Piccola guerra perfetta

…nutriranno per la vita un sapore nuovo….

Piccola guerra perfetta, di Elvira Dones. La guerra perfetta è quella in cui i militari non muoiono, perché combattono dal cielo con le bombe intelligenti, e sotto, a terra – sotto l’ombrello della Nato, si potrebbe dire – tutto ciò che deve scatenarsi lo fa sui civili. In realtà il copione è stato già visto molte volte, sempre direi, ma il titolo del libro comunque è una chiara allusione ironica e critica alle retoriche contemporanee sulle guerre umanitarie, in nome della pace, e sulle armi intelligenti. Ma anche in questa storia l’unica bomba intelligente è quella che entra in casa di Milosevic e gli fa saltare in aria esattamente il salotto, naturalmente quando il padrone di casa non c’è, mentre le bombe stupide sono riservate a Pristina o alla colonna di profughi in fuga. Raccontare questa guerra – La Guerra dalla parte delle vittime non è facile. Non è facile farlo restituendo – o semplicemente non sperperando – la dignità delle vittime, quando in queste guerre la prima vittima è proprio la dignità delle persone. Mi sembra che Elvira Dones ci riesca, anche quando racconta con dovizia di particolari massacri e stupri, con un linguaggio che quasi senti scorrerti addosso. Non è facile. L’autrice racconta in nota di essersi documentata sul posto, nei mesi successivi al conflitto, e di aver e ascoltato testimonianze dirette. E’ la solita guerra disumana, nelle conseguenze per le vittime e nelle intenzioni degli aggressori di turno, è quella banalità del male annidata in ciascuno di noi – di cui parla la Arendt – che in certe condizioni si fa bestia. Ho letto molte storie di guerra, in parte simili, e qualche volta m’è capitato purtroppo di ascoltare testimonianze dirette, le letture però che mi sono tornate con maggiore forza alla memoria sono quelle relative alle giornate del ’36 ad Addis Abeba, le famose giornate di Graziani. Non mancano nel libro della Dones alcuni distinguo, tra il comportamento dei militari occupanti veri e propri, di cui si vuol vedere o lasciar trapelare quasi un disagio verso la follia eccessiva, e gli altri, i cosiddetti paramilitari con la loro violenza goliardica e machista, nel torpore della loro ubriachezza dell’immaginario. O anche qualche disagio tenuto nascosto da alcune donne serbe, come nella scena della fila per il pane, le quali si fanno solidali con la protagonista albanese e la coprono, offrono aiuto rischiando loro stesse. E così via, la storia si snoda tra le mille pieghe di una quotidianità che attraversa tutti i due mesi di bombardamenti del Kossovo, dal primo giorno di guerra fino all’ingresso in città delle prime truppe “alleate”, da un lato i russi arrivati per primi come in una corsa per accaparrarsi il posto migliore, e subito dopo inglesi e americani. La storia è una storia raccontata soprattutto dal punto di vista delle donne, cariche di sguardi sempre pronti a incassare il colpo potenziale in arrivo, senza capire mai fino in fondo se desiderano di più che arrivi presto e non ci si pensi più oppure se è meglio morire prima. Sono anche sguardi che lasciano da parte – perché non sanno che cosa siano – possibili retoriche patriottiche, che ci addentrerebbero in analisi più o meno politiche del conflitto, per indurci a schierarci da una parte o dall’altra: finiremmo anche noi per essere uno dei combattenti in campo… non che l’analisi non serva , tutt’altro, anzi, noi che siamo fuori dovremmo essere più razionali degli altri, non schierandoci da una parte o dal’altra per un qualche partito preso ma nemmeno fingendo o esibendo un’equidistanza asettica o inutile e… ma il racconto della Dones riguarda gli aspetti immediati della vita delle vittime e quindi al posto dell’analisi ha bisogno delle emozioni, che deve trasmetterci.
In questo senso, il titolo “la guerra perfetta” allude anche alla “precisione” della quotidianità prevista, tranquilla, che viene infranta e spazzata via da una guerra insensata e con andamento imprevedibile. Il racconto inizia con un ostinata festa di compleanno, nel primo giorno di una guerra già attesa.
Tornando alle parti in causa, l’unica parte con cui schierarsi in questo caso, mi sembra, è quella delle vittime, e della solidarietà che si sviluppa tra loro, basata sulle relazioni umane dirette, tra le persone, i ricordi, la vita vissuta nelle sue emozioni e desideri. Ho trovato pregevoli alcuni accenni piccoli e leggeri, in cui alcune protagoniste ricordano momenti di intimità, ad esempio una di loro che ricorda il momento di amore con il suo uomo,  l’angolo del cortile dove una sera s’erano amati, in piedi, all’aperto,  uno straordinario momento di trasgressione.
Poi ci sono gli sguardi degli altri. Del ragazzo giornalista, impegnato a riprendere le sue attività, anche quando arriva in fuga in Macedonia. Lo sguardo dei profughi. Dei parenti all’estero che cercano di telefonare, s’informano. Ho trovato pregevoli le telefonate che si scambiano, i parenti “dentro” e quelli “fuori”, con quell’assoluta e irriducibile diversità dei punti di vista, come sguardi che il destino ha collocato in prospettive diverse, e si cercano tra loro da angolazioni diverse, registrando ciascuno lo scarto della diversità – o del dettaglio diverso su cui soffermare l’attenzione – dentro il tono di voce dell’altro, e poi si sforzano entrambi di rapportarsi al diverso sguardo dell’altro come se non volesse deluderlo, ma sentendolo comunque diverso, con una percezione che aumenta lo strazio della distanza e dell’incertezza.
Ho trovato interessanti – ma forse anche con una punta di retorica – le pagine dedicate ai giornalisti, divisi tra umana solidarietà e ricerca dello scoop, che si curano poco della dignità delle vittime, non gli interessa nemmeno riportare con esattezza io veri nomi dei protagonisti, come se anche per loro non fossero davvero persone ma solo storie da vendere. Ce ne sono tanti di ingredienti in questo racconto.
Dicevo all’inizio del senso della dignità, concetto complesso a dire il vero… Mi ha colpito in particolare verso la fine della storia, quando il protagonista di questa fase di chiusura del racconto riflette sulle sensazioni provate dagli operatori sociali e umanitari che soccorrono i feriti, le ragazze sopravvissute agli stupri:
“Ce l’ha di fronte. Qualcuno le ha pettinato con amore i capelli biondi, sono divisi al centro della testa, lunghi fino alle spalle. L’hanno riempita di cure. …non fa fatica a immaginarsi una donna, due, tre, forse tutte, straniere, a struggersi davanti a quel corpicino martoriato, e mentre si prendono cura di lei (…) pensano forse all’ultima volta che hanno perso la pazienza e hanno sgridato per un nonnulla i propri figli più o meno viziati. Mai più, si dicono. Non strilleranno ai figli mai più, prenderanno tutto in maniera diversa, nutriranno per la vita un sapore nuovo, la vista della vittima di una tale follia regalerà loro per qualche mese decenza, spessore, magnanimità, e buon senso. Poi tutto tornerà a essere come sempre: una lotta tra bellezza e delusione, tra nobili aneliti e volgare quotidianità. Non c’è scampo, mai ce ne sarà.”

Una recensione:  http://www.balcanicaucaso.org/Libreria/Copertine/Piccol…

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Informazioni su Tullio Bugari

https://tulliobugari.wordpress.com/
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2 risposte a Piccola guerra perfetta

  1. esercizidipensiero ha detto:

    “Se ti fermano per chiederti i documenti, tiri fuori i soldi e glieli dai; forse ti lasciano andare, oppure prendono i soldi e ti sparano lo stesso. E tu muori. Si muore, sulla terra. Ma l’America che conta ha promesso agli americani che non contano che stavolta nessun soldato dovrà tornare a casa in una bara. E’ una promessa perfetta, giusta. Tutto oggi sembra perfetto, Rea ha deciso di vederla così, altrimenti rischia l’infarto per via di quest’attesa per il pane”.

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  2. Tullio Bugari ha detto:

    “Può accadere che un gruppo umano muova guerra a un secondo gruppo umano, e che la sua massima preoccupazione sia evitare che i propri soldati corrano il rischio che parrebbe tuttavia insito nella guerra: il rischio di morire. Queste guerre, sempre più frequenti, appaiono all’opinione pubblica “umanitarie” e “pulite”. Che nel campo opposto, in quello del nemico, muoiano a migliaia o a decine di migliaia di militari e civili, non è per l’opinione pubblica – e ancora prima per chi la determina mediante l’informazione – questione di rilievo… le loro vite e anzi le loro morti sono semplicemente “eliminate” o “rimosse”, some se costituissero una categoria cognitiva residuale.
    da “Il Silenzio dei persecutori” di Roberto Escobar.

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