“La narrazione fatta e non ascoltata” (Primo Levi)


Il 28 gennaio presentazione del libro Jugoschegge a Osimo. E’ la seconda volta che mi capita di essere invitato a parlare della guerra di Jugoslavia in prossimità del 27 gennaio, il giorno dedicato alla memoria, non solo delle vittime dei lager nazisti, che ne costituiscono l’esempio di più struggente tragicità, ma di tutte le vittime di tutte le guerre.
Il mio primo riferimento, quando penso a questa giornata, è da sempre “Se questo è un uomo ” di Primo Levi. Ho conosciuto questo libro grazie a un bravo professore – Fabio Fornaroli, recentemente scomparso – che ce lo ha letto ad alta voce negli anni del liceo: correva il lontano 1968. E’ stata per me una lettura formativa. L’ho riletto più volte e di tanto in tanto, quando mi occorre, continuo a consultarlo. Tra i brani che più mi hanno colpito – ma va letto davvero tutto, perché è tutto così intenso e perché è doveroso ricordare – c’è il sogno del ritorno a casa, che Primo Levi faceva quando ancora era chiuso nel lager, e che racconta così:

“… c’è mia sorella e qualche mio amico non precisato, e molta altra gente. Tutti mi stanno ascoltando, e io sto raccontando proprio questo: il fischio su tre note, il letto duro, il mio vicino che io vorrei spostare, ma ho paura di svegliarlo perché è più forte di me. Racconto anche diffusamente della nostra fame, e del controllo dei pidocchi, e del Kapo che mi ha percosso sul naso e poi mi ha mandato a lavarmi perché sanguinavo. E’ un godimento immenso, fisico,inesprimibile, essere nella mia casa, fra persone amiche, e avere tante cose da raccontare: ma non posso non accorgermi che i miei ascoltatori non mi seguono. Anzi, essi sono del tutto indifferenti: parlano confusamente d’altro fra di loro, come se io non ci fossi. Mia sorella mi guarda, si alza e se ne va senza far parola.
Allora nasce in me una pena desolata, come certi dolori appena ricordati della prima infanzia: è un dolore allo stato puro, non temperato dal senso della realtà e dalla intrusione di circostanze estranee, simile a quelli per cui i bambini piangono; ed è meglio per me risalire ancora una volta in superficie, ma questa volta apro deliberatamente gli occhi, per avere di fronte a me stesso una garanzia di essere effettivamente sveglio.
Il sogno mi sta davanti, ancora caldo, e io, benché sveglio, sono tuttora pieno della sua angoscia: e allora mi ricordo che questo non è un sogno qualunque, ma che da quando sono qui l’ho già sognato, non una ma molte volte, con poche variazioni di ambiente e di particolari. Ora sono in piena lucidità, e mi rammento anche d’averlo raccontato ad Alberto, e che lui mi ha confidato, con mia meraviglia, che questo è anche il suo sogno, e il sogno di molti altri, forse di tutti. Perché questo avviene? Perché il dolore di tutti i giorni si traduce nei nostri sogni così costantemente, nella scena sempre ripetuta della narrazione fatta e non ascoltata?”

Ho consultato ampiamente il libro anche quando, insieme all’amico Giacomo, stavo lavorando a Izbjeglice/Rifugiati, storie di gente della ex-Jugoslavia, perché spesso ritrovavo qualcosa di analogo nei racconti che ascoltavo da chi aveva vissuto dall’interno  questa guerra vicino casa nostra. 
In particolare le modalità del racconto. Ci è capitato sempre, ad ogni conversazione. All’inizio i “nostri amici intervistati” partivano con lentezza, un po’ diffidenti. Sembrava quasi che ci studiassero, cercando di capire se potevano fidarsi di noi. Ma fidarsi in che senso? Poi pian piano il racconto s’incanalava, prendeva il via e dopo un po’ diventava quasi un torrente che corre (ma non sempre, non tutte le conversazioni sono andate bene). Ricordo una notte in nave, con un ragazzo di Stolac – già trasferito in Italia da qualche anno – conosciuto quasi per caso solo perché avevamo conoscenti comuni, del suo stesso paese. All’inizio mi ripeteva con insistenza “a me non piace parlare della guerra” e poi è andata a finire che siamo restati svegli fino alle cinque di mattina e alla fine mi ha detto: “Sai, è la prima volta che racconto queste storie a qualcuno. Non l’avevo mai fatto. Mi sono reso conto che stavo ricordando alcune cose per la prima volta, le avevo dimenticate perfino io.”  
“Perché non le hai mai raccontate a nessuno?” gli chiesi.
“Ci ho provato, all’inizio, ma mi rendevo conto che le persone di fronte a me non erano capaci di ascoltare, banalizzavano, dicevano cose troppo ovvie sulla guerra, su di noi jugoslavi: avrebbero male interpretato i miei racconti. Preferivo stare zitto!”
Una delle storie raccolte nel libro Izbjieglice contiene delle frasi non chiuse, con dei puntini (in questo modo….), perché il ragazzo che racconta sta ricordando per la prima volta le cose che riferisce, e le ricorda a pezzi, in un modo ancora non del tutto chiaro, mentre stanno riemergendo.
La memoria è una grande cosa, credo che abbia una sua componente importante nella relazione tra le persone, nella voglia di ascoltarsi, anzi, più che “voglia” lo chiamerei “impegno”. Il racconto non è fatto per liberarsi di qualcosa, dei ricordi spiacevoli,  ma per rendersene partecipi con gli altri, nell’esperienza rivissuta dello scambio. Non è semplice.

Termino questi piccoli pensieri con un’altra citazione, di David Grossman, dal libro “La memoria della Shoa”, un’intervista di una dozzina di anni fa, almeno credo: “Per me era importante riuscire a capire esattamente come un essere umano normale possa diventare un assassino. Cosa si debba fare per riuscire a collaborare in modo così efficiente con il male, quali parti della propria anima bisogna annientare, trasformare in una specie di zona militare per poter poi funzionare al meglio in una situazione così distorta. (…) dovevo cercare di capire come io stesso mi sarei potuto comportare se fossi stato anch’io ‘laggiù’ : come ebreo, come vittima. (…) Cosa sarebbe rimasto di me, cosa avrebbe fatto di me ancora un uomo, ‘laggiù’? Cosa mi avrebbe permesso, o aiutato a mantenere viva la mia umanità.
L’olocausto aveva immesso nel nostro DNA psicologico, alcune lezioni tragiche e profonde. Io sentivo l’obbligo di formularle, di capirle ed esprimerle, attraverso le parole, altrimenti mi avrebbero avvelenato la vita per sempre. (…) ho scritto della Shoa perché volevo riconquistare la vita. Non ho scritto della morte: ero più interessato a capire cosa fosse quella ‘cosa’ che i nazisti volevano estirpare e sterminare a tutti i costi. Cos’è la vita? Come poso capirla, o descriverla nei miei romanzi, non solo come combinazione di avverbi, di aggettivi e di nomi, ma come il cuore stesso della vitalità?”

Le foto che ho inserito le ho scattate a Dachau, una dozzina di anni fa.

Annunci

Informazioni su Tullio Bugari

https://tulliobugari.wordpress.com/
Questa voce è stata pubblicata in LIBRI, memorie e dintorni, sulla guerra. Contrassegna il permalink.

4 risposte a “La narrazione fatta e non ascoltata” (Primo Levi)

  1. esercizidipensiero ha detto:

    “Non posso fare a meno di pensare, e molto spesso, al fatto che sarebbe bastata una minima variante nei miei geni, e nelle circostanze di vita dei miei genitori, per far sì che io fossi lui o lei. Sarei potuto essere un ebreo della Cisgiordania, un estremista ultraortodosso, un ebreo orientale venuto dal Terzo mondo, chiunque altro. Sarei potuto essere uno dei miei nemici. Immaginare tutto questo è una pratica sempre utile…” Amos Oz, contro il fanatismo.

    Ricordiamo anche il popolo palestinese oggi, perchè l’odio contro il diverso non conosce riti, date, scadenze o appartenenze. ricordiamoci di restare umani, e di imparare dagli orrori.

    Mi piace

  2. Francesca ha detto:

    Ricordo anch’io in Bosnia la reticenza di chi raccontava, e la sensazione scomoda di non poter capire io stessa, se non in modo banalizzato. Grazie per averla descritta cosi bene.

    Mi piace

  3. Pingback: “La narrazione fatta e non ascoltata” (la memoria) | tulliobugari

  4. Pingback: La memoria è come un sasso | L'erba dagli zoccoli

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...