‘’Fare pace’’, diario dalle zone calde del pianeta

Per comodità, per la recensione rinvio a quanto già pubblicato sul sito del redattore sociale:www.redattoresociale.it

Per darvi un’idea, preferisco riportare un passo del libro in cui l’autore ricorda un viaggio nell’ottobre 1993, dentro la Mostar sotto assedio:

“La mattina, la sveglia è alle cinque e mezzo. Spalato è deserta. Si parte. Sono in macchina accanto a Gianfranco Bettin. Sul sedile davanti c’è Raffaella Bolini. Prima tappa Medjugorje: qui sono di stanza i soldati dell’Unprofor. Dovremmo essere inclusi nel convoglio dei caschi blu spagnoli, ma ce lo impediscono. Si discute e si litiga, Margherita (Paolini) li sfotte. Ma non mollano. Triste la sorte dei caschi blu in ex-Jugoslavia: impotenti e costretti alla rinuncia. Sono dei vigili urbani della guerra, forse solo dei testimoni al di sopra delle parti. Non ci vogliono. “Oggi è una giornata particolare. A Mostar si spara. Non potete venire con noi, ci sono i parlamentari che hanno bisogno di una particolare protezione. Noi non ci assumiamo la responsabilità”, ci conferma il comandante spagnolo. Allora noi ci accodiamo.Questo non ce lo possono impedire. Ma la differenza tra lo stare dentro o alla fine del convoglio è grande. Nel primo caso, se vieni attaccato, i caschi blu ti difendono, nel secondo, qualsiasi cosa succeda ti abbandonano sul posto. E’ frequente: a un posto di blocco fanno passare i mezzi dell’Onu e quelli umanitari vengono fermati per un controllo dei documenti e dei carichi. Questi ultimi sono costretti a continuare da soli, senza nemmeno l’ausilio della vicinanza, che potrebbe essere deterrente dei blindo bianchi delle Nazioni Unite. Anche oggi succede lo stesso. All’improvviso il convoglio dei caschi blu parte e ci lascia sul posto. Ci organizziamo, prendiamo delle scorciatoie, corriamo all’impazzata e lo raggiungiamo prima dell’ultimo posto di blocco dell’Hvo in vista di Mostar. Il convoglio di aiuti umanitari è organizzato congiuntamente dall’Ics e dalla Cooperazione Italiana. Sono cinque camion. Che portano 37 tonnellate di aiuti (20 di farina, 5 di olio, 3 di fagioli, 1,5 di latte, 1,7 di alimenti per bambini e altro ancora). E’ già qualcosa. Il convoglio attraversa i posti di blocco dell’Hvo e dell’Armija bosniaca e finalmente giungiamo nelle prossimità di Mostar. Sulla strada incontriamo case completamente bruciate, accanto a quelle intatte. Sono lì, ancora dalla prima fase della guerra, archeologia di una pulizia etnica che ha selezionato le case da distruggere e quelle da salvare. Molti minareti sono stati rasi al suolo dai serbi. Mostar è in gran parte distrutta.  Arriviamo all’aeroporto – divelto nelle strutture – e, dopo aver percorso la tetra ed esposta pista dell’aeroporto devastata dai colpi di mortaio e pericolosamente seminata di mine (sicuramente italiane), ci inoltriamo in una stradina di campagna. All’improvviso ecco il primo posto di blocco musulmano. I soldati sono nascosto in trincee e in buche celate dal fogliame.  Sono nervosi. E’ da tanto tempo che non arriva più un convoglio occidentale. L’Onu è mal tollerato: detestano i soldatini spagnoli.  Passano diversi minuti, ma finalmente un miliziano ci chiede una sigaretta. E’ il segno del disgelo.

Sulla riva sinistra della città siamo accolti da saluti e dalla gente e dai bambini che corrono verso la strada. “Bonboni, cichlets, sigaret”, gridano i bambini correndo pericolosamente a pochi centimetri dai camion e dalle camionette e allungando le mani dentro ai finestrini. Ora c’è il pezzo più pericoloso: l’attraversamento di uno stradone esposto ai cecchini  croati. Lo percorriamo con l’acceleratore a tavoletta. Tutto bene. Entriamo nel cuore della città nella tarda mattina a velocità ridotta. Lungo la strada ci sono centinaia di persone che ci saltano addosso contente; siamo emozionati. Quasi ogni palazzo è ferito e bucato da proiettili e granate, strade dissestate dai bombardamenti, mine nei passaggi strategici: è molto peggio di Sarajevo. Solo un ponte, su sette, è rimasto in piedi: il più vecchio, ha cinquecento anni di storia. Donne e anziani corrono accovacciati – per paura dei cecchini – su quell’unico ponte ancora rimasto in piedi, per andare a prendere l’acqua a una delle ultime fonti ancora in funzione. I cecchini (croati) li guardano dai binocoli dei loro fucili. La Carja, il vicolo degli antiquari che porta al Ponte Vecchio, è desolata e piena di macerie. Un tempo era la via delle botteghe e degli artigiani.

Dal 9 maggio scorso sono quasi settecento i morti musulmani della guerra a Mostar. nell’incontro i rappresentanti delle associazioni che lavorano in progetti di pace e di solidarietà con Mostar (sono di venti città, tra cui: Trieste, Forlì, Cesena, Ivrea, Bari,Gambettola, Aosta) hanno distribuito un messaggio ai cittadini: “Siamo  oggi nella parte sinistra della Neretva, perché avevamo , abbiamo amici tra voi, perché patite una violenza che non potrà mai essere risarcita. Andremo anche nella parte destra della Neretva tra la gente come voi, la gente della vita quotidiana che si mescolava nei mercati, nei bar, nelle strade, nei luoghi di lavoro. Vorremmo essere un ponte tra voi, ora che i ponti di pietra non ci sono più per passeggiare.”.

Le donne ci chiedono come poter fuggire dalla città. I rom sono i più angosciati. Implorano. Ognuno ci racconta la sua storia. Altri scherzano e tentano di parlare un italiano che è misto al veneto. Ogni tanto lo sparo di un cecchino isolato interrompe il silenzio irreale di una calma inattesa. Volti emaciati, corpi smagriti e sguardi impauriti ci circondano, chiedendo aiuto, qualcosa da mangiare, la fine di questo calvario.  Dopo un paio d’ore – prima che faccia notte – rientriamo a Spalato.”

FARE PACE: Jugoslavia, Iraq, Medio Oriente: culture politiche e pratiche del pacifismo dopo il 1989
di Giulio Marcon
Edizioni dell’Asino, 2011 – http://www.gliasini.it

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