si toccano i miei punti deboli. fammi capire con i giorni come sono messa e se qualcuno viene con me….

    Mi piace

  2. Pingback: “Ho una storia per te” | tulliobugari

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