“Scusi, ha dimenticato il Kalashnikov!”

In famiglia, per queste feste, “assecondando” il mio interesse per questi temi, mi hanno regalato NEVEN-una storia da Sarajevo, di Joe Sacco.  Ho trovato il lavoro molto interessante: attenta e documentata ricostruzione, qualità del disegno, ritmo del racconto, quel particolare intrecciarsi di punti di vista ed emozioni, in cui la cronaca dei fatti e le leggende metropolitane si sovrappongono e tutto si mescola, dagli eroismi alle miserie, tra la ricostruzioni dei fatti e il riaffiorare di spezzoni di ricordi, avanti e indietro nel tempo con l’intento di spiazzarci, come è giusto che sia se vogliamo tentare di afferrare qualcosa del significato di quell’esperienza…

Sono andato a riprendere un libro a cui ho lavorato anni fa (Izbjieglice/Rifugiati, storie di gente della ex-Jugoslavia, curato insieme a Giacomo Scattolini) e ho estratto questi due brani, dal racconto “Scusi, ha dimenticato il Kalashnikov!”).

“Vivevo normale. Avevo dei soldi, spendevo, giravo,andavo in qualche locale, bevevo birra con gli amici e spesso si stava a casa mia, facevamo delle feste. Magari se iniziavano a sparare guardavamo dalla finestra. Perché all’inizio era interessante. Io abitavo in alto e da lì si poteva vedere bene. Finché c’erano soldi era tutto tranquillo. Ogni tanto però ci facevano perquisizioni. Erano dei paramilitari che si nominavano “la Difesa Territoriale”. In realtà erano gruppi di giovani armatisi da soli e che si appoggiavano sotto questa sigla per poter fare quello che volevano. Venivano e dicevano che non perquisivano solo i serbi ma tutti. Ma non era vero. Si comportavano male, senza nessuna cortesia, erano arroganti, minacciavano e provocavano. Dicevano: “Se ti troviamo delle armi ti buttiamo dalla finestra.” Forse avevano delle mire sulla mia ragazza. Era molto fastidioso. Una volta addirittura hanno lasciato un kalashnikov dentro casa. L’ho trovato in un angolo del letto sotto una coperta. Cosa dovevo fare? Se uscivo con il kalashnikov in mano mi ammazzavano. Non era facile decidere cosa fare perché non potevo neanche tenerlo. Così l’ho preso solo con la punta delle dita, per il calcio, facendolo penzolare, e poi, tenendo il braccio allargato in fuori sono uscito e li ho chiamati: “Avete dimenticato questo.”

“Verso la fine dell’anno c’era già anche un certo traffico di caschi blu, che per una cifra di circa 2.000 marchi ti facevano uscire dalla città nascosto dentro un loro furgone o in altri modi. Con i miei amici si parlava sempre di queste possibilità di fuga: non pensavamo alle granate ma in realtà pensavamo sempre a come potercene andare. Dicevamo: “Nessuna persona normale è rimasta in città, sono tutti impazziti, con ‘il sangue alla bocca’.“ Era difficile anche solo muoversi dentro la città. Io mi sono procurato documenti falsi, utilizzando il tesserino militare che mi aveva regalato un amico, e uscivo solo per necessità, quando i miei amici non potevano venire, oppure per andare a un funerale. Sono uscito anche per cercare legna, con un mio amico. La rubavamo in una caserma ma poi i soldati hanno numerato i pezzi di legna, che erano molto grossi. Così noi andavamo con pezzi di legna più piccoli, ci scrivevamo lo stesso numero e di nascosto li scambiavamo. In primavera invece uscivamo per raccogliere le prime erbe, per ché non c’era nulla da mangiare. In due anni e mezzo ho mangiato solo una mela portata da un amico dalla prima linea. Per sei mesi ho mangiato solo fagioli bolliti nell’acqua, una manciata appena che cuocevo in un piccolo forno costruito da me, con un bidone e dei barattoli di birra infilati assieme per il fumo. Cu cuocevo anche il pane, impastando un po’ di farina e di lievito o anche senza lievito. Veniva molto duro. Facevo fuoco bruciando anche sol o pezzi di carta o di stoffa, finché ho scoperto che una mia amica aveva una videoteca e così abbiamo iniziato a bruciare le custodie di plastica delle videocassette. Puzzavano molto ma almeno faceva un po’ di caldo perché d’inverno la temperatura scendeva anche a venti gradi sotto zero. In quel periodo ero molto debole, era un problema salire tutte quelle scale, mi occorreva mezz’ora per riprendermi.”

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Informazioni su Tullio Bugari

https://tulliobugari.wordpress.com/
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